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Stanchezza da Covid e pandemic fatigue: ecco perché il virus ci rende tristi

L'OMS l'ha definita pandemic fatigue, che potremmo tradurre con "stanchezza da Covid": la pandemia ci ha reso più tristi e demotivati: ecco perché

Marzia Terragni
27 Ottobre 2020

In molti l’hanno chiamata “stanchezza da Covid” e nulla ha a che fare con i sintomi del virus: alcuni l’hanno sentita arrivare mentre altri se ne sono ritrovati intrisi, senza averne davvero la consapevolezza. Nell’epoca delle pandemia stiamo diventando più tristi, spenti, demotivati. Perché?

Stanchezza da covid

Foto di Anthony Tran / Unsplash

Ansia, demotivazione, stanchezza e Coronavirus: qual è il legame?

La cosiddetta stanchezza da Covid è stettamente legata ai cambiamenti a cui ci siamo adeguati negli ultimi mesi, che sono stati ingenti: nell’ultimo periodo, le richieste agli studi di psicoterapia e psichiatria stanno subendo delle impennate. Eppure spesso il collegamento con la pandemia non è immediato e le persone parlano di un non meglio definito malessere, di stati ansiosi o di generale senso di stanchezza.

Cosa sta succedendo? Ognuno di noi, dal lockdown a oggi, ha speso molte energie emotive e psichiche per far fronte allo stato d’emergenza. Poi la ripresa delle attività, l’estate e la diminuzione dei contagi, hanno fatto sì che si “abbassasse la guardia” e che ci si sentisse (anche se razionalmente si ipotizzava già una recrudescenza del virus in autunno) fuori pericolo.

A poco a poco si è ricominciato a riappropriarsi della vita “normale”, fatta di contatti (seppur a distanza e protetti), di impegni lavorativi e scolastici, ma anche di aspetti ludici. Si stava facendo nuovamente spazio a quella dimensione del piacere, del “di più” a cui si era dovuto rinunciare per mesi. E, proprio a questo punto cominciano ad aumentare i contagi, viene raccomandata cautela fino ad arrivare allo stop di feste, apertivi e partite a calcetto con gli amici. Soprattutto i 3000 contagi al giorno che ci avevano fatto stare col fiato sospeso ad aprile oggi sono 20000.

E non importa che anche i tamponi si siano moltiplicati, perché questo è un dato che elaboriamo con la “testa”, ma il numero che ci viene proposto ogni tardo pomeriggio ci arriva direttamente dentro la “pancia” e ci fa sentire insicuri.

Ansia da Coronavirus

Foto di engin akyurt / Unsplash

L’incertezza crea stanchezza mentale

Alle nuove chiusure e ai recenti divieti si somma il ritorno di Decreti e Ordinanze che hanno vita breve, confermando di fatto l’idea che non ci possano essere certezze, che la libertà individuale è nuovamente limitata e che quindi si è in pericolo.

Con le continue quarantene fiduciarie poi, a cui molti vengono giornalmente sottoposti per essere entrati in contatto con un individuo positivo al virus, si ha la sensazione che il cerchio ci si stringa intorno e che di fatto la vita stia diventando una lotta alla sopravvivenza. L’Altro torna a far paura, ad essere potenzialmente pericoloso. Si finisce col vivere, più o meno inconsciamente, all’erta.

La fascia degli anziani in particolare oscilla tra il sentirsi forzatamente isolata, invitata a restare in casa e il timore di incontrare i propri figli e i propri nipoti. Ma anche per tutti gli altri si presenta l’ambivalenza della paura di ammalarsi (o ancor di più che si ammali qualche persona cara) e la stanchezza di mantenersi ligi rispetto a misure protettive che sembrano non riuscire in realtà a contenere la pandemia come si sarebbe voluto.

La stanchezza da Covid diventa demotivazione e sfiducia: la Pandemic Fatigue

Il rischio è allora che la stanchezza da Coronavirus diventi demotivazione e sfiducia e si traduca in una sottovalutazione delle misure protettive e preventive da adottare.

Marzia Terragni, psicologaL’Organizzazione Mondiale della Sanità ha denominato questo fenomeno “Pandemic Fatigue”, definendolo “una risposta prevedibile e naturale ad uno stato di crisi prolungata della salute pubblica, soprattutto perché la gravità e la dimensione dell’epidemia da Covid-19 hanno richiesto un’implementazione di misure invasive con un impatto senza precedenti nel quotidiano di tutti“.

Eppure perché tutto questo finisca occorre più che mai un atteggiamento responsabile di massa. A maggior ragione oggi che l’ATS (almeno in Lombardia) ha alzato bandiera bianca rispetto alla possibilità del tracciamento e quindi la quarantena fiduciaria e la comunicazione ai contatti diretti devono diventare un’iniziativa del singolo. Se tutti abbiamo rispetto e attenzione per gli altri, li proteggiamo da noi e li teniamo informati, allora diventa possibile vedere la luce in fondo al tunnel e sentirci, a nostra volta, tutelati da chi abbiamo accanto. Ma bastano pochi elementi che imbocchino “furbescamente” strade diverse, perché il sistema collassi.

Fidarsi del prossimo ed essere degni di fiducia

Più che mai oggi dobbiamo poterci fidare degli altri ed essere al contempo degni di quella stessa fiducia e ciò può avvenire attenendosi strettamente alle indicazioni che vengono fornite. Certo è che se anche “dall’alto” giungono linee-guida continuamente contrapposte e vicendevolmente screditate, diventa difficile creare un comportamento di coerente responsabilità e senza fiducia si finisce per sentirsi ancora più smarriti e impotenti. In questi casi non ci resta che far leva sull’amore verso i nostri cari e sul nostro intimo senso di responsabilità e sulla coesione: insieme, si può far molto, anche da lontano.

* Marzia Terragni, psicologa, psicoterapeuta familiare ed esperta in Mindfulness

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