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Le nostre armi contro il Covid? Mini-lockdown, vaccini e monoclonali

Il virologo Fabrizio Pregliasco parla degli strumenti ad oggi veramente efficaci per arginare il Coronavirus e curare i malati, nell'attesa che si possa giungere presto all'immunità di gregge

Maria Enza Giannetto
5 Febbraio 2021

Tra mini-lockdown, zone rosse, arancioni e gialle, attesa di un piano logistico nazionale con i vaccini anti-Covid 19, la lotta italiana contro Coronavirus mette in campo tutte le azioni possibili. E mette in prima linea le competenze dei più grandi scienziati e specialisti del Paese. Tra questi spicca anche il nome del professore Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano (nonché direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi) che Wise Society ha intervistato durante le due giornate (2-3 febbraio) di svolgimento in live streaming di Contagio Congresso scientifico multidisciplinare, promosso in collaborazione con la Presidenza del Consiglio del Comune di Milano e nato nel 2018 da un’idea dell’architetta Natasha Calandrino Van Kleef, esperta di Commissione Cultura e di Commissione ambiente di Municipio 1. Un momento di confronto importante tra gli esperti sul Coronavirus, una malattia di cui si sa ancora poco.

Fabrizio Pregliasco, virologo

Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, è fra i virologi più noti e apprezzati in Italia.

Professor Pregliasco, come sta andando la lotta italiana al virus con la strategia dei mini-lockdown e delle zone?

Quella del lockdown è una strategia che è stata utilizzata per la prima volta al mondo per ridurre e controllare una pandemia. Non esiste, quindi, una manuale scientifico da seguire. Ogni nazione ha anche improvvisato e ha provato a mettere in campo strategie e modalità diverse per mitigare il contagio e ridurre il numero di contatti.  Questo perché, ricordiamoci, soprattutto per questa malattia, ogni contatto interumano in questo momento ancora critico rappresenta un rischio potenziale di contagio. Anche se non esiste una ricetta perfetta e spesso i vari Dpcm sono stati ridicolizzati, in realtà la formula per farci ridurre forzosamente il numero dei contatti è stato il modo migliore per mitigare l’avanzamento dei contagi. Tanto è vero che i vari paesi che non sono ricorsi al lockdown hanno pagato in elevati numeri di morti. Parliamoci chiaramente: per debellare la malattia dovrebbe esserci un lockdown duro, puro e lungo ma che è impossibile sostenere dal punto di vista sociale. Una cosa del genere scatenerebbe la rivolta sociale in molte parti del mondo e qualche fermento di piazza si è già visto. Bisogna, quindi, andare per gradi, prestando sempre attenzione al via libera che, ovviamente, porta tutti a uscire di nuovo. Quando si riaprono le zone bisogna comunque trovare le giuste modalità per contingentare gli ingressi nelle zone più frequentate.

Quindi su che strada bisogna continuare?

Non siamo riusciti con i mini-lockdown a controllare la malattia e a spegnerla del tutto e recuperare il tracciamento. Siamo però riusciti a mitigare la diffusione e a regolare, diciamo, il rubinetto del numero dei casi gravi che arrivano in ospedale. La strada è quella giusta. Come ho detto, non esistono manuali, ma i lockdown permettono di “regolare il flusso” e di far arrivare i malati in modo proporzionato in ospedale, di ridurre l’impatto della malattia sul servizio sanitario nazionale e di curare meglio.

A proposito di cure, cosa sta funzionando?

Non esiste una terapia definitiva e non si riesce a capire ancora con quali terapie e farmaci si può curare il Coronavirus, cosa sia davvero efficace per tutti. Per adesso, ad esempio, è stato utilizzato molto il cortisone, anche in fasi anticipatorie, quando non c’è ancora il debito di ossigeno. Si è visto però che questo non fa sempre bene alle persone perché, in alcuni casi, va persino a peggiorare la situazione. Una via di cura assai utilizzata continua a essere quella con gli  antitrombotici. Purtroppo neanche il remdesivir sta dando grandi risultati. Per il resto è un governo clinico della situazione. La buona notizia, però, è che chi entra in terapia intensiva prima aveva il 50% di possibilità di non venirne fuori, mentre oggi questa possibilità è scesa al 25%.

Cosa può dirci, invece, dei vaccini?

Innanzitutto dico anche che aspettiamo e speriamo negli anticorpi monoclonali. Purtroppo il plasma non ha dato risultati davvero eccezionali, mentre gli anticorpi monoclonali sono un approccio più strutturato. Questa terapia, assieme al vaccino, ci permetterà un approccio a tenaglia contro il Covid. È necessario quindi partire anche con un piano vaccinale davvero preciso che permetta di raggiungere nel più breve tempo possibile una copertura elevata. Questo è l’obiettivo di tutti gli stati, non a caso c’è già penuria perché si sa che chi riuscirà a raggiungere le coperture significative potrà anche pensare presto a ripartire.

Cosa si intende, esattamente, per coperture elevate e quali sono le tempistiche che possiamo aspettarci?

L’obiettivo per l’immunità di gregge, con i relativi richiami, è del 70%. È chiaro, però, che in questa prima fase è ragionevole puntare al 20-30% e alla vaccinazione dei più fragili, diciamo “delle prime file”. Purtroppo però le variabili da considerare per una tempistica sono tre: la disponibilità di dosi, la logistica e la voglia degli italiani di farsi vaccinare.

Le nostre armi sono cambiate?

La nostra arma contro il contagio, in futuro, sarà la vaccinazione e dobbiamo mirare a quella. Per ora possono servire altri mini-lockdown che riduce la capacità di diffusione e ci permette di riprendere le maglie del tracciamento. E poi, non è inutile ripeterlo: è essenziale indossare le mascherine, tenere all’igiene delle mani e mantenere il distanziamento. È importante ricordare che ogni contatto è a rischio potenziale e che il virus circola sempre, soprattutto quando si abbassa la guardia in famiglia e tra conoscenti.

Professore, quando ne usciremo?

Se tutto va come deve andare, tra vaccini, mini-lockdown, anticorpi monoclonali e attenzione da parte di tutti, il prossimo anno potremo finalmente dire che il virus sarà sotto controllo.

Maria Enza Giannetto

>>> LEGGI ANCHE>>> “Contagio”, l’evento in streaming per spiegare il Covid oltre le fake news

 

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