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La scuola sostenibile nasce dall’inclusività

Luigi d’Alonzo, docente di pedagogia, da anni attivo nell’integrazione, spiega limiti e potenzialità della scuola italiana alle prese con la disabilità

Andrea Ballocchi
12 settembre 2018

La sostenibilità si siede tra i banchi di scuola. Lo fa sotto forma di sviluppo sostenibile, d’inclusività, di pari opportunità per tutti. Nella settimana d’inizio del nuovo anno, la campanella suona anche per gli studenti con disabilità come pure per gli studenti con Disturbi specifici di apprendimento (DSA), ovvero bambini e ragazzi con dislessia, disortografia e discalculia. La scuola italiana è pronta, ossia inclusiva e capace di permettere uno sviluppo sostenibile?

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Scuola e inclusione: “L’Italia vanta un’esperienza quarantennale d’inclusione, rispetto a molti altri Paesi: siamo partiti nel 1971 ad aprire le nostre scuole alle persone con disabilità”, spiega il professore Luigi d’Alonzo, Image: iStock

«Ho un sogno: quando andrò in pensione vorrei costruire una mia scuola il cui motto sarà: “qui non ci rassegniamo al fallimento”. È uno slogan che dovrebbero far proprio i docenti di tutte le scuole. Non dobbiamo rassegnarci anche perché conosciamo tanto». A dirlo è Luigi d’Alonzo, docente di Pedagogia speciale presso l’Università Cattolica di Milano, direttore del nuovo master in “Didattica e Psicopedagogia per alunni con Disturbo da Deficit d’Attenzione/Iperattività”. Ha fondato dieci anni fa e tuttora dirige il Centro studi e ricerche sulla disabilità e la marginalità (CeDisMa).

I dati del Miur indicano che nell’anno scolastico 2017-2018 gli alunni con disabilità nella scuola statale erano 234mila a fronte dell’intera popolazione scolastica pari a circa sette milioni e 750mila alunni, suddivisi per scuola dell’infanzia (19.500) scuola primaria (83mila), secondaria e superiori (ciascuna con circa 66mila studenti).

«Gli studenti con DSA sono circa 90mila sull’intera popolazione scolastica, ovvero l’1,2% del totale ed è un numero enormemente in crescita. Nel 2010 costituivano lo 0,9%: quindi, in sette anni si è assistito a un incremento del 37%. Altrettanto sensibile è stato l’aumento del numero di studenti disabili: nel 2007 ne avevamo 174mila, dieci anni dopo sono passati a 234mila». Sulle motivazioni alla base di questo incremento, il docente spiega che si conoscono meglio peculiarità e differenze delle persone, c’è maggiore attenzione ai tratti caratteristici e alle criticità che portano ad affrontare prima e meglio la situazione.

Cosa occorre fare perché la scuola permetta un pieno sviluppo sostenibile e inclusivo?

Innanzitutto occorre riuscire con tutte le forze a far sì che sia così. Noi abbiamo a che fare prima di tutto con persone; il fatto che abbiano dei deficit è secondario. In quanto persona, abbiamo il diritto e dovere, sancito anche dalla Costituzione italiana, di abbattere tutte le barriere, materiali e culturali in modo da permettere il suo pieno sviluppo e sia in grado di essere pienamente un cittadino che possa studiare, apprendere e lavorare. L’Italia vanta un’esperienza quarantennale d’inclusione, rispetto a molti altri Paesi: siamo partiti nel 1971 ad aprire le nostre scuole alle persone con disabilità. Questo ha permesso a molti di loro di potersi laureare e di entrare nel mondo del lavoro, pur avendo difficoltà più o meno gravi ed evidenti.

Quali sono le criticità della scuola italiana su questo tema?

In tutta Italia esistono realtà dove si agisce in modo molto positivo, ma nello stesso istituto si trovano classi dove invece si opera male sul piano integrativo. La motivazione è legata fondamentalmente all’incompetenza e all’incapacità di lavorare in modo adeguato del docente. Oltre ai limiti dei singoli va considerato anche un altro problema: la mancanza di organizzazione nella scuola nell’includere studenti con disabilità. A ciò si aggiungono insegnanti che pensano a un modus operandi analogo che si metteva in atto cinquant’anni fa. I ragazzi, i giovani sono cambiati: per questo va rinnovata la propria professionalità, con una formazione adeguata.

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La mancanza di organizzazione nella scuola nell’includere studenti con disabilità è – secondo il professore d’Alonzo – un limite e un problema, Image byiStock

E a livello d’infrastrutture come se la cava l’ambiente scuola nazionale?

Sappiamo che molte scuole sono datate, ma non è questo il problema: ci sono esperienze di scuole pur degli anni Sessanta o precedenti che sanno intervenire in modo rapido ed efficace per appianare possibili problemi legati alla disabilità e al pieno accesso. a mancanza di infrastrutture e i problemi strutturali si superano, ma occorre invece imparare a comprendere come lavorare adeguatamente con ragazzi disabili o anche con DSA.

La tecnologia può favorire l’inclusione?

Sì, nel momento in cui è utilizzata sul piano inclusivo. Se si dota un ragazzo disabile di un computer ed egli dimostra di gradirlo, ma diventa una barriera nella relazione con gli altri, è un limite. Se invece si utilizza la tecnologia per favorire un processo di apprendimento che permette una socializzazione, allora è uno strumento positivo.

Su quali aspetti oggi concentra la sua attività?

Come docente, ma anche come direttore del CeDisMa stiamo lavorando particolarmente su due direttive: la prima è far sì che il docente sia in grado di gestire la classe. Ciò non significa solo disciplina, ma molto di più: vuol dire entrare in classe con una maggiore capacità propositiva, con una grande voglia relazionale oltre a essere in grado di affrontare problemi comportamentali.

La seconda punta alla differenziazione didattica. In classe, i ragazzi non hanno un’unica testa, quindi non si possono insegnare le materie nel medesimo modo e con gli identici tempi. Le sperimentazioni avviate in varie scuole creano un ambiente di apprendimento dalle potenzialità straordinarie.

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