Wise Society : Claudia Sorlini: «La partita della nutrizione globale si vince in tre mosse»
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Claudia Sorlini: «La partita della nutrizione globale si vince in tre mosse»

La presidente del comitato scientifico di Expo 2015 mette sul tavolo i temi di discussione dell'evento: «Occorre trovare l'equilibrio tra sprechi, produzione e utilizzo del suolo»

Fabio Di Todaro
14 aprile 2015

Claudia SorliniPer oltre trent’anni è stata una microbiologa agraria impegnata nei laboratori dell’Università di Milano negli incroci tra specie vegetali, negli innesti di geni e nella selezione delle specie produttive. Oggi Claudia Sorlini si trova nel guado: tra il mondo accademico e la politica, con cui si confronta quotidianamente in qualità del presidente del comitato scientifico di Expo 2015. Nessuna più di lei è autorizzata a intervenire sui temi più caldi dell’attualità scientifica: dal dibattito sugli organismi geneticamente modificati allo sfruttamento delle terre, dalla necessità di aumentare la produzione di cibo all’opportunità di creare alimenti in laboratorio. WiseSociety.it l’ha incontrata nel corso della nona edizione di NutriMI, il forum di nutrizione pratica svoltosi nei giorni scorsi a Milano.

Professoressa Sorlini, di carne a cuocere ce n’è già abbastanza.

Expo è alle porte e i diversi fronti sono già squadernati sul tavolo. Con tre priorità: occorre incrementare la produzione alimentare e ridurre gli sprechi, senza toccare ulteriormente il suolo. Non è possibile disboscare ancora per aumentare la superficie coltivabile. Né si può andare avanti ancora con il saccheggio delle terre, che in Africa ha già raggiunto livelli preoccupanti. Expo partirà da questa necessità: trovare una soluzione attuabile che sia a metà strada tra l’intensificazione sostenibile e lo sviluppo ecologico.

È convinta che si riuscirà a trovare una risposta a tutti questi quesiti?

L’obiettivo è concentrare per sei mesi a Milano tutti gli attori chiamati a dire la loro: referenti scientifici e istituzionali, rappresentanti politici, economisti e consumatori. Agli scienziati toccherà fornire le idee, ma tutti assieme dovremo verificare la loro fattibilità.

Image by © Keren Su/CorbisSi tratta di elaborare una nuova strategia di sviluppo da adottare su scala mondiale.

Sì, perché non ci sono alternative. Ma per farlo non dobbiamo inventarci tutto. Una soluzione prevede la valorizzazione della biodiversità, perché ci sono diverse varietà alimentari che oggi non conosciamo o non sfruttiamo appieno. Penso alla quinoa, pseudocereale adatto anche per i celiaci e già disponibile nei supermercati. O agli insetti: costa poco produrli, sono costituiti per il 60% da proteine, potrebbero essere allevati in spazi ridotti. Senza dimenticare alghe e microalghe, che vedremo sempre più spesso sulle nostre tavole.

Come si può incrementare la resa delle terre coltivate?

La partita si può vincere in tre mosse. La prima deve comportare una riduzione delle perdite, se in Egitto nei mesi estivi si butta il 60% dei raccolti di frutta e verdura perché non conservate correttamente. La seconda passa dall’identificazione di specie vegetali in grado di crescere in condizioni ambientali di stress, come la siccità o le alluvioni. Per fare ciò occorre utilizzare tutte le tecniche che abbiamo a disposizione: dagli incroci mirati alle tecniche del Dna ricombinante. Infine occorre portare alla luce quella ricchezza straordinaria che si cela nel sottosuolo di buona parte dell’Africa.

Una maggiore diffusione degli organismi geneticamente modificati rappresenterebbe una soluzione concreta?

Non appartengo alla categoria di scienziati che li sostiene in assoluto. È vero che dal 1996 a oggi la superficie mondiale coltivata a ogm è raddoppiata, ma lo è altrettanto il riscontro che in vent’anni nessuna nuova pianta si è affermata su larga scala. Parlando di ogm, oggi ci si riferisce principalmente a soia, mais, colza e cotone, mentre tutte le altre produzioni – dalla barbabietola da zucchero alla papaya, dalle zucchine ai pomodori – non hanno garantito vantaggi notevoli. Secondo gli economisti la soluzione da adottare per garantire un più equo accesso al cibo non risiede negli ogm.

Image by © Nigel Hicks/National Geographic Creative/CorbisL’Africa è una miniera di nutrienti, diceva: si possono portare alla luce senza sfruttare le popolazioni locali?

Di sviluppo sostenibile si parlava già nella convenzione sulla biodiversità stipulata a Rio de Janeiro nel 1992, ma di fatto resta ancora molta strada da percorrere. I vantaggi devono essere distribuiti tra chi possiede la risorsa, quasi sempre territori poveri ma molto fertili, e chi trae profitto. Invece ancora oggi assistiamo a forme di land grabbing sfrenate, favorite dalla bulimia delle potenze mondiali e dalla corruttibilità dei governi locali. Quasi il 50% degli investimenti in agricoltura nei Paesi africani – riguardanti le produzioni di cereali e biocarburanti – non apportano alcun beneficio agli indigeni.

Ci sono esempi di colonizzazione agricola sostenibile?

Sì, in Sud America, dove le popolazioni locali vengono coinvolte nelle produzioni di mais, frumento e riso. Dalla gestione delle aree alla formazione scientifica: così tutti traggono benefici, non soltanto economici, dall’agricoltura intensiva. Basterebbe, poi, ridurre la produzione di biocarburanti e utilizzare le terre per incrementare i raccolti. Un passo avanti, però, dovrebbero farlo anche le popolazioni africane. Fino a quando in molti Paesi non esisterà un catasto che certifichi la proprietà delle terre, lo Stato le usurperà per venderle o affittarle ad altre potenze. La rinascita di questi popoli passa dalla fortuna su cui camminano ogni giorno, spesso senza rendersene conto.

Twitter @fabioditodaro

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