Wise Society : Lo spreco di cibo affama il pianeta

Lo spreco di cibo affama il pianeta

di Francesca Tozzi
30 Novembre 2012

Oltre il 30% del cibo prodotto ogni anno finisce nella spazzatura: 1,3 miliardi di tonnellate che coprirebbero quattro volte le necessità alimentari di 868 milioni di affamati. Il vero problema non è la mancanza di cibo ma la sua accessibilità

Il nostro pianeta è diviso a metà a causa di un paradosso alimentare: nella parte meno sviluppata ogni anno 36 milioni di persone muoiono per mancanza di cibo mentre nell’altra, la privilegiata, sono 29 milioni a morire ma per cause connesse all’eccessiva alimentazione, per il sovrappeso e l’obesità ma anche per la scelta quotidiana di alimenti che alla lunga diventano veleni per il corpo. Quindi il vero problema non è la mancanza di cibo ma la sua accessibilità.

Oltre il 30% del cibo prodotto ogni anno finisce nella spazzatura: si tratta di avanzi, prodotti non freschissimi ma ancora buoni, cose in più acquistate e poi dimenticate in frigo, magari di frutti con qualche ammaccatura, insomma parliamo di cibo perfettamente commestibile che invece di essere in qualche modo utilizzato viene gettato via.

Non è poco: lo spreco alimentare pesa ogni anno circa 1,3 miliardi di tonnellate e basterebbe a coprire per quattro volte le necessità alimentari di 868 milioni di affamati e denutriti. A fronte di questi, oggi nel mondo le persone obese o in sovrappeso sono circa 1,5 miliardi il che vuol dire che per ogni persona denutrita ci sono due persone in sovrappeso. Insomma i Paesi sviluppati hanno uno stile di vita che non è più sostenibile: nel 2050, considerando l’incremento demografico, servirebbero tre pianeti per mantenere le stesse abitudini.

Gli impatti economici e sociali dello spreco alimentare sono stati al centro di una sessione del quarto International forum on food and nutrition del Barilla Center for Food & Nutrition a Milano, presso l’Università Bocconi. Ai lavori hanno partecipato esperti del calibro di Andrea Segrè presidente di Last Minute Market e direttore del dipartimento di scienze e tecnologie agroalimentari all’Università di Bologna e Jan Lundqvist, Senior Scientific Advisor presso lo Stockholm International Water Institute (SIWI) ma anche Selina Juul, fondatrice di Stop Wasting Food e Danielle Nierenberg, project director del progetto Nutrire il pianeta del WorldWatch Institute.

Produciamo a sufficienza per sfamare tutti

 

Il problema è però più complesso di quanto sembri perché non si limita al bidone della spazzatura ma coinvolge tutta la filiera agro-alimentare, dalla produzione al consumo domestico. Nei Paesi sviluppati gli sprechi si concentrano a valle e sono legati a cattive abitudini di acquisto e di consumo, in pratica sono soprattutto sprechi domestici perché, invece, la distribuzione è diventata sempre più efficiente anche riducendoli.

Nei Paesi in via di sviluppo il 33% degli sprechi si concentra, invece, a monte: le perdite in agricoltura sono ancora elevate perché non ci sono le tecnologie e le attrezzature necessarie a proteggere le colture; mancano poi le infrastrutture per lo stoccaggio e i trasporti per cui un’altra buona percentuale non raggiunge i mercati. A evidenziarlo nella sua relazione è Jan Lundqvist, ricercatore esperto in politiche per la gestione delle risorse idriche, sicurezza alimentare e analisi della catena alimentare.

