Parlamento europeo e Consiglio hanno siglato un accordo per liberalizzare parzialmente le tecniche di evoluzione assistita (TEA) in agricoltura, finora equiparate agli OGM.
Avanti tutta per l’introduzione delle nuove tecnologie genomiche (NGT): il 4 dicembre, infatti, il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo politico provvisorio che liberalizza parzialmente il loro impiego in agricoltura, superando l’attuale normativa che le equipara in tutto e per tutto agli organismi geneticamente modificati (soggetti a una normativa rigidissima che, di fatto, rende impossibile o quasi coltivarli). Per l’ufficialità mancano all’appello l’approvazione in Consiglio Ue, dove siedono i ministri dell’Agricoltura dei 27 Paesi membri, e il voto di ratifica del Parlamento europeo.

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Cosa sono le nuove tecnologie genomiche e che differenza c’è con gli OGM
Per comprendere appieno la portata di questa novità, bisogna innanzitutto chiarire cosa sono le nuove tecnologie genomiche. Tanto più perché la terminologia può creare una certa confusione. L’espressione new breeding techniques (NBT) fa da ombrello a tutte le moderne tecnologie di miglioramento genetico. Un suo sottoinsieme è costituito dalle nuove tecnologie genomiche (NGT), strumenti che permettono di intervenire “chirurgicamente” sul DNA di una pianta, in modo molto più mirato rispetto agli OGM tradizionali. A loro volta, le nuove tecnologie genomiche sono divise in due categorie.
- Le NGT1, in italiano spesso chiamate tecniche di evoluzione assistita (TEA), si contraddistinguono perché non prevedono l’introduzione di geni estranei alla specie: in sostanza, si accelerano artificialmente le mutazioni genetiche che sarebbero potute avvenire anche in natura, ma in modo causale e con tempi ben più lunghi.
- Le NGT2, al contrario, derivano da un editing più complesso che comprende ad esempio l’introduzione di geni esterni, modifiche multiple che non potrebbero verificarsi naturalmente e la riscrittura estesa di tratti genomici
Ma quali sono le differenze fra nuove tecnologie genomiche e gli OGM tradizionali? Gli OGM tradizionali sono organismi in cui viene inserito DNA proveniente da altre specie (per esempio un gene batterico introdotto in una pianta) generando combinazioni genetiche che non potrebbero comparire spontaneamente in natura. Sono modifiche permanenti e non riproducibili tramite incroci naturali, motivo per cui sono regolate da una normativa europea molto stringente, definita negli anni ’90.

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NGT: cosa prevede l’accordo tra Parlamento e Consiglio
Proprio sulla distinzione tra NGT1 e NGT2 si gioca la decisione presa da Parlamento europeo e Consiglio. Le prime, di fatto, vengono equiparate alle piante convenzionali. Il che significa che l’etichettatura sarà prevista soltanto per le sementi o altro materiale riproduttivo vegetale, ma non per piante e prodotti. Detta diversamente, gli agricoltori saranno liberi di fare a meno delle sementi modificate geneticamente e di segnalarlo. Negli scaffali dei fruttivendoli o dei supermercati, però, la frutta o la verdura ottenuta tramite queste tecniche di editing genetico saranno vendute insieme alle altre, senza distinzioni.
Le piante NGT di categoria 1 non potranno vantare determinate proprietà, come la tolleranza agli erbicidi e la “produzione di una sostanza insetticida nota”. Queste ultime saranno invece appannaggio delle piante NGT2, con modifiche genomiche più complesse o distanti da quelle naturali, che resteranno equiparate agli OGM e dunque etichettate di conseguenza. Gli Stati membri avranno facoltà di vietare la loro coltivazione e anche la possibilità di contaminazione accidentale.
Le norme sui brevetti restano disciplinate dalla direttiva europea sulle biotecnologie, ma il nuovo regolamento sulle tecniche genomiche introduce alcune misure specifiche per rispondere alle preoccupazioni di agricoltori e selezionatori riguardo alla proprietà intellettuale.
Quando una società o un selezionatore richiede la registrazione di una pianta o di un prodotto NGT1, deve dichiarare tutti i brevetti esistenti o pendenti relativi a quella varietà. Queste informazioni saranno raccolte in una banca dati pubblica, così da garantire trasparenza lungo la filiera. Su base volontaria, i titolari dei brevetti potranno inoltre segnalare la disponibilità a concedere licenze a condizioni eque, facilitando l’accesso alle tecnologie da parte degli operatori più piccoli.
Per monitorare l’evoluzione del sistema, Parlamento e Consiglio hanno concordato anche l’istituzione di un gruppo di esperti sui brevetti. A un anno dall’entrata in vigore del regolamento, la Commissione pubblicherà uno studio sull’impatto in termini di innovazione, disponibilità di sementi per gli agricoltori e sulla competitività dell’industria europea della selezione vegetale, indicando eventuali misure correttive o iniziative legislative necessarie.

