Wise Society : Prodotti a residuo zero: cosa sono e a cosa far attenzione

Prodotti a residuo zero: cosa sono e a cosa far attenzione

di Andrea Ballocchi
15 Febbraio 2024

Tra le proposte di prodotti agricoli più sostenibili ci sono anche quelli a residuo zero. Ecco cosa c’è da sapere e le differenze col biologico.

I prodotti a residuo zero sono una delle risposte possibili alla necessità di ridurre sensibilmente l’uso dei fitofarmaci (pesticidi) per gli impatti negativi che questi hanno sulla salute umana e sull’ambiente, tra questi ultimi il degrado del suolo. La produzione agricola ha estrema necessità di evolvere e migliorare la propria sostenibilità e resilienza, per affrontare gli effetti della crisi climatica, che sta avendo un forte impatto sulla produzione primaria. Sul mercato cominciano a essere diverse le aziende, italiane e non solo, a proporre prodotti ortofrutticoli con questa dicitura. Ecco cosa c’è da sapere.

Pesticidi in agricoltura

Foto di Mirko Fabian su Unsplash

La necessità di ridurre l’uso della chimica in agricoltura

La riduzione dell’impiego di agrofarmaci è un obiettivo esplicitato sia tra i goal dell’Agenda 2030 sia nelle politiche del Green Deal, in particolare nella strategia Farm To Fork. Proprio quest’ultima ricorda che i sistemi alimentari “non possono essere resilienti a crisi come la pandemia di Covid-19 se non sono sostenibili”. Da qui la necessità di “riprogettare i nostri sistemi alimentari che oggi rappresentano quasi un terzo delle emissioni globali di gas serra, consumano grandi quantità di risorse naturali, provocano la perdita di biodiversità e impatti negativi sulla salute”.

La questione è comunque complicata, perché gli interessi in gioco sono molti e le proteste degli agricoltori di questi primi mesi del 2024 potrebbero andare a limitare alcuni degli obiettivi proposti, tra i quali quelli relativi alla riduzione dei pesticidi.

Va comunque ricordato che – segnala il report “Stop pesticidi nel piatto”nel 39,21% dei campioni di alimenti di origine vegetale e animale sono state trovate tracce di uno o più fitofarmaci. I campioni sono più di seimila e si riferiscono ad alimenti di origine vegetale e animale provenienti da agricoltura biologica e convenzionale. La frutta è quella più colpita dalla presenza di residui: più del 67,96% dei campioni ne contiene uno o più.

Mela

Foto di NoName_13 da Pixabay

Cosa sono i prodotti a residuo zero

Si arriva così ai prodotti a residuo zero. Sono così definiti quelli in cui i residui di prodotti fitosanitari di sintesi chimica sono inferiori o uguali a 0,01 milligrammi per kg, ovvero 10 parti per miliardo (ppb). La logica alla base del concetto è che il controllo finale delle materie prime durante e immediatamente dopo la raccolta dovrebbe confermare che le tracce di tutti i prodotti fitosanitari utilizzati siano inferiori o uguali a 0,01 mg/kg.

Abbiamo accennato al Green Deal e alla strategia Farm to Fork. Va anche ricordato che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) riferisce annualmente sui livelli di pesticidi negli alimenti venduti sul mercato dell’Unione europea, fornendo informazioni sui potenziali rischi per la salute. Oltre all’aspetto normativo della medaglia, sono stati sviluppati vari standard di sicurezza alimentare mirati alla riduzione dell’uso di pesticidi, come lo standard di certificazione senza pesticidi e il residuo zero (c’è anche il “residuo controllato”) di pesticidi.

La differenza con il biologico

In un articolo scientifico pubblicato su MDPI a cura di un team di scienziati dell’Università di Belgrado si evidenzia una questione importante riguardante la differenza tra prodotti residuo zero e prodotti da agricoltura biologica. A differenza di quest’ultima, dove alcune sostanze attive sono consentite a condizioni specifiche, il concetto di “Residuo Zero” prevede che i prodotti “al momento di raggiungere il mercato contengano residui di prodotti fitosanitari altamente limitati, cioè in quantità non rilevabili dal sistema strumenti analitici di laboratori di prova qualificati e accreditati”.

Per la maggior parte dei prodotti fitosanitari questo limite, come già detto, è solitamente inferiore o uguale a 0,01 mg/kg. “Tuttavia, se e quando il metodo analitico offrisse la possibilità di una maggiore sensibilità analitica, tale valore dovrebbe essere utilizzato come limite per il concetto di Residuo Zero”.

