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Seaspiracy, così la pesca intensiva uccide il pianeta

Salvare gli oceani per salvare il pianeta: il documentario in streaming su Netflix mostra le conseguenze della pesca intensiva e industriale sugli ecosistemi marini

Serena Fogli
28 Aprile 2021

I nigiri al salmone non saranno più così invitanti dopo aver guardato Seaspiracy. Il boccone, anzi, avrà un sapore piuttosto amaro. Il nuovo documentario Netflix sulla pesca intensiva non usa mezzi termini per raccontare come le attività umane in mare impattino sull’ecosistema degli oceani (e non solo). Girato e narrato dal giovanissimo Ali Tabrizi, Seaspiracy è un racconto che parte dalla plastica in mare per arrivare alla pesca illegale, a diritti umani negati e alla realtà (ancora poco conosciuta) degli allevamenti ittici.

Non è facile guardare Seaspiracy. Gli 89 minuti di streaming gettano ombre e interrogativi sull’industria del pesce, il cui impatto sul Pianeta non può essere più ignorato.

Seaspiracy

Foto: pagina Facebook Seaspiracy

Seaspiracy: esiste la pesca sostenibile?

All’inizio del documentario vediamo Ali Tabrizi raccogliere rifiuti di plastica sulle coste della Gran Bretagna. E dalla raccolta della plastica alla scoperta che oltre il 50 per cento dei rifiuti che galleggiano nel Pacific Trash Vortex è rappresentato dalle reti da pesca il passo è breve.

Il regista comincia a seguire la plastica e soprattutto le cifre vertiginose di denaro che ruotano attorno alla pesca, legale e illegale: andrà nella baia di Taiji, in Giappone, e assisterà alla cruenta pesca dei delfini; volerà ad Hong Kong per gettare luce sulla compravendita delle pinne di squalo; affronterà il tema della “pesca accessoria” per farci scoprire che il 40% del pescato globale è inutilizzato, perché nelle reti finiscono specie animali (come delfini, foche e tartarughe) che non hanno mercato; ci mosterà come la pesca a strascico abbia il potere di spazzare via fondali e distruggere interi ecosistemi in pochi minuti. Lo scenario è terrificante. In questo contesto, si chiede Tabrizi, come si colloca la pesca sostenibile?

I bollini blu della pesca sostenibile

«Ciò che ha peggiorato le cose è che questa pesca distruttiva era stata premiata per anni per le sue pratiche sostenibili dall’ente di cui mi fidavo nell’acquisto del pesce: il marchio blu MSC», racconta Tabrizi durante Seaspiracy. Ed eccoci arrivare al nocciolo della questione: esiste una pesca capace di definirsi sostenibile, in grado di rispettare gli ecosistemi marini minimizzando le catture accessorie? Il documentario non è ottimista e, complice la mancanza di controllo sui pescherecci commerciali, sembra che tali certificazioni potrebbero non garantire al consumatore finale le certezze necessarie a fare acquisti più consapevoli.

Gli allevamenti di pesce

La soluzione della sostenibilità ittica potrebbe quindi ritrovarsi negli allevamenti di pesce? Qual è il loro impatto sull’ambiente? Anche in questo caso Tabrizi non trova risposte confortanti: la maggior parte dei pesci allevati, infatti, sono nutriti con pesce da cattura (ed eccoci tornare al problema principale); non è positivo neanche l’aspetto delle condizioni in cui versano gli allevamenti ittici, nonché il loro impatto sull’ambiente.

Seaspiracy mostra immagini raccapriccianti: salmoni che hanno perso il loro colore originario a causa delle modalità di allevamento, infestazioni di parassiti visibili a occhio nudo, nonché l’inquinamento costante dei mari causato dalle deiezioni di milioni di pesci tenuti in cattività.

Mari e oceani: perché sono così importanti per la vita sulla Terra

Non siamo naturalmente portati a pensare alla pesca come un’attività problematica per la vita sulla Terra. Ognuno di noi, infatti, ne ha un’idea molto “romanzata”: Seaspiracy però ci fa salire sui pescherecci commerciali gettando una luce completamente diversa sull’argomento e portandoci a fare una profonda riflessione su quello che mettiamo quotidianamente nel piatto.

seaspiracy logo

Immagine: Facebook Seaspiracy

Gli oceani, infatti, sono vitali per la sopravvivenza sulla Terra: producono la maggior parte dell’ossigeno che respiriamo e assorbono una quantità inimmaginabile di anidride carbonica, contribuendo quindi a combattere cambiamenti climatici e riscaldamento globale. Sul sito di Greenpace leggiamo come circa un quarto di tutto il carbonio generato dalle attività umane sia catturato proprio dagli oceani.

