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Ecco perché liberalizzare i brevetti dei vaccini converrebbe a tutti

Guna, eccellenza italiana nel campo dei farmaci a basso dosaggio, ha rinunciato da tempo alla proprietà dei propri brevetti. Il presidente Alessandro Pizzoccaro ce ne spiega le ragioni e perché se Big pharma facesse altrettanto usciremmo prima dalla pandemia

Vincenzo Petraglia
17 Maggio 2021

Nelle ultime settimane il tema dei vaccini anti-Covid-19 è al centro di un dibattito globale molto acceso sull’opportunità o meno di liberalizzarne i brevetti da parte delle grandi case farmaceutiche per dare un’accelerata a quel piano vaccinale che al momento sta procedendo in modo abbastanza spedito nei paesi occidentali, lasciando invece indietro, e non di poco, quelli più poveri.

Una strategia per combattere la pandemia a due velocità che pone non poche questioni etiche, ma anche pratiche, come sottolineano molti scienziati, in quanto vaccinazioni più rapide e su larga scala rappresentano la strada principe per limitare la diffusione delle varianti del virus, visto che, vivendo in una società globalizzata, non saremo mai completamente fuori dalla pandemia finché ogni angolo del pianeta non verrà vaccinato.

Non solo. La condivisione dei brevetti, e non soltanto dei vaccini contro il Sars-Cov-2, potrebbe avere anche molti altri vantaggi, per esempio sotto il profilo dell’innovazione e della ricerca, come ci spiega in quest’intervista Alessandro Pizzoccaro, presidente di Guna Spa, eccellenza italiana nel campo dei farmaci a basso dosaggio di origine biologico-naturale, che da oltre dieci anni ha deciso di rinunciare a ogni protezione brevettuale dei suoi prodotti e processi industriali.

Alessandro Pizzoccaro

Alessandro Pizzoccaro, presidente di Guna SpA.

Si pensava in un primo momento che la terribile pandemia che ci ha colpito potesse insegnarci qualcosa, mettere in discussione seriamente l’attuale modello economico, che evidentemente non funziona. E invece…

Non era necessario che arrivasse la pandemia per accorgersi che il sistema sociale vigente non è umanamente, socialmente, eticamente accettabile. Basti pensare che secondo i dati dell’anno scorso le 26 persone più ricche al mondo detengono la ricchezza della metà più povera (3,8 miliardi di persone). Mentre quasi un miliardo vivono in condizioni di povertà estrema ossia con meno di 1,90 dollari al giorno. E che ogni minuto al mondo muoiono 5 bambini a causa della malnutrizione. Se questi numeri non ci toccano il cuore quanto meno devono arrivare alla mente e farci pensare che l’attuale modello economico prima o poi non potrà che esplodere o implodere con imprevedibili conseguenze anche su di noi, minoranze privilegiate. Mi domando, ma ho seri dubbi, se questa pandemia stia mettendo in crisi le coscienze e le menti dei decisori evidenziando come oggi il mondo sia terribilmente interconnesso e ogni evento, sanitario, ambientale, sociale possa avere ripercussioni immediate a livello planetario. 

La guerra per i vaccini mossa dagli interessi delle grandi aziende farmaceutiche e dagli egoismi nazionali sta andando in tutt’altra direzione.

Dopo la presa di posizione di Biden di liberalizzare temporaneamente le licenze sui vaccini si è aperto un dibattito particolarmente acceso perché il discorso vaccini implica una serie molto articolata e complessa di argomenti che toccano lo stesso concetto di brevettualità ma anche la ricerca, il know how dei processi produttivi e la concorrenza. Forse per semplificare conviene partire dal particolare per arrivare al generale. Partiamo quindi dal nostro caso concreto. Alla scelta di Guna circa dieci anni fa, di affrancarsi dai vantaggi e dai vincoli dei brevetti.

Perché questa scelta?

