Wise Society : Se la manna non viene dal cielo ma dagli alberi
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Se la manna non viene dal cielo ma dagli alberi

Giulio Gelardi ha contribuito far rinascere la cultura antica dell'intaglio del frassino da cui si ricava la manna, resina utilizzata in medicina e ora anche per fare i dolci

Mariella Caruso
8 gennaio 2019

«La manna per me è vita», dice Guido Gelardi. Mannicoltore e poeta, Gelardi è uno degli ultimi conoscitori delle tecniche d’incisione della corteccia del frassino dalla quale fuoriesce la resina che solidificandosi forma i bastoncini di manna simili a stalattiti. Un’arte antica per un prodotto definito l’oro bianco della Sicilia che dagli anni Cinquanta a oggi è stato via via dimenticato ma che, grazie ad anziani come Gelardi che ne tramandano la conoscenza e a Slow Food che ha inserito la “manna delle Madonie” tra i presidi, sta lottando per non scomparire. «Vivere di manna è diventata la mia missione molto particolare», sottolinea il mannicoltore che sta formando nuove generazioni di esperti intagliatori.

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Guido Gelardi con in mano le sue stalattiti bianche di manna, Foto: @MannaGelardi/Facebook

«Sono nato con la manna, mio nonno e mio padre erano coltivatori. Quando avevo 18 anni, però, come tanti giovani lasciai la Sicilia. Dopo poco meno di una ventina d’anni in Toscana trascorsi nei campi come raccoglitore, mestiere che in quel tempo era ben pagato e lasciava molto tempo libero, e qualche periodo in Lombardia in cui ho dato ripetizioni di latino e fatto il giornalista, decisi di tornare a casa per dare una mano perché il mercato della manna era precipitato».

UN’ARTE A RISCHIO SCOMPARSA – «La manna è un prodotto unico e l’abbandono della sua produzione – continua – sarebbe stato anche un fallimento familiare, la scomparsa silente di una cultura antica». Per questo Gelardi tornato nelle Madonie, lì tra Castelbuono e Pollina dove crescono i frassini, cominciò ad apprendere l’arte dell’incisione. «Avevo già dei rudimenti perché da bambino era abituato a guardare mio padre e mio nonno al lavoro. A 35 anni, però, diventai a tutti gli effetti l’allievo di mio padre che come tutti i contadini era anche un filosofo – dice sorridendo -. Per qualche anno osservai in silenzio il suo modo di usare il “mannaruòlo”, il coltello da manna, per diventare a mia volta un “mannaluòro” provetto».

L’ECONOMIA DELLA MANNA – Per Gelardi, però, non c’era soltanto da imparare a utilizzare il “mannaruòlo”, ma anche la necessità di far rinascere un’economia intorno alla manna che, spiega il responsabile del presidio Slow Food, «i mannicoltori come mio padre consegnavano al Consorzio Regionale ricevendone un contributo. Manna che veniva ammassata nei magazzini fino a quando non andava a male». Il paradosso, sorride il mannaluòro facendo trovare la barba bianca, «è che fino a quel momento nelle Madonie nessuno aveva utilizzato la manna né per preparare un piccolo dolce, né come medicina (è un lassativo e un espettorante naturale, nda) perché era considerata un prodotto da reddito e quindi da esportazione. A casa mia l’avevo vista utilizzare da bambino solo una volta, quando mio nonno la diede da mangiare a una mula che soffriva per una colica». A determinare il cambio di rotta è stato la variazione di destinazione d’uso quando l’industria farmaceutica cominciò a utilizzare mannitolo di sintesi al posto di quello naturale estratto dalla manna. «Il mercato si concentrò allora soltanto sui cannoli di manna, prodotto d’eccellenza che con l’introduzione nella nuova tecnica del filo rappresenta l’80% della produzione con il reddito che rimane completamente nelle mani del contadino», spiega Gelardi.

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La manna è una resina bianca che nasce dall’intaglio della corteccia del frassino. E’ un decongestionante per il fegato, un toccasana per le cestiti grazie alle sue proiprietà depurative e dopo il nsuo utilizzo in medicina, oggi viene utiliazzata per la realizzazione di dolci. Foto: @MannaGelardi/Facebook

GLI UTILIZZI ATTUALILa manna, fino ad allora, era stata poco studiata perché interessava solo il mannitolo. «Interessai Vincenzo Marguglio, un amico che si era laureato con una tesi sulla manna, e mi chiusi nella biblioteca nazionale di Palermo fino a scovare 400 titoli che citavano la manna. Scoprii così che prima di essere un lassativo è un depurativo, un decongestionante per il fegato, un toccasana per le cestiti», racconta con orgoglio. Poi è venuto chi ha deciso di utilizzarla per la realizzazione di dolci “territoriali” come ha fatto Fiasconaro con uno dei suoi panettoni. Questo ha fatto diventare appetibile la produzione e di Gelardi un “insegnante” molto ambito.

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