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Coronavirus: picco e fine epidemia difficili da prevedere

Anche la comunità scientifica è cauta. Ma qualche ipotesi sul ritorno alla normalità c'è. Vediamo quale

Fabio Di Todaro
30 marzo 2020

Il picco? L’apice dei nuovi contagi di Coronavirus è stato raggiunto il 21 marzo, in concomitanza con l’arrivo della primavera e anche nei giorni seguenti. Ma, ripetono gli esperti, non è detto che sia l’ultimo. Fare previsioni sui futuri scenari in questo momento è molto complicato anche per chi studia l’argomento da una vita. Ma le proiezioni e gli scenari sono importanti per pianificare al meglio gli interventi. «Siamo ancora nella fase acuta dell’epidemia di Coronavirus, ma qualche timido segnale positivo lo possiamo osservare sul numero dei ricoveri e delle terapie intensive», non si stanca di ripetere Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano  – in tutte le trasmissioni televisive alle quali viene invitato – sottolineando che la discesa (nel numero dei nuovi casi) intrapresa questa settimana potrà considerarsi discretamente solida soltanto se prolungata almeno fino a domenica. «Ci vuole più tempo per sperare in un segnale positivo». E ci vogliono all’incirca due settimane per sperare, se non in una frenata, quantomeno in una stabilizzazione dei nuovi casi di malattia (indipendentemente dalla loro gravità).

Ragazza con mascherina

Foto: Tumisu/Pixabay

Le complicate previsioni sull’epidemia

È dunque impossibile dire ogni oltre ragionevole dubbio quando si registrerà il picco della pandemia in Italia. Ogni Paese guarda all’esperienza degli altri per capire come venirne fuori. Inevitabile dunque che l’Italia getti l’occhio all’esperienza cinese, profondamente diversa comunque dalla nostra per la rigidità e la tempestività dei provvedimenti contenitivi adottati. Nemmeno il «modello-Corea», molto in voga negli ultimi giorni, può essere associato all’esperienza italiana. Il Governo, a parole, sembra pronto a far partire il «tracciamento» almeno dei positivi e dei loro contatti più stretti. Ma in Corea del Sud, stato non molto più piccolo del nostro, lo si è fatto da subito. In Italia non si sa se e da quando si potrà partire, comunque troppo tardi (almeno per le regioni del Nord). Difficile dunque trovare similitudini con la nostra esperienza, che è quella del primo Paese a cui l’epidemia (leggi qui come si trasmette il Coronavirus) sembra essere sfuggita di mano, prima del tentativo di correre ai ripari. «Due casi su tre continuano a rimanere invisibili», afferma una parte della comunità scientifica, lasciando intendere come molto poco si potrà dire sul futuro del Coronavirus fino a quando non si intercetterà, se non la totalità, un numero comunque più robusto di persone contagiate.

Differenze tra Nord e Sud della Penisola

Secondo il Centro Europeo per il Controllo delle Malattie Infettive (Ecdc), la vera discesa in Italia potrebbe iniziare con l’arrivo di aprile. Ma un conto è il picco complessivo, un altro la gestione dell’epidemia lungo lo Stivale, che viaggia con diverse settimane di scarto tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno. Con aprile dovrebbe l’incendio divampato in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, dovrebbe iniziare a ridimensionarsi. Ma bisognerà capire cosa accadrà nelle regioni meridionali, dove a partire dall’inizio di marzo sono rientrate quasi centomila persone (tra dichiarate e non). La «transumanza» potrebbe far crescere rapidamente il numero dei contagi dalla Campania in giù, dove la capacità di reazione sarebbe anche diversa da quella della Lombardia (che pure è finita al tappeto a più riprese).

Che estate ci aspetta?

Secondo Pregliasco, «in base all’andamento del Coronavirus in Cina e ai dati italiani, possiamo stimare uno scenario con un picco a fine marzo e la fine del problema tra maggio e giugno». Sarà interessante vedere come si comporterà la Cina nei prossimi giorni, ora che sembra quasi essere uscita dall’emergenza. «Certamente non si potrà riprendere le attività subito e tutte insieme – aggiunge l’esperto –. Sarà un errore che dovremo evitare di fare anche noi per evitare in un ritorno dell’emergenza. Inoltre, tra gli elementi che possono influire, c’è l’incognita rappresentata dal resto d’Europa e dalla Gran Bretagna. Stiamo vedendo mancanza di coordinamento e azioni disomogenee, che possono rovinare quello che si sta facendo in Italia».

Twitter @fabioditodaro

 

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