In linea con ciò, se i produttori decidono di utilizzare un marchio di certificazione direttamente sull’etichetta, sui materiali dei punti vendita o indirettamente su siti web o brochure, devono indicare il limite massimo di prodotti fitosanitari e le limitazioni dei metodi analitici utilizzati. “Tali informazioni devono essere scritte utilizzando caratteri e dimensioni facilmente visibili e chiaramente leggibili dal cliente e consumatore”

Il concetto di “Residuo Zero” – specificano ancora gli esperti dell’ateneo di Belgrado – è destinato principalmente, ma non esclusivamente, a essere implementato volontariamente dai produttori agricoli primari e non è destinato a sostituire alcun requisito normativo.

Oltre al ridotto impatto ambientale e al potenziale rischio per la salute dei consumatori, i prodotti certificati secondo il concetto di “Residuo Zero” possono essere considerati prodotti a valore aggiunto in quanto l’assenza/ridotta presenza di residui di pesticidi nei prodotti alimentari è uno dei principali requisiti previsti dalla normativa.

Frutta e verdura

Foto di Martha Dominguez de Gouveia su Unsplash

La certificazione “Residuo Zero” e l’associazione Zero Residui

Al momento non esistono normative riconosciute, nazionali o internazionali, al fine di stabilire con chiarezza e univocità cosa si intenda per prodotto residuo zero. Ecco, allora, che alcuni enti terzi hanno realizzato linee guida dedicate. Una di queste, Check Fruit, parte dall’applicazione di metodi agricoli sostenibili, limitando ulteriormente l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi, impiegando fitofarmaci scelti tra quelli a più basso impatto ambientale e a bassa residualità, al fine di consentire l’ottenimento di prodotti privi di residui chimici di sintesi rilevabili.

Per spiegare in maniera univoca cosa si intenda per prodotti a residuo zero e i requisiti necessari da rispettare per le organizzazioni che la intendono richiedere l’organismo italiano attivo nel settore della certificazione e ispezione nel comparto agroalimentare, ha preparato una linea guida. Essa definisce, tra gli altri, i documenti tecnici necessari che le Organizzazioni richiedenti la certificazione devono adottare per assicurare l’ottenimento di prodotti vegetali con residuo di prodotti chimici, ammessi per legge, al di sotto dei limiti di quantificazione analitica.

“Sono tuttavia ammessi residui di sostanze fitosanitarie autorizzate all’impiego ai sensi dell’Allegato II del Reg. CE 889/2008 (prodotti ammessi nella produzione biologica), purché nei limiti massimi del 50% del Residuo Massimo Ammesso per legge (RMA) per lo specifico prodotto vegetale”.

Per diffondere la certificazione volontaria “residuo zero” e le pratiche agronomiche ad essa associate in tutto il territorio italiano, in linea con la Strategia Farm to Fork e la prossima Direttiva europea sull’uso sostenibile dei fitofarmaci è nata l’associazione “Zero Residui”. Si tratta di un’associazione – promossa da Legambiente – nata nel 2021 e che ha visto un crescente numero di aziende aderenti.

Residuo zero, polemiche e distinguo

La nascita dei prodotti a residuo zero ha suscitato la critica sollevata dal Centro Tutela Consumatori Utenti di Bolzano. Come si legge in una nota, “le associazioni ambientaliste e di tutela dei consumatori, nonché il gruppo dei Verdi/EFA al Parlamento europeo, criticano il logo ‘Zero Residui’ e indicazioni simili: esse, infatti non vieterebbero l’utilizzo di pesticidi chimici di sintesi, i prodotti non sarebbero completamente privi di residui bensì li conterrebbero in quantità ridotta. Inoltre il rispetto di questo valore massimo non verrebbe monitorato in modo costante”.

Silke Raffeiner, nutrizionista presso il Centro Tutela Consumatori Utenti ha sottolineato come “I prodotti etichettati come “senza residui” non devono assolutamente essere equiparati ai prodotti biologici”.

La risposta alla polemica è nelle finalità e nelle caratteristiche dei prodotti a residui zero: come riportato in un articolo pubblicato sul sito web dell’associazione Zero Residui si ricorda che “si tratta di qualcosa di diverso e di più circoscritto rispetto al biologico”.
Come ricorda la stessa associazione, all’atto della sua nascita, il fine per cui è nata è promuovere la sostenibilità ambientale e la sicurezza alimentare.

Andrea Ballocchi

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