Wise Society : Se la mensa scolastica non è per tutti i bimbi
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Se la mensa scolastica non è per tutti i bimbi

Da uno studio di Save the Children emerge che la refezione scolastica in Italia non viene garantita ed esistono forti disparità tra Nord e Sud del paese sull'erogazione di un servizio essenziale

Fabio Di Todaro
14 settembre 2018

In questi giorni, per la maggior parte dei bambini italiani dell’asilo e delle scuole primarie e secondarie, sono i primi giorni tra i banchi. Il nuovo anno scolastico è dunque al via, ma la metà di loro rimarrà…a digiuno. O meglio, per il pranzo dovranno attrezzarsi le famiglie, perché le scuole sono prive del servizio di mensa scolastica. È questo il dato che emerge dal rapporto «(Non) tutti a mensa 2018», con cui «Save the Children» fa ogni anno il punto sull’erogazione del servizio, considerato cruciale per lo sviluppo di una corretta educazione alimentare dei più piccoli. Il quadro che ne viene fuori – come in molti altri casi – è quello di un Paese con tante sfaccettature. L’erogazione del servizio è infatti fortemente disomogenea sul territorio italiano e le modalità di accesso o di esenzione spesso contribuiscono ad aumentare le disuguaglianze, a scapito delle famiglie più svantaggiate.

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In base allo studio di Save the Children sono sette le regioni insulari e del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della mensa scolastica: Sicilia (81,05 per cento), Molise (80,29), Puglia (74,11), Campania (66,64), Calabria (63,78), Abruzzo (60,81) e Sardegna (51,96), Image by iStock

LE MENSE SONO UN SERVIZIO ESSENZIALE (MA NON IN ITALIA) – La ricerca evidenzia come, a un anno dall’ultimo monitoraggio, sono ancora molte le scuole che non assicurano ai bambini e alle loro famiglie di usufruire della mensa scolastica, considerata uno strumento fondamentale per il contrasto della povertà e della dispersione scolastica. Questo anche perché la mensa continua a essere considerata un servizio a domanda individuale, legato alle esigenze di bilancio dei singoli comuni, mentre dovrebbe essere riconosciuta come un servizio pubblico essenziale. In un contesto come quello dell’Italia nel quale si registrano oltre 1,2 milioni di bambini e adolescenti in povertà assoluta, la refezione scolastica dovrebbe garantire a tutti i minori almeno un pasto proteico al giorno, aiutando le tante famiglie in difficoltà. Invece, rispetto allo scorso anno, il quadro che emerge sottolinea alcuni peggioramenti. In nove regioni italiane, una in più rispetto al 2017, oltre la metà degli alunni non ha la possibilità di accedere al servizio mensa. In cinque di queste (Molise, Sicilia, Campania, Abruzzo e Puglia), si registra inoltre la quota più elevata di classi senza tempo pieno. Alcune di queste (Sicilia, Campania e Puglia, cui si aggiungono Sardegna e Calabria) sono anche tra quelle che fanno registrare i maggiori tassi di dispersione scolastica. Ma la tendenza all’aggravamento è generale, se anche nel resto del Paese si registra un numero di forzati alla rinuncia superiore di un paio di punti percentuali.

PIÙ POVERI SENZA LE MENSE – La forbice tra Nord e Sud si distanzia sempre più. Sono infatti sette le regioni insulari e del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica: Sicilia (81,05 per cento), Molise (80,29), Puglia (74,11), Campania (66,64), Calabria (63,78), Abruzzo (60,81) e Sardegna (51,96). All’indomani della pubblicazione della pronuncia con cui il Consiglio di Stato sembra sminuire la funzione educativa della mensa, emblematiche appaiono le parole di Carlo Petrini, in un contributo nel Rapporto: «La pausa del pranzo fornisce la possibilità di educare gli studenti alla buona e sana alimentazione, al rispetto della diversità, alle regole della convivenza civile, in un contesto diverso dall’aula, in un contesto collettivo che riproduce un aspetto della vita reale, del mondo adulto. Tutto questo non assume lo stesso valore se il pasto non è uguale per tutti, fatta eccezione per le intolleranze o per le esigenze religiose ed etiche».

