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L’acidificazione degli oceani è un problema serio: cause e conseguenze

Andrea Ballocchi
26 Agosto 2021

L’acidificazione degli oceani è un fenomeno di portata sempre più seria. Nei 200 anni e più trascorsi dall’inizio della rivoluzione industriale, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata considerevolmente a causa delle azioni umane. Il pH delle acque oceaniche superficiali è sceso di 0,1 unità di pH. Questo potrebbe non sembrare molto, ma la scala del pH è logaritmica, quindi questo cambiamento rappresenta circa un aumento del 30% dell’acidità, evidenzia NOAA, l’agenzia federale statunitense dedicata alla oceanografia. Quanta CO2 l’oceano ha assorbito dall’inizio dell’era industriale? Secondo lo Smithsonian Institution’s Ocean Initiative, si stimano circa 525 miliardi di tonnellate di CO2 dall’atmosfera, circa 22 milioni di tonnellate al giorno.

acidificazione degli oceani

Foto di Joseph Barrientos / Unsplash

Cos’è l’acidificazione degli oceani

L’acidificazione degli oceani è un termine abbastanza recente, malgrado sia un problema di lungo corso. Col termine si intende la decrescita del pH oceanico causato dall’assorbimento della C02 generata dalle attività umane. La definizione è stata coniata nel 2003, quando il rapido cambiamento notato in alcune specie marine, coralli in primis, ha attirato l’attenzione.  La scienza però conosce da tempo la proprietà dell’oceano di grande assorbitore di CO2. Esso, infatti, assorbe circa il 30% della CO2 rilasciata nell’atmosfera; quando i livelli relativi aumentano a causa di attività umane come la combustione di combustibili fossili e la deforestazione, aumenta di conseguenza la quantità di anidride carbonica assorbita dall’oceano.

La CO2 assorbita dall’acqua di mare produce degli effetti sensibili. Si verificano, infatti, diverse reazioni chimiche che provocano un aumento della concentrazione di ioni idrogeno. Questo processo ha implicazioni di vasta portata per l’oceano e le creature che lo abitano. Il pH medio dell’oceano è ora intorno a 8 o poco più: è basico, ma continuando ad assorbire sempre più biossido di carbonio, il pH diminuisce e l’oceano diventa più acido.

Le conseguenze dell’acidificazione degli oceani

Tutta questa crescente acidificazione ha implicazioni pesanti sulle creature che popolano mari e oceani, e anche sulla stessa esistenza umana, dato che miliardi di persone in tutto il mondo si affidano in modo prioritario all’oceano per la propria alimentazione. Se non bastasse l’impatto ambientale, va considerato anche quello economico e occupazionale: a rischio ci sono milioni di posti di lavoro e innumerevoli comparti produttivi e commerciali e non solo dipendono dal pesce e dai molluschi che vivono nell’oceano.

Coralli e acidificazione degli oceani

Foto di Q.U.I / Unsplash

Effetti su pesci e creature marine

L’acidificazione degli oceani già oggi ha un impatto su molte specie oceaniche. I coralli sono interessati. Alcuni tipi possono usare bicarbonato invece di ioni di carbonato per costruire il loro scheletro, il che dà loro più opzioni in un oceano acidificante. Tuttavia nel prossimo secolo si assisterà a cambiamenti significativi dei diversi tipi comuni di corallo che si trovano nelle barriere coralline.

Lo pteropode, o “farfalla di mare“, è una minuscola lumaca di mare che svolge un importante ruolo in diverse catene alimentari: infatti, costituisce il nutrimento di svariati organismi, dal krill alle balene. Quando i gusci degli pteropodi sono stati messi in acqua di mare con un pH e livelli di carbonato previsti per l’anno 2100, i gusci si sono lentamente dissolti dopo 45 giorni. Ma già oggi i ricercatori hanno scoperto gravi livelli di dissoluzione dei gusci degli pteropodi nell’Oceano del Sud.

I cambiamenti nella chimica dell’oceano possono influenzare anche il comportamento degli organismi non calcarei. La capacità di alcuni pesci, come il pesce pagliaccio, di individuare i predatori è diminuita in acque più acide. In generale, i pesci risentono notevolmente di mutate condizioni acido-basiche. Solo un piccolo cambiamento nel pH può fare un’enorme differenza nella sopravvivenza. Negli esseri umani, per esempio, un calo del pH del sangue di 0,2-0,3 può causare effetti importanti sulla salute. Allo stesso modo, anche i pesci subiscono questa alterazione. Una delle conseguenze è che devono aumentare il proprio dispendio energetico per cercare di defluire l’acido in eccesso nel sangue. Questo implica conseguenze nelle sue attività biologiche, e potrebbe anche rallentarne la crescita.

