Wise Society : La dieta (più) sostenibile? Non è sempre quella vegana
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La dieta (più) sostenibile? Non è sempre quella vegana

Una ricerca dell’Università di Parma ha rilevato per la prima volta l’impatto delle tre diete principali (onnivora, vegetariana e vegana) sull’habitat circostante.

Fabio Di Todaro
10 agosto 2017
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La dieta sostenibile non è certo quella onnivora, Image by iStock

Una “polaroid” così precisa dei consumi alimentari degli italiani e delle loro ricadute sull’ambiente non era mai stata scattata. Ai giovani scienziati del gruppo di ricercatori in nutrizione umana del dipartimento di scienze degli alimenti e del farmaco dell’Università di Parma va riconosciuto il merito di aver rilevato per la prima volta l’impatto della dieta sull’habitat circostante. Peculiarità del loro studio, pubblicato sulla rivista «Scientific Reports», è quella di aver lavorato sui consumi reali estratti dalla compilazione dei questionari da parte delle persone arruolate nella ricerca. Una novità pressoché assoluta, visto che studi analoghi erano finora stati condotti sulla base di modelli alimentari: come tali mai in grado di riprodurre fedelmente la dieta di una giornata tipo di un italiano. Dalla ricerca, emerge un dato già noto: ovvero il maggiore impatto ambientale di una dieta onnivora, caratterizzata dunque anche dal consumo di carne e pesce. Ma la sorpresa, in realtà, sta nella mancanza di differenze significative tra la dieta vegetariana e la quella vegana: a dispetto di una convinzione molto diffusa tra chi decide di eliminare dalla propria tavola anche gli alimenti di origine animale (latte, uova, formaggi).

TRE MODELLI ALIMENTARI A CONFRONTO – Quest’ultima sembrerebbe a prima vista il modello alimentare che può maggiormente salvaguardare le risorse ambientali ed essere considerata la dieta sostenibile per eccellenza. Ma in realtà, è il messaggio che emerge dalla ricerca, è importante considerare che gli alimenti vegetali consumati in una dieta vegana sono spesso altamente trasformati e possono arrivare da Paesi anche molto lontani. Inoltre per raggiungere l’introito energetico adeguato, la quantità di frutta, verdura o legumi che deve essere consumata al posto dei prodotti animali è elevata. Tutti questi fattori possono spiegare l’impatto sull’ambiente delle scelte alimentari associate a questo regime alimentare: meno basso di quanto si pensi. Considerando il cibo consumato settimanalmente dai 153 partecipanti alla ricerca, sono stati calcolati i dati nutrizionali e ambientali medi giornalieri per i tre gruppi: onnivori, vegetariani e vegani. L’introito calorico era simile, ma gli impatti ambientali hanno messo in evidenza sostanziali differenze. Dall’analisi dell’impronta di carbonio, di acqua ed ecologica – i tre indicatori ambientali utilizzati per determinare la sostenibilità delle diete tratti dal database del Barilla Center for Food and Nutrition – è infatti emerso che il regime alimentare onnivoro presenta valori d’impatto significativamente più elevati per tutti e tre gli indicatori ambientali rispetto al gruppo a dieta vegetariana e vegana. Un risultato che gli esperti considerano in linea con i dati di numerosi studi scientifici condotti in altri Paesi, che hanno dimostrato il vantaggio ambientale di modelli alimentari basati principalmente su prodotti vegetali. Ma è la riduzione dei valori riconosciuti alla dieta vegana ad aver fatto discutere, nelle prime ore successive alla pubblicazione del lavoro.

«RIDIMENSIONATA» LA DIETA VEGANA – Nota la difficoltà nell’assumere naturalmente tutti i micronutrienti necessari alla crescita e al mantenimento di un adeguato stato di salute, la dieta vegana (seguita dall’un per cento degli italiani) esce infatti ridimensionata anche per quelle che sembravano essere le sue virtù in termini di ridotto impatto ambientale. Le differenze evidenziate osservando scenari virtuali non sono infatti evidenti quando si tiene conto dei contesti della vita reale. Questo perché, la scelta vegana più di quella vegetariana, obbliga spesso il consumatore a fare ricorso a prodotti pronti di origine industriale: seitan, hamburger vegetali confezionati, yogurt di soia. Tutti prodotti che, per essere realizzati, necessitano di un maggiore consumo di acqua e di energia elettrica. La scelta, magari nemmeno voluta ma forzata dai ritmi della vita moderna, sarebbe responsabile dell’aumentato impatto sull’ambiente di una dieta vegana «2.0» rispetto a una classica. Detto ciò, rimane la difficoltà nel misurare l’impatto delle scelte dietetiche: soprattutto comparando popolazioni differenti, con abitudini e composizioni familiari eterogenee. Non si spiegherebbe, altrimenti, il rilievo di alcuni schemi alimentari vegetariani o vegani caratterizzati da un maggiore impatto

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La dieta vegana è quella più sostenibile anche se obbliga spesso il consumatore a fare ricorso a prodotti pronti di origine industriale come seitan, hamburger vegetali confezionati, yogurt di soia. Tutti prodotti che, per essere realizzati, necessitano di un maggiore consumo di acqua e di energia elettrica, Image by iStock

sull’ambiente rispetto ad analoghi modelli onnivori.

VARIETÀ, CON UN OCCHIO ALLE QUANTITÀ – Come fare allora in modo di trovare una soluzione che concili il gusto, il benessere dell’uomo e quello dell’ambiente? Non nascondendo i limiti che ancora oggi incontrano le ricerche di questo tipo, gli scienziati emiliani hanno ribadito quelli che sono i tratti distintivi della dieta mediterranea: occorre consumare meno alimenti di origine animale e lasciare più spazio a cereali, legumi, frutta e verdura. Ma una volta compiuto questo ritorno alle origini, non vuol dire che si possa non prestare più attenzione alle quantità. L’impatto degli alimenti che consumiamo ogni giorno sull’ambiente passa anche da qui: oltre che dalla valorizzazione dei prodotti locali e stagionali e dall’attenzione alle tecniche di coltura e trasformazione. Il bene comune si raggiunge partendo dai piccoli passi. Due le parole d’ordine: varietà e quantità.

Twitter @fabioditodaro

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