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Alimentazione sostenibile: a scuola più frutta, verdura e prodotti bio

Migliorare i nostri consumi alimentari e educare i bambini a mangiare meglio, per sconfiggere obesità e sprechi fin da piccoli. Ecco gli obiettivi di Mens(a) Sana, l'iniziativa di Pentapolis a favore di una sana ristorazione scolastica

Laura Campo
27 novembre 2012

ristorazione scolastica Pentapolis educazione alimentare dieta mediterraneaI consumi degli italiani non sono corretti e a farne le spese sono soprattutto i più giovani. Per questo è importante investire di più nell’educazione alimentare e nella (in)formazione di genitori e figli, sia attraverso l’attività delle scuole e le scelte delle mense scolastiche, sia tenendo d’occhio la Tv, dove la pubblicità gioca un ruolo fondamentale nell’impulso all’acquisto (anche di prodotti alimentari “cattivi”) soprattutto tra bambini e ragazzi.

Sono questi i primi importanti risultati usciti dal convegno Mens(a) Sana ristorazione sostenibile nelle scuole che si è svolto di recente a Roma, organizzato dall’Associazione per la Responsabilità Sociale Pentapolis con il contributo di ricercatori, dietisti, formatori ed esperti di agroalimentare.

Consumi, crisi e obesità

 

Per capire come la crisi stia cambiando i modelli di consumo delle famiglie basta dare un’occhiata ai dati della ricerca Nomisma (Come e quanto i bambini influenzano le abitudini alimentari in famiglia) realizzata proprio per Pentapolis e presentata in questa occasione:

per il cibo si spende solo il 13 percento del proprio budget, si acquistano sempre meno prodotti alimentari (-3 percento rispetto al 2000) si scelgono quelli che costano meno o sono in promozione, si frequentano di più i discount.

«Non c’è dubbio che la recessione tocchi anche il settore alimentare. Questo ci costringe a fare più attenzione a quello che mangiamo», spiega Silvia Zucconi, ricercatrice Nomisma, «e se da un lato si razionalizza e si rinuncia al superfluo, cercando di non rinunciare alla qualità (prodotti italiani ma non di marca, riduzioni delle quantità acquistate) dall’altro queste nuove scelte possono penalizzare la salute come è evidente nel calo di consumo di frutta e verdura fresche».

«L’unico mercato in controtendenza (con un 6 percento in più nel 2012) è il biologico, che merita però un discorso a sé», precisa Zucconi, «regge bene soprattutto nelle famiglie con più alto grado di istruzione, dove ci sono figli piccoli.

Il consumatore del bio è diverso dagli altri: ha più potere d’acquisto e/o una motivazione molto forte: dare ai figli un prodotto che ritiene più naturale e sicuro».

Non a caso gli alimenti più scelti sono latte, succhi di frutta, yogurt, miele, uova e poi frutta e verdura fresche. «Il bio resta un mercato ad alto potenziale perché è considerato sinonino di sicurzza ma anche di bontà e per il momento sembra il solo esente dalla crisi», conclude la ricercatrice.

Bio a parte i dati parlano chiaro: si è passati da un consumo annuo di 450 Kg di frutta e verdura a famiglia nel 2000, a 347 kg nel 2011 (con un -23 percento). Non solo. Oggi solo il 4% della popolazione consuma le 5 porzioni indicate dall’OMS per una dieta corretta e il 19% degli adulti non consuma neanche un frutto o una porzione di verdura al giorno.

Lo stesso dato è allarmante tra gli adolescenti (15-17 anni) dove addirittura il 33% non mangia neanche una volta al giorno frutta o verdura.

Le conseguenze sono preoccupanti e sotto gli occhi di tutti: un deciso aumento di patologie che derivano da queste cattive scelte alimentari, abbinate anche alla scarsa attività fisica degli italiani: al primo posto l’obesità.

Nel 2010 quasi due milioni di ragazzi (6-17 anni) soffrono di eccesso di peso, più i maschi che le femmine. Addirittura nella fascia d’età 6-9 anni i bambini obesi o sovrappeso sono il 37,3 % : un’escalation che si è verificata soprattutto nell’ultimo decennio con un incidenza dell’obesità infantile che è passata dal 9 al 12,5 percento.

Perché mangiamo male

 

Le cause di questo rischioso modo di nutrirsi sono molteplici. «Anche siamo il Paese dove è nata la dieta mediterranea che abbiamo esportato in tutto il mondo, noi italiani siamo stati i primi a dimenticarcene, avvicinandoci a modelli di alimentazione meno sani e diversi dal nostro» spiega Ersilia Troiano dell’Associazione Nazionale Dietisti.

«Basta pensare al fast food, all’aumento di cibi consumati fuori pasto, come le patatine e gli snack, alle bibite gassate. D’altra parte poi c’è la riduzione dei livelli di attività fisica: camminiamo meno, perché abbiamo meno tempo e le nostre città non sono organizzate nel favorire gli spostamenti a piedi o in bicicletta.

