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Coronavirus, priorità e scelte: così la quarantena ci ha cambiati

Covid-19, crisi socio-sanitaria, lockdown, fase 2, ripresa. Elementi che hanno scatenato dentro di noi ansie e nuovi bisogni che potrebbero influenzare le nostre scelte. Con non poche insidie, tipiche dei periodi di forte cambiamento

Marzia Terragni*
19 Maggio 2020

Nella rigida quarantena che ci siamo appena lasciati alle spalle, ma anche nella fase 2 da poco cominciata di lento allentamento del lockdown, stiamo assistendo allo sviluppo di nuove riflessioni di stampo esistenziale.

È facile leggere sui social post di persone che inneggiano all’importanza morale di quanto sta avvenendo, immaginando che, a pandemia finita, le persone ne usciranno cambiate, più consapevoli di “ciò che conta veramente” e con un’idea del tutto diversa delle proprie priorità.

Quarantena e fase 2, un periodo per ristabilire nuove priorità

Se da tutto questo riuscissimo a ricavarne una più sviluppata sensibilità, o una capacità di fare scelte basate su motivazioni profonde, il dolore che abbiamo provato non sarebbe stato invano.

Succede, però, che ognuno di noi si trovi nel frattempo a fare i conti con la ridefinizione delle proprie priorità e dei propri bisogni, rendendosi conto di quanto queste necessità siano mutate e siano sostanzialmente nuove rispetto a ciò a cui si dava peso e attenzione solo pochi mesi fa.

E questo, in fin dei conti, è “normale: la nostra mente, di fronte all’emergenza, si riadatta. Semplificando, in un momento come quello che abbiamo vissuto (e che stiamo tuttora vivendo) aumenta la produzione del cortisolo (il cosiddetto ormone dello stress) che, a sua volta, alza i livelli di glicemia e grassi nel sangue così da mettere a disposizione dell’organismo l‘energia di cui necessita per “reagire”, amplificando temporaneamente alcune nostre capacità, come quelle legate al processo delle informazioni.

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Foto: Jason Wong / Unsplash

Prendere decisioni in quarantena: il lockdown che “offusca” la mente

Il modus operandi descritto poco fa ha un “costo”, in termini di dispendio energetico. È pertanto necessario, dopo l’emergenza, poter godere di un periodo di riposo affinché mente e corpo si rilassino. Se ciò però non avviene in tempi sufficientemente brevi, il rischio è quello di sfociare in stati d’ansia e/o depressivi e in sindromi da disturbi post-traumatici da stress.
Cosa succede se questo non avviene? In una condizione così alterata rispetto al consueto funzionamento del nostro cervello, il rischio è quello di fare scelte che possono sembrare funzionali nel momento presente, ma che rischiano di non esserlo più a emergenza passata.

Tornare a relazioni d’amore ormai finite

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Foto: ONU / Unsplash

La condizione di isolamento e solitudine continua e forzata spinge naturalmente a desiderare la compagnia e il contatto, amplifica i bisogni affettivi di sicurezza e protezione e questo induce molte persone single a ricercare una relazione privilegiata.
E visto che, ovviamente, è piuttosto difficile creare tale legame dal nulla, i più si rivolgono a persone sufficientemente vicine, così da rendere possibile una connessione “speciale”.
Capita che, in alcuni casi (decisamente in crescita), ciò che viene percepito come il rapporto maggiormente significativo e affine a questo bisogno che si fa strada, sia quello con un ex-partner, magari laddove la rottura sia ancora recente e di conseguenza i ricordi di un’intimità e una vicinanza che caratterizzavano la quotidianità ancora vivi.

Viene da obiettare che, se ci si è lasciati, i ricordi saranno prevalentemente negativi, ma queste sono riflessioni puramente razionali che in realtà differiscono dal reale funzionamento della nostra memoria selettiva, la quale, per “sopravvivere”, dimentica più velocemente gli episodi negativi, mantenendo per un tempo più lungo quelli maggiormente piacevoli.

E così abbiamo ex-coppie che, col protrarsi della quarantena, sentono sempre più faticoso il peso della solitudine e rimpiangono la convivenza, lo stare in relazione, minimizzando – se non negando – i problemi che c’erano e che hanno portato alla scelta separativa.
Il rischio è allora quello dell’idealizzazione del ritorno a una situazione pre-emergenza, come se il ripristinare quella relazione possa rimetterci in contatto con quella “normalità” di cui ora si sente fortemente la mancanza.

La ricerca del cambiamento da parte degli adolescenti

Psicoterapeuta Marzia Terragni

Marzia Terragni, psicologa, psicoterapeuta familiare ed esperta in Mindfulness

E non è l’unico fenomeno cui stiamo assistendo in questo periodo. Il vissuto – più o meno inconscio – di disagio che si prova in questa condizione – in cui si sente impedita la propria libertà, anche adesso in piena fase 2, dove non siamo ancora tornati alla nostra piena normalità, e cresce il senso di frustrazione e impotenza – può produrre l’illusione che apportando qualche cambiamento sostanziale all’interno della propria vita, potrà essere raggiunto uno stato di maggior benessere.
Ciò risulta particolarmente vero in soggetti, come gli adolescenti, con una forte componente di narcisistica onnipotenza che si sta traducendo in richieste e ipotesi progettuali, sempre più frequenti, di voler cambiare scuola, quando non collocamento abitativo (in caso di figli di genitori separati). Come se, modificando una variabile (importante) della propria quotidianità si immaginasse di mettere fine all’insoddisfazione e alla fatica che si stanno sperimentando.

È il bisogno di sentire di “avere il potere”, di scegliere, di determinare la propria vita, di non essere in balia di qualcosa che non si può controllare.

È sensato fare cambiamenti in quarantena?

Il consiglio in tutti questi casi, soprattutto laddove la presa di decisione comporterebbe un cambiamento sostanziale della propria vita, è quello di sfruttare il periodo di quarantena per approfondire riflessioni e ipotesi, magari tenendo un diario in cui appuntarle (cosicché sia poi possibile rileggerle in un momento di minor attivazione emotiva), ma di rinviare qualsivoglia scelta a un futuro prossimo, quando sarà stato possibile riappropriarsi di una nuova stabilità ed equilibrio.
Del resto, spesso, soprattutto nei periodi di incertezza, è meglio fermarsi prima di agire, così che poi l’agire stesso sia più consapevole e meno impulsivo.
Come diceva Lao Tzu: “Pratica il non fare e ogni cosa andrà a posto da sola”.

Marzia S. Terragni, psicologa, psicoterapeuta familiare, esperta in Mindfulness

Instagram: psicoterapeutamarzia

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