Effetti su piante e alghe

Allo studio ci sono anche gli effetti che porterà questa situazione su piante e alghe. Mentre alcune specie saranno danneggiate dall’acidificazione degli oceani, piante e alghe potrebbero beneficiare di condizioni di CO2 più elevate nell’oceano, poiché richiedono anidride carbonica per la fotosintesi proprio come le piante sulla terraferma.
Una grande incognita è se l’acidificazione influenzerà le popolazioni di meduse, che competono con i pesci e altri predatori per il cibo e si nutrono anche di giovani pesci. Se prosperano in condizioni calde e più acide mentre la maggior parte degli altri organismi soffrono, è possibile che esse finiscano per dominare alcuni ecosistemi, stravolgendoli.

Carbon neutrality e industria

Foto di Alexander Droeger da Pixabay

Interventi e rimedi all’acidificazione degli oceani

Occorre trovare rimedi e alla svelta. Ne va della sopravvivenza di numerose specie, anche la nostra. Secondo stime riguardanti i futuri livelli di anidride carbonica, entro la fine di questo secolo le acque superficiali dell’oceano potrebbero avere un pH intorno a 7,8. “L’ultima volta che il pH dell’oceano era così basso era durante il Miocene medio, 14-17 milioni di anni fa – specifica il NOAA – La Terra era più calda di diversi gradi e si stava verificando un grande evento di estinzione”.

Politiche scoordinate e inadeguate

Detto questo, pare evidente che sia necessario rimediare in modo quanto più rapido ed efficiente alla situazione: occorre salvare gli oceani e quanto contengono. Servono scelte politiche decise e coordinate. Ma in questo caso c’è il primo ostacolo. Lo mette in luce uno studio interdisciplinare, cui hanno collaborato anche due esperti italiani, che ha esaminato ben 90 documenti legislativi di 17 paesi dello Spazio economico europeo (SEE) e del Regno Unito che si affacciano principalmente sul mare.

Il risultato? Quanto emerge è che le politiche nazionali europee e la legislazione che affrontano il tema dell’acidificazione degli oceani sono, nel migliore dei casi, scoordinate. “Anche se il tema è riconosciuto ai livelli più alti di governance, il suo status di sfida ambientale è molto diluito a livello di Stati membri dell’Unione Europea”, scrivono gli autori. Come eccezione degna di nota all’interno del SEE, la Norvegia sembra avere un approccio proattivo verso i quadri legislativi e la ricerca volta a comprendere ulteriormente il problema. Ma la maggior parte degli Stati membri dell’Unione europea non ha presentato alcuna relazione, o l’ha presentata in modo inadeguato, nella direttiva quadro sulla strategia marina.

tartaruga oceano

Foto di Erin Simmons / Unsplash

L’alcalinizzazione oceanica

Fanno eccezione i Paesi Bassi e l’Italia. Nel nostro Paese, tra l’altro, è stato avviato un progetto che tenta di rimediare all’acidificazione. DESARC-MARESANUS, questo il suo nome, è un progetto nato dalla collaborazione fra il Politecnico di Milano e la Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Esso affronta due gravi problemi ambientali: l’acidificazione degli oceani, appunto, e l’aumento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera, con il conseguente aumento delle temperature.
Per contrastare l’acidificazione dei mari è stato proposto di spargere nel mare sostanze alcaline in grado di aumentare il pH del mare, che aiuta anche a rimuovere una quota maggiore di CO2 nell’atmosfera. Nel caso specifico, il metodo consiste nello scaricare calcare o calce spenta nel mare. La tecnica messa a punto è chiamata “ocean alkalinization” o “ocean liming”.

Nell’ambito del progetto sono stati poi condotti due studi, che valutano per la prima volta l’idea dell’alcalinizzazione dei mari sulla base di un percorso d’implementazione tecnicamente fattibile, che fornisce un primo passo in avanti verso una sua applicazione pratica nel mondo reale.

Se il primo studio si concentra sull’applicazione della tecnica al mar Mediterraneo, nel secondo i ricercatori hanno realizzato una stima del potenziale di utilizzo del traffico navale esistente per lo spargimento di idrossido di calcio. Quanto emerge è che per un mare chiuso come il Mediterraneo, caratterizzato da un traffico navale molto intenso, il potenziale di scarico calcolato sarebbe sufficiente per contrastare la tendenza all’acidificazione che si sta verificando. Come hanno specificato i ricercatori, queste due pubblicazioni “forniscono un contributo alla comunità scientifica e tecnica nazionale e internazionale che sta lavorando per trovare soluzioni a questi due problemi – rimozione CO2 e contrasto all’acidificazione delle acque del mare – che non potremo fare a meno di affrontare in futuro. Pur se ci sono ancora diversi aspetti da approfondire, questi risultati sono incoraggianti”.

Andrea Ballocchi

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