È vero che le scelte che riguardano lo stile di vita sono personali, ma dobbiamo riconoscere che nella maggioranza dei casi, per i cittadini non sono indipendenti dalle regole della mobilità collettiva e dall’organizzazione nelle città», aggiunge la dietista.

Anche la pubblicità, a volte, può incidere negativamente sui consumi alimentari virtuosi e anche in questo caso a rischio sono soprattutto i più piccoli.

E se è vero che solo il 2% delle famiglie (sempre secondo l’indagine Nomisma) si fa guidare dagli annunci (televisivi o cartacei) come criterio di scelta rilevante per i propri acquisti è anche vero che nelle famiglie con figli minori di 12 anni sale al 15-16 percento (contro il 7,5 % delle altre) la percentuale di chi dichiara di mettere spesso nel carrello un prodotto alimentare visto in pubblicità o abbinato alla presenza di un omaggio. Indice quindi che i ragazzi influenzano i consumi delle famiglie.

Il ruolo della famiglia e della scuola

 

Facile capire dunque che il ruolo dei genitori e della scuola è, anche in questo ambito, fondamentale.

E val la pena ricordare che il modello educativo vincente è solo uno: quello di proporre ai figli il proprio stile di vita e il proprio esempio. E quindi se gli adulti mangiano tutti i giorni frutta e verdura anche i ragazzi lo faranno, se padre e madre fanno sport anche i piccoli seguiranno il loro esempio.

Non a caso c’è una correlazione strettissima tra gli adulti in eccesso di peso e i loro figli: nel 33 percento dei casi sempre dall’indagine Nomisma sui consumi, i piccoli in sovrappeso hanno genitori come loro.

Ma oltre che in famiglia bambini e ragazzi trascorrono molto tempo a scuola. E proprio la scuola può essere un’occasione importante per realizzare attività di educazione alimentare rivolte a correggere i comportamenti scorretti e mettere in pratica comportamenti sostenibili.

Ogni giorno la ristorazione scolastica distribuisce oltre 2 milioni di pasti: in genere adeguati alle fasce d’età, con prodotti mediterranei e locali e una buona varietà di alimenti proposti.

Ma la situazione non è la stessa in tutti i comuni d’Italia, sempre più spesso ci sono problemi di budget e aumentano i casi di sindaci che escludono i bambini dalle mense perché le famiglie non possono pagare la retta.

I rappresentanti dei genitori lamentano di essere poco coinvolti nelle scelte dei menu e sulla qualità dei cibi proposti.

Incentivare le pratiche virtuose

 

In questo senso si inserisce l’iniziativa di Pentapolis: «Il progetto di Mens(a) Sana vuole contribuire proprio a diffondere una corretta informazione e formazione alimentare per la tutela dei cittadini e dell’ambiente», spiega Massimiliano Polillo, presidente dell’Associazione romana.

«Per questo motivo abbiamo creato un Osservatorio che farà ricerche in ambito alimentare e sulle abitudini di acquisto delle famiglie, inoltre vogliamo mettere a confronto le amministrazioni pubbliche con le aziende del settore e la società civile per realizzare un Libro Bianco che incentivi e promuova le migliori pratiche».

«Nel piatto dei nostri bambini ci mettiamo il futuro del nostro Paese», afferma Rolando Manfredini, direttore della sicurezza alimentare di Coldiretti, «e possiamo dire che la sostenibilità è già una leva competitiva per le aziende agricole che guardano alle mense.

Ma solo una mensa su tre ha messo in atto progetti sani di ristoranzione e nelle scuole sono previste attualmente solo due ore di attività fisica a settimana. Bisogna tener più presente la stagionalità dei prodotti e la provenienza locale e arrivare a una filiera corta anche in questo settore».

E se il biologico è l’unico mercato che tira, bisogna tenerne conto anche a scuola. «Abbiamo visto dai dati che oggi si spende poco, sempre meno per il cibo.

E questo è un grande errore anche per la nostra salute», aggiunge il presidente Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica) Alessandro Tryantafyllidis, «quanto alle mense scolastiche bisogna ricordarci che sono una risorsa per i territori, perché se si utilizzano più prodotti di piccoli agricoltori locali si sostiene l’economia e il lavoro di quella zona e la scuola potrebbe diventare la prima acquirente di frutta, verdura e cibi locali.

Il bio spesso, in questi tempi di spending review viene accantonato perché più caro. Eppure scegliere questi prodotti non incide in maniera forte sul costo del pasto», prosegue il presidente.

«Abbiamo dimostrato che un menu con il 50 percento di prodotti bio costa solo pochi centesimi in più con una qualità e una sicurezza che non hanno confronti.

Anziché risparmiare sulla sicurezza alimentare nella ristorazione scolastica, facciamo un’altra cosa: abbattiamo gli sprechi. Ci guadagneremo tutti».

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