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Carlo Pittis e Alinker: la resilienza si tinge di giallo

Michele Novaga
4 Agosto 2020

La storia che stiamo per raccontarvi è quella di un manager con un passato in importanti aziende multinazionali e successivamente come consulente di azienda, che, alcuni anni fa, scopre di avere un problema fisico che gli impedisce di camminare e costringendolo a muoversi, a fatica, con il bastone. Dopo un’operazione chirurgica e cinque mesi passati in ospedale. Carlo Pittis oggi vive una nuova vita grazie anche a un nuovo mezzo di trasporto “smart” che gli permette di muoversi in autonomia: Alinker.

Quando e come inizia questa vicenda?

Circa sei anni fa quando comincio ad avere i primi disturbi. Dopo la prima diagnosi riuscivo comunque a camminare bene. Poi il brusco peggioramento: inciampo, cammino male. Quando cominciano i problemi più seri, mi rivolgo ad altri neurologi ma, anche se cambiano le diagnosi, non si riesce a capire la vera causa del mio dolore. Nel 2018 i problemi di deambulazione si acuiscono e per camminare ormai mi aiuto con un bastone. Finalmente, dopo mille consulti, si scopre che c’è una fistola midollare che finisce nell’arteria del midollo e crea infiammazione. Mi fanno l’operazione per rimuoverla e, dopo cinque mesi di ospedale, torno a casa. La cattiva notizia è che i danni ormai sono fatti e io zoppico, e anche tanto.

Carlo Pittis su Alinker

Carlo Pittis e la sua Alinker

Non deve essere stato facile per una persona attiva come lei con un passato di giocatore di basket ai massimi livelli (e che nel 1978 esordì nella serie A con l’Olimpia Milano, lasciando poi il posto a suo fratello Riccardo Pittis, pluricampione nazionale e internazionale), accettare una cosa del genere.

Sicuramente no: calcoli che anche solo per svolgere il mio lavoro ci voleva non tanto e solo il fisico, ma anche resistenza. Lo sport è sempre stata una cosa importante per me: sono alto quasi due metri, sono uno che si nota e sono uno che ha sempre avuto il cosiddetto “fisico bestiale”. Ricordo di trasferte in Australia anche in giornata per fare due riunioni e poi tornare subito indietro.

Ma lei non si perde d’animo e scopre che in commercio esiste un mezzo di locomozione smart che può utilizzare senza dover ricorrere al bastone.

Con il bastone o le bacchette da trekking avevo un’autonomia molto limitata: dopo 100 metri mi dovevo fermare, sedermi, prendere fiato. I vari deambulatori come la carrozzina non li ho mai voluti vedere. Un giorno scopro Alinker (una specie di triciclo a tre ruote) grazie all’attrice Selma Blair, che ha cominciato a usarla a causa di una malattia neurologica e di cui leggo un trafiletto su un giornale. Contatto l’azienda che li produce, mi faccio mandare la Alinker e conosco anche la fondatrice Barbara Alink.

Che azienda è l’Alinker e chi è Barbara Alink la sua fondatrice?

Barbara Alink è una signora olandese trasferita in Canada e con un passato e un presente di filantropa in vari paesi del mondo. Lei non ha subito un trauma fisico ma ha dato vita a questa azienda quando sua madre aveva avuto bisogno di un ausilio ortopedico ma, di fronte alla necessità di doversi muovere con carrozzine, motorini o deambulatori aveva reagito con un rifiuto netto, dicendo esattamente quello che ho sempre detto io: “Mai li userò! Piuttosto rimango chiuso in casa”. La Alinker è un’azienda diversa dalle multinazionali con cui mi sono sempre rapportato: è una società benefit, una delle prime B-corporation come ce ne sono tante oggi. Mi accorgo che loro non hanno un distributore in Italia, e così mi viene l’idea di diventarlo io. Anche grazie a un finanziamento di Unicredit creo, proprio poco prima dello scoppio dell’epidemia di Covid, la Movimento srl, società benefit attraverso la quale distribuisco e importo per l’Italia in esclusiva questa biciclettina.

Ne avete già consegnate?

Ne abbiamo già vendute alcune anche grazie alla visibilità che questa mia storia ha avuto sui social e sui giornali. La prima l’ho portata personalmente ad un ragazzo di 13 anni affetto da encefalite sin dalla nascita. E’ salito sull’Alinker: era felicissimo e non so se poi sia più sceso! La mamma periodicamente mi scrive e mi manda delle foto. Ma abbiamo anche strutture importanti che la vogliono vedere e provare: centri di riabilitazione come l’Auxiologico e il Don Gnocchi di Milano per esempio.

Perché la Alinker è così speciale?

Dal punto di vista fisico è speciale perché permette di muoversi camminando e stando appoggiati e seduti. La bici è stabile grazie alle sue tre ruote e ti permette di continuare a muovere le gambe. Viene utilizzata da persone con la sclerosi, con il Parkinson e da tutti coloro che hanno problemi di vario tipo alle gambe (come per esempio il mio) e che vogliono mantenersi attivi. E’ utile per muoversi e fare le commissioni senza allontanarsi troppo da casa.

Io con la Alinker vado a fare la spesa, vado al museo, mi sposto in centro. A differenza della sedia, che poi alla fine quel poco di elasticità te la fa perdere, ti fa acquistare peso e ti induce ad alzarti di meno sulle gambe, la Alinker ti cambia l’autonomia in maniera sostanziale e psicologicamente ti mette di altro umore. Inoltre ti tiene vivo anche il cervello perché devi guardarti in giro quando la usi, ti invoglia a uscire, ti permette di essere alla stessa altezza degli altri. E soprattutto non necessita di nessuno che ti aiuti a spingerla suscitando la curiosità non solo nei bambini ma anche in tutti coloro che incontro durante i miei spostamenti quotidiani.

La sua famiglia come ha reagito?

Per la famiglia è stato un impatto difficilissimo perché io sono stato difficilissimo in questi ultimi anni. La vita è cambiata anche per loro in tutto, a partire delle piccole cose e si sono dovuti adattare e riadattare. Io, dopo i 5 mesi in ospedale, non avevo nessuna voglia di stare con nessuno. Ancora oggi a volte ho bisogno di aiuto anche se non amo molto dover dipendere da qualcuno. Quando ti succedono certe cose ti rendi conto che il mondo non è solo quello che pensi tu e le priorità cambiano.

Sua moglie Francesca Chelli, ha colto il valore positivo di quello che è successo scrivendo un libro “Metti che vivo” ispirato alla sua e quindi alla vostra storia.

Sì, Francesca ha scritto un romanzo che parte dalla mia malattia e che poi si evolve con protagonisti una figura femminile e una maschile liberamente ispirati a noi. E’ stata molto brava perché oltre a continuare a fare le sue cose e a essere la persona positiva che è (sicuramente più positiva di me), ha tratto da tutta la nostra vicenda questo romanzo scritto bene e che sta anche riscontrando un certo successo.

Per lei cosa è la normalità?

Non c’è un concetto assoluto di normalità, non esiste una persona normale e un’altra che non lo sia. Ogni persona deve riuscire a fare quello che è nelle sue possibilità e deve avere una sua vita. Le barriere più che fisiche sono mentali: è solo nella nostra testa vedere come diversi persone con un altro colore della pelle o con un problema fisico.

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