L’ecosistema marino è però fragile e la pesca intensiva e le attività umane sanno mettendo a dura prova la catena alimentare su cui si basa tutto il sistema. A causa della pesca industriale molte specie marine (animali e vegetali) sono oggi sull’orlo dell’estinzione e questo genera problemi di portata globale. Ogni specie è infatti intimamente interconnessa a quella che la precede e la segue ed eliminare un solo anello della catena significa mettere a rischio l’equilibrio degli oceani e, di conseguenza, la vita sulla Terra.

Illuminante è il paragone che Paul Watson (fondatore e presidente di Sea Sheperd Conservation Society) fa nel corso di Seaspiracy: «per affrontare il cambiamento climatico la prima cosa da fare è proteggere gli oceani. La soluzione è in realtà molto semplice: bisogna lasciarli in pace. Sono solito paragonare l’oceano a un’astronave: possiamo pensare alla Terra come a un’astronave con un sistema di supporto vitale che fornisce cibo e aria, regolando il clima e la temperatura al suo interno. Questo sistema di supporto vitale è gestito da un equipaggio, che può uccidere solo un numero limitato di membri prima che il macchinario si arresti per “mancanza di personale”. Ed è proprio quello che stiamo facendo sulla Terra: stiamo distruggendo l’equipaggio».

Seaspiracy: qual è la soluzione alla pesca intensiva e illegale?

Quali sono le possibili soluzioni a un problema così grande? Aumentare le aree marine protette? Regolamentare meglio la pesca? Consumare meno pesce così da abbassarne la richiesta a livello mondiale? Paul Watson dà un suggerimento e la famosa e oceanografa Sylvia Earle rincara la dose: «ora non mangio più pesce né altri animali». La salute del pianeta è ormai critica e le soluzioni di compromesso andavano purtroppo prese qualche decennio fa.

Siamo ancora in tempo per salvare gli oceani? George Monbiot, giornalista e ambientalista britannico, è convinto di sì: «La speranza è concreta, perché gli ecosistemi marini si riprendono in fretta se ne hanno la possibilità. Le barriere coralline tornerebbero a prosperare, i banchi di pesci farebbero ritorno, le balene tornerebbero a popolare i nostri mari. E’ alla nostra portata: possiamo farcela. Le prospettive di recupero per la rigenerazione della flora e della fauna marina sono entusiasmanti, ma è possibile solo se la pesca commerciale sarà chiusa in aree marine molto estese».

tartaruga marina

Foto di Jakob Owens / Unsplash

Seaspiracy ha generato molte polemiche

L’uscita di Seaspiracy ha generato molte reazioni. C’è chi ha smesso di mangiare pesce, c’è chi ha accusato regista e produttori di aver semplificato in modo banale un problema molto più complesso, c’è chi ha messo in dubbio le affermazioni del documentario dando vita a un puntiglioso fact-checking dei dati e delle informazioni riportate (a questo scopo vi consigliamo di leggere un interessante articolo pubblicato dalla BBC sull’argomento). Nel documentario, ad esempio, si afferma che mantendo i ritmi di pesca attuali gli oceani saranno vuoti nel 2048, dato ripreso da uno studio di Boris Worm, successivamente revisionato con date meno “apocalittiche”.

Ma in fondo ha davvero importanza sapere l’anno preciso in cui si svuoteranno gli oceani? Come afferma lo stesso Tabrizi, «alla fine dovremo comunque confrontarci con il disastro che abbiamo generato» e, se non lo faremo noi, lo faranno sicuramente le nuove generazioni.

E allora è importante generare un cambiamento positivo, perché gli oceani rappresentano il presente e il futuro del nostro Pianeta ed è compito di ognuno di noi garantire la vita sulla Terra. Non ci resta che concludere con le illuminanti parole che Sylvia Earle pronuncia durante Seaspiracy: «Non è troppo tardi per coltivare la speranza di avere una casa in questo universo, per rispettare ciò che abbiamo e proteggere ciò che resta. Nessun singolo individuo può far tutto, ma ognuno può fare qualcosa».

Serena Fogli

© Riproduzione riservata
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