Wise Society : Pacific trash vortex, l’enorme isola di spazzatura che galleggia in mezzo all’oceano
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Pacific trash vortex, l’enorme isola di spazzatura che galleggia in mezzo all’oceano

Conosciuto anche come Great Pacific Garbage Patch, l'immensa isola di plastica e detriti che galleggia nell'Oceano Pacifico è il simbolo aberrante di una minaccia costante ai mari, agli animali e all'intera catena alimentare

Maria Enza Giannetto
21 Maggio 2021

Così grande da sembrare un’immensa isola. Una gigantesca isola di plastica, di immondizia che galleggia nell’oceano. Ecco cos’è il Pacific Trash Vortex, conosciuto anche come Great Pacific Garbage Patch (Grande chiazza di immondizia del Pacifico): una vera e propria macchia gigante di rifiuti plastici.

Pacific trash vortex, una rappresentazione

Foto di Artem Beliaikin / Unsplash

Dove si trova e quanto è grande il Pacific Trash Vortex

Più grande della penisola iberica o forse due volte la Francia, se non addirittura grande quanto gli Stati Uniti, il Great Pacific Garbage Patch si estende per migliaia e migliaia di chilometri quadrati. La grandezza del Pacific trash vortex non si conosce con precisione: le stime parlano di 700.000 km² fino a spingersi a più di 10 milioni di km², passando per  1,6 milioni di km² misurati di recente. Si tratta di valutazioni ottenute sia dall’Algalita Marine Research Foundation sia dalla Marina degli Stati Uniti e che stimano l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area in un totale di 3 milioni di tonnellate.

Più precise, invece, le coordinate del Pacific Trash Vortex che lo posizionato nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord.

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Le altre isole di rifiuti negli oceani

Purtroppo, il Pacific Trash Vortex non è l’unica isola di detriti galleggianti nei nostri oceani. Ne esiste una simile nell’Oceano Atlantico, chiamata North Atlantic garbage patch e l’isola tra La Cina ed il Nord America. Inoltre, le simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell’emisfero meridionale: una nell’oceano Pacifico a Ovest delle coste del Cile e una seconda allungata tra l’Argentina e il Sud Africa attraverso l’Atlantico. Infine, un altro accumulo di rifiuti potrebbe essere in corso di formazione nel mare di Barents, col rischio di un suo spostamento nel mar Artico.

L’origine e la formazione del Pacific Trash Vortex

Ma come è potuto succedere? Quali sono le origini di una tale aberrazione? Come arriva la plastica in mare? Il Great Pacific Garbage Patch si è formato a partire dagli anni ’80, a causa, ovviamente, dell’inquinamento e dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre) dotata di un movimento a spirale in senso orario.

Il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell’Oceano Pacifico  che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro nei primi strati della superficie oceanica. Tra le cause che hanno generato il Garbage Patch ci sono anche i container sulle navi cargo, rovesciati dalle correnti oceaniche (nel 1990, ad esempio, dalla nave Hansa Carrier sono caduti in mare ben 80.000 articoli, tra stivali e scarpe da ginnastica Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati nelle spiagge degli stati della British Columbia, Washington, Oregon e Hawaii). Inoltre, nel 2011 anche il maremoto che ha colpito la costa orientale giapponese ha provocato un enorme afflusso di detriti nell’oceano. A questi, ovviamente, si aggiungono i rifiuti dispersi dall’uomo nei vari decenni: rifiuti che non vengono differenziati e non entrano nel circuito del riciclo, arrivando, invece, in discarica e nei mari.

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Cosa “contiene” il Pacific Trash Vortex

Oggi, la vasta distesa di detriti e spazzatura Pacific Trash Vortex contiene soprattutto plastica: da grandi oggetti, come bottiglie, boe o corde fini a frammenti plastici di un centimetro. E, paradossalmente sono proprio questi polimeri a rappresentare la maggior quantità e il maggior pericolo. È stato calcolato, infatti, che nell’area galleggino circa 79mila tonnellate di plastica: la porzione maggiore in termine di peso (circa 30mila tonnellate), è costituita da vecchie reti da pesca. Per quanto riguarda la quantità di pezzi sono le microplastiche  a superare tutto: una vera e propria zuppa di plastica che nuoce in modo evidente agli animali.

Pacific trash vortex e reti da pesca

Foto di Angela Compagnone / Unsplash

Quali sono gli animali messi a rischio

Animali acquatici e terrestri sono seriamente messi in pericolo da isole di plastica come il Garbage vortex. Tartarughe, pesci  e uccelli, infatti, muoiono a causa dell’inquinamento da plastica e a causa della sua ingestione che può provocare occlusioni o perforamento dell’apparato digestivo. 

Inoltre, la plastica frantumata, affonda nel mare, dove può soffocare le creature acquatiche e con le basse temperature dell’oceano, si frantuma e rilascia sostanze chimiche dannose per la crescita e lo sviluppo della fauna marina. Tutto questo, incide, ovviamente anche sulla vita e l’alimentazione degli animali terrestri. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB. Il galleggiamento delle particelle plastiche, che hanno un comportamento idrostatico simile a quello del plancton, ne induce l’ingestione da parte degli animali planctofagi, e ciò causa l’introduzione di plastica nella catena alimentare. Una volta che la plastica entra nella catena alimentare marina, contamina tutta la piramide alimentare. Attraverso un processo di bio-accumulo, infatti, le sostanze chimiche, tossiche e inquinanti presenti nella plastica, vengono ingerite dagli animali e passano al predatore.

Ma c’è di più, l’isola costituisce un nuovo ecosistema dove la plastica è colonizzata da circa mille tipi diversi di organismi eterotrofi, autotrofi, predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri e agenti potenzialmente patogeni, come batteri del genere vibrio. La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta a essere ricoperta da strati di colonie microbiche.

Sensibilizzazione e possibili soluzioni

L’attenzione sul problema è molto alta da parte di ambientalisti e studiosi. Crescono anche le attività di sensibilizzazione, private e pubbliche, che cercano di far conoscere ai più il problema e spingerli ad agire. Nel 2012, ad esempio,  lo studente di ingegneria Boyan Slat ha ideato un concept finalizzato alla pulitura degli oceani dalla plastica: The Ocean Cleanup che è cominciato nel 2018 e secondo gli studi effettuati il processo di pulitura sarebbe praticamente a costo zero, poiché realizzato sfruttando la luce solare, l’energia delle correnti marine e mediante il riciclo a terra dei materiali raccolti.

L’11 aprile 2013 l’artista Maria Cristina Finucci ha fondato il Garbage Patch State pronunciando il discorso di insediamento alla presenza della Direttrice Generale dell’UNESCO Irina Bokova.

E non mancano le attività organizzate da associazioni e fondazioni di volontariato. Da Legambiente a wwf, passando per Plasticfree onlus ci sono tante associazioni e realtà che si impegnano a pulire spiagge e fondali.

Volontari che raccolgono plastica in spiaggia

Foto di OCG Saving The Ocean / Unsplash

Maria Enza Giannetto

© Riproduzione riservata
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