Perchè Guna, pur conscia che obiettivo delle aziende sia quello di fare business, è convinta che l’istituto della protezione brevettuale, nato solo, ricordiamoci, nel non lontano 1852 in Inghilterra, sia uno strumento non adeguato al tempo presente e che, al contrario, rappresenti un freno allo sviluppo della ricerca e dell’evoluzione naturale della società. E questo non vale solo in relazione ai vaccini ma a tutto l’ambito della ricerca, soprattutto farmaceutica, se concordiamo col fatto che la salute sia un valore primario.

Oggi, nell’epoca di Internet, con le informazioni che viaggiano in tempo reale, le invenzioni e le scoperte di nuovi farmaci avvengono grazie allo scambio dei lavori di ricerca di milioni di ricercatori in tutto il mondo. È illogico quindi proteggere, e per ben venti anni, il più fortunato o il più abile che ha saputo realizzare lo step finale, certo, innovativo, ma frutto solo conclusivo del lavoro di tanti altri ricercatori.

Secondo noi, anche sulla base delle esperienze vissute in prima persona, le energie che le aziende dedicano alle innumerevoli registrazioni di brevetti, di cui solo una minima parte ha una ricaduta pratica in prodotti, sarebbero meglio impiegate alla messa a punto di prodotti e di farmaci, frutto della ricerca condivisa, che, spogliati dalla rendita di posizione monopolistica brevettuale, costerebbero all’utente finale, tra l’altro, molto meno.
D’altronde le aziende che sono state abili ed innovative a realizzare nuovi prodotti e nuove modalità produttive godranno comunque un vantaggio temporale rispetto ai concorrenti meno attenti. È questo vantaggio temporale che rappresenta la vera e più opportuna protezione legata alle proprie abilità innovative.

provette

Foto: Bill Oxford / Unsplash.

Per queste ragioni Guna ha scelto di non prevedere, per l’intera gamma dei farmaci di propria produzione e per i propri processi produttivi industriali, nessun tipo di protezione brevettuale. Ha scelto il No patent. Guna ha fatto una sua scelta individuale: consapevole, meditata e razionale, convinta che sia un vantaggio per tutti, aziende e pazienti, l’utilizzo di risorse ed energie dedicate ad una ricerca scientifica libera e condivisa, anziché dedicate alla protezione ossessiva, spesso controproducente, di conoscenze e saperi legate al passato.

Di fatto, noi interpretiamo la logica brevettuale come una pesante zavorra che blocca il naturale impulso dinamico all’evoluzione di nuove conoscenze e soffoca il vero stimolo alla ricerca che dovrebbe essere quello di anticipare i tempi delle innovazioni rispetto alle ricerche della concorrenza. Noi siamo convinti che la nuova logica del terzo millennio dovrebbe superare questa visione per entrare nell’epoca della condivisione dei saperi.

Qual è stato per Guna il ritorno di una tale coraggiosa scelta?

Il ritorno di immagine è stato prossimo allo zero in quanto la nostra proposta evidentemente dai media è stata ritenuta o irrilevante o pericolosa da diffondere magari per non urtare certi rapporti o equilibri. Invece al nostro interno è senz’altro positiva perchè ha liberato risorse ma anche approcci mentali non condizionati dalla necessità di dover nascondere chissà quali segreti.

Peraltro questa decisione riguarda anche i vostri prodotti editoriali, liberi dal copyright…

Vero.  Tutte le ns pubblicazioni sono copyleft, ossia ogni libro o articolo (inclusi gli studi scientifici promossi da Guna) è a circolazione gratuita, senza necessità di preventiva autorizzazione, purchè venga citata la fonte. Anche questa scelta è legata alla nostra consapevolezza di vivere in un mondo dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce e superano di fatto ogni artificiosa barriera. Sia chiaro, però, che noi garantiamo i diritti di copyright ai nostri autori così come riteniamo sia doveroso mantenere la protezione dei marchi con il trade mark. 