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Il precedente sulle NGT: lo studio della Commissione europea nel 2021
Già nel 2021 ha fatto molto discutere uno studio in cui la Commissione europea afferma che la nuove tecnologie genomiche hanno il potenziale per contribuire ad un sistema alimentare più sostenibile, inserendosi dunque nel solco del Green Deal europeo e della strategia Farm to Fork. E che, pur essendo formalmente inquadrate all’interno della legislazione sugli organismi geneticamente modificati adottata nel 2001, espongono a criticità di tipo normativo e giuridico, perché sono state sviluppate successivamente e corrispondono solo in parte alla definizione di OGM.
Le ragioni del sì alle nuove tecnologie genomiche
Secondo Confagricoltura e Copa-Cogeca (organizzazioni che rappresentano gli agricoltori rispettivamente in Italia e in Europa), l’accordo tra Parlamento e Consiglio sulle nuove tecnologie genomiche è un “consenso storico che conclude oltre dieci anni di discussione e conferma un approccio proporzionato e basato sulla scienza”. Le piante NGT1, in particolare, vengono presentate come strumenti per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. “L’accesso responsabile a tecniche di miglioramento genetico avanzate consentirà di sviluppare varietà più resilienti a siccità, temperature elevate e nuovi parassiti, contribuendo alla sicurezza alimentare e alla sostenibilità delle aziende agricole”, si legge nella nota.
Sono della stessa opinione anche Coldiretti e Filiera Italia, che rivendicano di aver sostenuto per primi la diffusione delle Tea “per tutelare la biodiversità dell’agricoltura italiana e, al contempo, migliorare l’efficienza del nostro modello produttivo”. La nota diffusa dalle due organizzazioni comprende anche un commento di Mario Pezzotti, professore di Genetica agraria dell’Università studi di Verona che ha guidato il team che ha curato il primo vigneto sperimentale usando le tecniche Tea. “Una giornata storica, che porta la scienza a compiere un passo avanti e fa avanzare anche la collaborazione e l’alleanza tra mondo della ricerca e agricoltori coltivatori, nata grazie al dialogo tra la comunità scientifica e un’organizzazione come la Coldiretti. Insieme si riesce a far comprendere il valore dell’innovazione in agricoltura”, afferma.
I contrari alle NGT in agricoltura, da Slow Food al mondo bio
Di opinione totalmente opposta una cordata di realtà che rappresentano il mondo ambientalista, biologico e non solo. Federbio, Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica, LIPU, Navdanya International, Terra!, Slow Food Italia, Legambiente e Greenpeace, tra gli altri, hanno emanato una nota congiunta che invita la plenaria del Parlamento europeo a fermare la “deregolamentazione dei nuovi Ogm”. La distinzione tra NGT1 e NGT2 viene descritta come “arbitraria” e tutt’altro che cautelativa, poiché nella prima ricade ben il 94% dei nuovi progetti in fase di studio.
“La liberalizzazione delle NGT1, dietro la falsa premessa di un’equivalenza con i prodotti naturali, aprirebbe di fatto la strada alla diffusione senza tracciabilità né responsabilità. La contaminazione in campo sarebbe dunque incontrollata ed esporrebbe l’agricoltura biologica o libera da OGM alla perdita della certificazione o del suo status sul mercato, oltre a determinare una potenziale perdita per la grande biodiversità agraria del paese”, recita il durissimo comunicato diffuso dalle organizzazioni.
“La migrazione di geni brevettati, inquinando i campi degli agricoltori che non hanno acquisito la semente, esporrebbe questi ultimi alla richiesta di danni da parte delle multinazionali proprietarie dei brevetti”, continua la nota. Ipotizzando che alcuni operatori convenzionali o biologici possano addirittura auto-escludersi da determinate tipologie di colture, per il timore di cause legali da parte dei colossi dell’agrochimica che detengono i brevetti. In più, l’assenza di obblighi di etichettatura terrebbe all’oscuro i consumatori su ciò che stanno acquistando e mangiando.
Valentina Neri