Non tutti sanno che negli ultimi quaranta anni il numero dei sottonutriti è progressivamente diminuito mentre in parallelo, in particolare dal ’95 in poi, sono aumentati la produzione di cibo pro capite e i malnutriti (in sovrappeso, con sindrome metabolica, diabete e altre patologie legate all’alimentazione). La produzione agricola mondiale annua è cresciuta con un ritmo del 2,3% mentre la popolazione del 1,2% all’anno il che vuol dire che si produce più cibo rispetto al numero delle bocche da sfamare. Il problema è che, non solo questo non viene distribuito equamente, ma delle circa 4500 chilokalorie disponibili pro capite al giorno meno della metà arriva al consumo: c’è quindi un divario fra cibo agricolo, cibo disponibile sul mercato e cibo assunto (circa 2000 kcal pro capite).

Perché? Non sarà forse anche perché nei Paesi OCSE 1/3 del cibo viene usato per l’allevamento? Ecco un altro bel paradosso: oggi il 32,9% dei cereali diventa mangime per animali, percentuale destinata a salire al 33,6% (+2,1%) nel 2020. Nello stesso lasso di tempo la percentuale di cereali usata per produrre biocarburanti aumenterà del 15%, passando dal 6,6% al 7,6%. E i cereali destinati all’alimentazione umana? Diminuiranno del 3,9% passando dal 47,4% al 45,6%. Non c’è quindi da stupirsi se più voci indicano nella riduzione della carne l’unica via per la sostenibilità alimentare. L’allevamento consuma molta acqua. Jan Lundqvist ricorda l’importanza dell’impatto della produzione alimentare sul sistema idrico: in media 4500 litri pro capite al dì dato che in media ci vuole un litro d’acqua per produrre una chilokaloria. Dal 1900 al 2000 l’uso dell’acqua è aumentato di 6,8 volte, molto al di sotto della crescita economica ma comunque il doppio rispetto all’aumento della popolazione, il che significa che consumiamo ancora troppa acqua.

Come se ne esce?

 

La Fao stima che le necessità alimentari al 2050 richiederebbero un aumento nella produzione agricola del 70%, considerati l’incremento previsto della popolazione umana (che dovrebbe raggiungere per quell’anno i 9,3 miliardi di abitanti) e i cambiamenti attesi nella dieta e nei livelli di consumo associati all’incremento dell’urbanizzazione. Ma dovremmo aumentare l’utilizzo delle risorse idriche del 25%. Ci sarà acqua a sufficienza? L’attuale situazione associata al problema del cambiamento climatico (la temperatura potrebbe aumentare di 4 gradi entro la fine del secolo) fa prevedere un’accelerazione dei fenomeni naturali estremi e della siccità che andrebbe a impattare soprattutto sull’Africa settentrionale, il Medio Oriente, l’Asia Centrale ma anche alcune parti della costa Ovest degli Stati Uniti. Non abbiamo certo bisogno di altre guerre per accaparrarsi le risorse del sottosuolo.

La soluzione non è o non è solo nell’aumento della produzione di cibo né nella riduzione dei consumi: entrambe queste strategie non basteranno se i Paesi occidentali non metteranno mano ad alcune cattive abitudini legate alla spesa alimentare: «Non è vero che se si consuma di meno si spreca di meno – sottolinea Andrea Segrè – infatti al calo dei consumi dovuto alla crisi è seguita una diminuzione dei rifiuti ma la percentuale di spreco nella spazzatura è sempre uguale. La grande distribuzione ha raggiunto ormai alti livelli di efficienza mentre gli anelli deboli rimangono l’agricoltura e lo spreco domestico. Sul secondo possiamo intervenire. Non serve comprare di meno quanto piuttosto mangiare meglio e pianificare la spesa: di solito si fa a stomaco vuoto assecondando l’acquisto d’impulso e riempiendo il carrello di promozioni invece di comprare le cose che servono davvero. Il risultato è che il nostro frigorifero si riempie e diventa una sorta di tomba dove far scadere gli alimenti. Non sempre guardiamo la data di scadenza e a volte gettiamo del cibo non freschissimo ma ancora consumabile. Dovremmo anche rivedere la porzioni e imparare a cucinare con gli avanzi. La cucina popolare insegna che gli scarti si possono usare per realizzare ricette buone e sane».

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