Stabilimento GUNA

Guna, eccellenza italiana nel campo dei farmaci a basso dosaggio, da dieci anni ha rinunciato alla proprietà dei propri brevetti.

Molti probabilmente si arroccano sulla protezione delle loro idee e prodotti, perché pensano che condividere significhi perdere guadagni e competitività rispetto alla concorrenza…

Come dicevo il vero valore aggiunto nelle innovazioni è il know how che si genera e che consente dei vantaggi temporali nei confronti della concorrenza. Lo stesso argomento che viene usato per difendere la brevettualità dei vaccini è contradditorio, se non autolesionista. Si dice, infatti, che la liberalizzazione dei brevetti non servirebbe ad aumentare la produzione perché solo poche ditte ne detengono il know how. Appunto il brevetto non c’entra. Allora perché Big pharma insiste nel proteggere la brevettualità?  Lo fa perché ha paura che si apra un varco anche per gli altri prodotti farmaceutici. 

Ripeto il vero stimolo alla ricerca è l’individuazione di soluzioni nuove grazie alle quali si ottengono veri vantaggi concorrenziali. Ma c’è un altro argomento importante: un ruolo molto importante già oggi e che dovrebbe diventare fondamentale ancora di più nel futuro è la ricerca finanziata dalle istituzioni pubbliche finalizzata alla ricerca di diagnostiche e terapie di interesse generale e non subordinate alla ricerca immediata del profitto.

Quale potrebbe essere il vantaggio per tutti, anche per gli stessi colossi farmaceutici, se si decidesse di rendere liberi i brevetti dei vaccini?

Se è vero, come io penso, che l’istituto del brevetto sia legato alle logiche industriali del 19° secolo e che oggi nell’epoca della condivisione in tempo reale di tutti i dati scientifici la protezione di conoscenze acquisite non abbia più senso, in ambito farmaceutico, ciò ha ancora meno senso. Siamo in un ambito, infatti, quello della salute, che essendo un bene primario non può che essere messo a disposizione di un numero il più ampio possibile di popolazione. Di conseguenza il brevetto sui farmaci, non solo sui vaccini, dovrebbe essere, a prescindere, eliminato dall’ambito farmaceutico.  Tanto più che Big pharma gode già di una serie di vantaggi eccezionali frutto anche di una attività storica di grande qualità e costante da parte della lobby farmaceutica. Buona parte della ricerca è finanziata dagli Stati o da fondazioni private e istituzionali. Buona parte dei farmaci prodotti ha la garanzia di venire acquistata o rimborsata direttamente dallo Stato. Il caso dei vaccini è eclatante. Gli Stati ne hanno finanziato la ricerca, hanno velocizzato in modo inusuale l’autorizzazione all’immissione in commercio, li hanno comprati, in molti casi, a prezzi esagerati, la produzione di chi detiene i brevetti è insufficiente e gli utili da vaccini crescono a livello esponenziale.

Cosa dovrebbero e potrebbero fare i governi per cambiare questo stato delle cose?

Dovrebbero fare due cose difficilissime: liberarsi dai condizionamenti lobbistici e cambiare il paradigma di interpretazione della salute, che dovrebbe entrare in una visione sociale e non solo privatistica. D’altronde anche la Difesa, la sicurezza interna, le tutele sociali e pensionistiche non sono a gestione privatistica. La salute non rappresenta un valore altrettanto fondante la società?

Nel vostro settore, fatto cento, qual è la percentuale a livello italiano e mondiale, se c’è una statistica al riguardo, delle aziende che decidono di fare una scelta di condivisione come la vostra?

Certamente queste visioni sono condivise da un numero crescente di imprenditori in tutto il mondo. Non saprei però fare una statistica

vaccini

Foto: Spencer Davis / Unsplash

Cosa ne pensa del PNRR? Crede sia sufficientemente coraggioso?

Il PNRR al momento è una enciclopedia con ancora tutte le pagine bianche. Quando verranno implementati i progetti allora si potranno fare valutazioni sensate. 

