Wise Society : Trasformare gli scarti in mangimi animali per risparmiare suolo e acqua: lo propone uno studio italiano

Trasformare gli scarti in mangimi animali per risparmiare suolo e acqua: lo propone uno studio italiano

di Valentina Neri
1 Febbraio 2024

Nutrendo il bestiame con i sottoprodotti agricoli, abbatteremmo il fabbisogno di mangimi. E, dunque, il loro enorme impatto sulle risorse naturali. A dimostrarlo è uno studio pubblicato in copertina da Nature Food

Quando percorriamo un’autostrada che attraversa i campi coltivati, difficilmente ci fermiamo a riflettere sul fatto che, con ogni probabilità, quelle colture non sfameranno mai nessuno di noi. O meglio, lo faranno in modo indiretto. Perché, per la maggior parte, sono destinate ai mangimi. Se è così, perché non trovare altre strade più sostenibili per nutrire il bestiame? È questo l’intento di uno studio italo-americano, pubblicato sulla copertina della rivista Nature Food.

Scarti agricoli

Foto Shutterstock

Il 70% della produzione agricola europea è destinata ai mangimi

Cominciamo dunque dai numeri. Come riferito dall’organizzazione ambientalista Greenpeace, il 71% della superficie agricola dell’Unione europea è funzionale all’alimentazione del bestiame, tra coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli. Anche volendo escludere dal conteggio i pascoli, resta comunque il fatto che più del 63% delle terre coltivabili produce cibo per gli animali, e non per le persone.

Inevitabilmente, queste colture occupano spazio. E consumano acqua. Chi non ha mai sentito nominare quel celebre dato, elaborato dal Water Footprint Network, per cui ci vogliono oltre 15mila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne rossa? Ecco, per la stragrande maggioranza l’acqua serve non tanto per abbeverare il bestiame, quanto per produrre il suo cibo.  Prendiamo per esempio l’Italia. Stando ai dati del 2019 dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), la superficie irrigata nel nostro Paese è coltivata soprattutto a mais da granella (18,6%) ed erbai e altre foraggere avvicendate (17,3%). Fruttiferi e agrumi sono solo al terzo posto, col 12% del totale.

Ed è vero che la carne è una fonte proteica importante, ma il suo contributo al fabbisogno alimentare globale ammonta pur sempre al 16% del totale. Il suo consumo di suolo e di risorse idriche, dunque, resta sproporzionato.

Soldi pubblici per gli allevamenti intensivi

Greenpeace ci tiene a sottolineare come ci siano anche delle implicazioni economiche. Tenendo conto dei pagamenti della Politica agricola comune (Pac) basati sulle dimensioni dell’azienda e di quelli che sostengono direttamente sulla produzione di bestiame, si arriva a un totale di 28,5-32,6 miliardi di euro che vanno a beneficio degli allevamenti intensivi. Oppure delle aziende che producono alimenti per il bestiame. Stiamo parlando del 18-20% del budget annuale complessivo dell’Unione europea. Un’enormità.

Campo di grano

Foto di Raphael Rychetsky / Unsplash

Lo studio italiano sull’economia circolare nel settore dei mangimi

Insomma, la produzione di cibo animale entra in competizione con quella di cibo umano per accaparrarsi le risorse naturali. Finendo, così, per sfruttarle a ritmi insostenibili. I ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Università degli Studi di Milano e della University of California, Berkeley sono andati alla ricerca di soluzioni pratiche per evitare che ciò accada. E ne hanno escogitata una: introdurre i sottoprodotti agricoli nella dieta del bestiame. Un tipico approccio di economia circolare, in cui gli scarti di una filiera diventano risorse preziose per un’altra.

L’espressione sottoprodotti agricoli, che a prima vista può sembrare un po’ tecnica, sta a indicare tutti quei prodotti secondari generati durante il processamento di colture primarie, come i cereali e lo zucchero. Qualche esempio? La crusca di cereali, la polpa di barbabietola da zucchero, la melassa, i residui di distilleria e la polpa di agrumi. I ricercatori sostengono che, se nell’alimentazione del bestiame li sostituissimo ad appena l’11-16% delle colture ad alto contenuto energetico come i cereali, risparmieremmo tra i 15,4 e i 27,8 milioni di ettari di suolo e tra i 3 e 19,6 km3 e tra i 74,2 e i 137,8 km3 di acqua di irrigazione e acqua piovana.

Una strategia per la sicurezza alimentare

Oltre a risparmiare risorse naturali, questa strategia “aumenterebbe anche la disponibilità di calorie consumabili direttamente per la dieta umana (es. cereali), o, nel caso in cui le risorse risparmiate vengano utilizzate ad altri fini tra i quali la produzione di alimenti vegetali carenti nelle attuali diete, migliorerebbe la sicurezza alimentare in diversi paesi, con scelte alimentari più salutari oltre che più sostenibili” commenta Camilla Govoni, ricercatrice del Politecnico di Milano.

Un tema, quello della sicurezza alimentare, da affrontare con urgenza. Ne abbiamo avuto la prova quando la disponibilità di grano è crollata improvvisamente, per l’invasione russa dell’Ucraina. O quando, sempre più spesso, le inondazioni, le ondate di siccità e le violente grandinate fuori stagione distruggono i raccolti, facendo impennare i prezzi.

Mucche

Foto di Monika Kubala/Unsplash

Qual è la dieta che ha l’impatto ambientale inferiore

Questo approccio di economia circolare nel settore dei mangimi, dunque, punta ad abbassare l’enorme impatto ambientale della carne. Un impatto che, come dimostrano innumerevoli studi scientifici, è superiore a quello di qualsiasi altra categoria di alimenti.

Uno degli ultimi in ordine di tempo, redatto dall’università di Oxford, prende in analisi le varie tipologie di dieta: vegana, vegetariana, pescetariana e onnivora. A sua volta, suddivide quella onnivora in tre sottocategorie a seconda della quantità di carne consumata ogni giorno: meno di 50 grammi, tra i 50 e i 100, più di cento. Il risultato? La dieta vegana ha un impatto inferiore rispetto a tutte le altre, su tutte le dimensioni monitorate: consumo di suolo, emissioni di gas serra, biodiversità e potenziale di eutrofizzazione (cioè l’eccesso di nutrienti che compromettono la salute del suolo).

Il fattore che incide di più sull’impatto ambientale è la quantità di carne che si mangia, non tanto la provenienza degli alimenti o il loro metodo di produzione. Tant’è che i ricercatori danno anche una buona notizia a chi proprio non riesce a privarsi delle lasagne al ragù la domenica: se si riduce il consumo di carne a meno di 50 grammi al giorno, l’impatto ambientale si avvicina molto a quello di una persona vegetariana o pescetariana. Insomma, non è indispensabile stravolgere la propria alimentazione da un giorno all’altro: sono le piccole scelte di ogni giorno a fare la differenza nel lungo periodo.

Valentina Neri

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