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Alle Maldive si coltiva in mare e a chilometro zero

Su un'isola dell'atollo di Baa, Shahida Zubair ha fondato un'azienda che produce frutta e verdura coltivata con criteri sostenibili e fertilizzanti naturali

Michele Novaga
28 luglio 2014

Università Bicocca Shahida Zubair maldive fonti energetiche naturali compost chilometro zero Baa Atoll agricoltura sostenibile agricoltura biologicaIl suo nome è Maarikilu ed è una piccola isola di pochi chilometri quadrati situata nell’atollo di Baa alle Maldive. Ricoperta di vegetazione, è un paradiso naturale per i turisti occidentali. Tuttavia la particolarità di quest’isola non risiede solo nella bellezza del luogo che offre una riserva marina già dichiarata patrimonio Unesco e spiagge incantevoli.

Ma nel lavoro di Shahida Zubair, una delle poche migliaia di abitanti di questo luogo di 26 ettari, che dopo aver studiato in Gran Bretagna dove ha conseguito una laurea in management delle risorse turistiche e ambientali all’Oxford Brookes University, è tornata a casa per dare vita ad una fattoria di prodotti ortofrutticoli sostenibili e a chilometro zero. All’agricoltura imperante nell’arcipelago maldiviano basata su pesticidi e fertilizzanti chimici, Shahida, dando vita alla Island Organics Pvt.Ltd., ha contrapposto la sua idea di agricoltura sostenibile che sfrutta al massimo lo spazio trasformando un piccolo appezzamento di terreno in una fattoria che produce in ogni stagione frutta e verdura di tutti i tipi.

Diversi i segreti che rendono possibile la coltivazione di melanzane, papaya, banane, cavoli, angurie, banane, mandorle, peperoncino, noci di cocco, cetrioli. Innanzitutto lo sfruttamento delle fonti energetiche naturali. Come quella solare utilizzata per alimentare i generatori. E poi l’utilizzo delle acque piovane dato che alle Maldive a parte la stagione dei monsoni, piove pochissime volte.

«L’acqua è per noi un bene preziosissimo e raro: – ha spiegato Shahida Zubair in una Image by © Sakis Papadopoulos/Robert Harding World Imagery/Corbisvideoconferenza organizzata dall’Università Bicocca di Milano a cui wisesociety.it ha preso parte- Per l’irrigazione sfruttiamo l’acqua dei monsoni raccogliendola in cisterne d’acqua da 2500 litri capienti abbastanza per essere riempite nei mesi estivi durante le precipitazioni. E che poi utilizziamo durante tutto l’anno e nei periodi di scarse piogge».

Importante è il compost di terra in cui piantare i semi. Materiali naturali di facile reperimento sull’isola e che non comportano costi di smaltimento e conseguenze per l’ambiente. «Noi prepariamo il campo con un misto di noci di cocco frantumate, cenere di foglie di palma, scarti verdi, rifiuti organici di animali, alghe marine e spine di pesce che ci vengono forniti dalla fabbrica di mangimi in scatola che si trova vicino a noi. Un compost di qualità che aiuta, tra le altre cose, il terreno a fortificarsi e difendersi contro gli insetti».

Un’azienda a chilometro zero che impiega 12 persone molte delle quali donne e che vende i propri prodotti soprattutto ai resort e agli alberghi turistici che si trovano nell’atollo. E anche agli autoctoni ai quali apre le porte dell’azienda insegnando loro, durante lunghe visite guidate, i segreti di questo tipo di agricoltura. «Il futuro dell’agricoltura è quello che si basa sulle piccole aziende e sulle piccole e agguerrite comunità locali resilienti». Come quella che Shahida sta rendendo più consapevole. Shahida Zubair

Molti sono anche i turisti stranieri che fanno visita interessati a conoscere le tecniche sostenibili utilizzate. E che una volta a casa cercano di coltivare il proprio orto o il proprio balcone con le tecniche apprese.

«Perché – conclude – bisogna creare un nuovo benessere basato sui prodotti naturali che combatta l’uso dei prodotti chimici. La domanda di cibo sostenibile sta crescendo vertiginosamente in tutto il mondo e tutti dobbiamo andare nella stessa direzione per ridurre l’emissione di gas serra».

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