Secondo alcuni affronta in modo vecchio sfide nuove…

Temo proprio di si. Se non si tiene conto del problema di fondo del nostro vivere sociale che è la disparità di ricchezza a livello globale e, parallelamente l’emergenza ambientale, vorrebbe dire che i nostri politici, contrariamente a quello che dovrebbe essere il loro ruolo non sanno interpretare la vera realtà del tempo presente… L’Europa potrebbe e dovrebbe farsi protagonista di un nuovo Rinascimento culturale, sociale e politico ricca come è del patrimonio della tradizione giudaico-cristiana e degli ideali ottocenteschi condensati dalla triade liberté, égalité, fraternité, il tutto reinterpretato alla luce di un mondo globalizzato e interconnesso e che cambia a velocità esponenziale. Oggi vedo solo un leader che è apertamente a favore di un radicale cambiamento dello status quo: il Papa, ma se anche i politici ed i decisori che si dicono cristiani praticanti, di fronte agli appelli per una gestione solidale ed ugualitaria, non danno alcun seguito pratico e politico, oltre a fare una pessima figura di incoerenza e ipocrisia, ci danno poche speranze di un reale cambiamento

Capitolo ricerca: pensa sia sufficiente quanto ci si propone all’interno del PNRR per sanare il gap dell’Italia nei confronti degli altri paesi occidentali?

Le vere risorse di un Paese sono le risorse umane. Buona parte dei finanziamenti dovrebbero essere destinate alla formazione di ricercatori preparati e competenti che peraltro già esistono, ma che fuggono all’estero perché non remunerati e valorizzati in modo adeguato e privi, in Italia, di strutture adeguate.

Cosa avrebbe potuto e dovuto insegnarci la pandemia?

Avrebbe appunto dovuto aprirci gli occhi sulla necessità di considerare la salute un bene sociale, universale e non privatistico ed aprirci gli occhi sulla necessità di prevenire le prossime epidemie focalizzandoci sugli aspetti ambientali ed ecologici oltre a ridurre immediatamente e strutturalmente le disparità economiche e sociali a livello planetario. Altrimenti prima o poi non potremmo che andare incontro ad un crash globale.

Come vede il futuro dell’Italia alla luce dell’emergenza che stiamo attraversando?

Mi auguro che i fondi del PNRR vengano utilizzati al meglio per ridare slancio alle enormi potenzialità inespresse del nostro Paese
.

Quali sono i prossimi obiettivi di Guna?

Noi vorremmo diffondere molto meglio e maggiormente la nostra visione di salute e di malattia e far sì che i nostri farmaci low dose vengano sempre più utilizzati grazie all’efficacia provata dalla pratica quotidiana, ma soprattutto dai sempre più numerosi studi clinici e di base che stiamo svolgendo con grande soddisfazione. Inoltre vorremmo espandere il nostro export al 50% del fatturato entro i prossimi cinque anni. 

È stato di recente nominato Cavaliere della Repubblica. Cosa significa per lei un riconoscimento di questo tipo?

Il riconoscimento per aver dato un contributo al miglioramento della salute e del benessere di un numero crescente di persone grazie ad un grande impegno lavorativo e alla realizzazione di idee e visioni innovative che si sono concretizzate nella produzione di farmaci e prodotti unici, efficaci e senza effetti collaterali oltre che alla diffusione di una visione dell’uomo/paziente inteso come globalità di corpo, mente, emozioni e spirito.
 
Una società più saggia, “wise” appunto, su quali fondamenta dovrebbe poggiare secondo lei?

Su degli uomini ispirati nelle loro azioni e nei loro sentimenti dallo spirito della condivisione e della compassione verso gli altri.

Vincenzo Petraglia

>>> LEGGI ANCHE >>>Silvio Garattini: liberalizzare i brevetti dei vaccini per uscire prima dalla pandemia <<<

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