 

COMUNE CHE VAI, MENSA CHE TROVI – L’organizzazione ha analizzato le prassi per le scuole primarie relative alla mensa scolastica in Italia, prendendo in esame 45 capoluoghi di provincia con più di centomila abitanti valutando l’accesso, le tariffe, il trattamento delle famiglie morose e l’eventuale esclusione dei bambini dal servizio. Come è più volte emerso già negli anni passati, anche tra le scuole presenti nella stessa provincia si registrano differenze sostanziali. Perciò in Italia, il servizio di refezione scolastica non si presenta omogeneo ed uniforme. A fronte di tredici Comuni che offrono il servizio a più del 95 per cento degli alunni (tra questi Milano, Prato, Bologna, Cagliari, Forlì, Monza e Bolzano alla totalità o quasi degli alunni), altri garantiscono l’accesso alla mensa a meno del quaranta per cento degli alunni frequentanti le scuole primarie. Fino ad arrivare ai bassifondi della classifica. La lista nera, in questo caso, annovera Taranto, Foggia, Catania, Palermo e Siracusa: dove si arriva a meno di un bambino su cento in grado di usufruire del servizio di mensa scolastica. Anche le agevolazioni risultano frammentate e disomogenee. Nel monitoraggio si è tenuto conto dei tre fattori principali adottati dai singoli comuni in modo esclusivo o cumulabile: reddito, composizione familiare e motivi sociali. Tutti i comuni presi in esame applicano agevolazioni su base economica ponendo ognuno una soglia Isee differente: 37 di loro modulano le tariffe a seconda della composizione familiare, 28 Comuni sulla base di disagi sociali, perdita del lavoro o segnalazione dei servizi. Tra questi, Bergamo, Bologna, Padova e Palermo riducono la tariffa per i nuclei familiari con disabilità. Anche la compartecipazione delle famiglie ai costi è disomogenea: varia da un massimo nelle città di Bergamo (95 per cento) e Forlì (96,7) a un minimo dichiarato da Reggio Calabria (20), Cagliari (27,48), Bari (30), Napoli (30,75) e Perugia (35). Nei capoluoghi presi in esame, le tariffe massime variano dai 2,5 euro (Perugia) ai 7,2 euro (Ravenna), quelle minime da 0,30 euro (Palermo) a un massimo di 6 euro (Rimini).

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Mensa scolastica: per Carlo Petrini, in un contributo nel Rapporto di Save the Children: «La pausa del pranzo fornisce la possibilità di educare gli studenti alla buona e sana alimentazione, al rispetto della diversità, alle regole della convivenza civile, in un contesto diverso dall’aula, in un contesto collettivo che riproduce un aspetto della vita reale, del mondo adulto”, Image by iStock

I CRITERI DI ESCLUSIONE – Il requisito della residenza continua ad essere un fattore discriminante per accedere o meno alla mensa scolastica. Dal rapporto emerge che sono 28 i Comuni che lo applicano come criterio restrittivo, penalizzando molti bambini che, per varie motivazioni, non sono ancora residenti nel comune. Un altro fattore di discriminazione è la scelta di undici città di prevedere la sospensione del servizio per i figli di genitori che non hanno pagato la retta della refezione scolastica regolarmente. Tutto ciò nonostante «per lo sviluppo di una scuola-comunità è indispensabile ripensare all’organizzazione scolastica, in modo che la mensa sia una componente forte per lo strutturarsi della comunità stessa – afferma Cesare Moreno, presidente dell’associazione Maestri di Strada -. La preparazione del cibo non deve essere soltanto un momento tecnico da affidare a nutrizionisti e igienisti, ma un’occasione di sviluppo della cultura del territorio e di condivisione delle modalità di educazione delle nuove generazioni». Secondo Antonella Inverno, responsabile dell’unità Policy&Law di «Save the Children», «la mensa scolastica dovrebbe avere quattro requisiti fondamentali: essere inclusiva, accessibile, educativa e sostenibile».

Twitter @fabioditodaro

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