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Maria Cristina Finucci: «Sono la presidente dello Stato dei rifiuti»

Per mostrare il pericolo dei Plastic Trash Vortex, l'artista toscana ha fondato il Garbage Patch State-Wasteland paese con la sua costituzione, l'inno e la festa nazionale.

Maria Enza Giannetto/Nabu
11 giugno 2019
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Maria Cristina Finucci costituisce la confederazione di stati Garbage Patch State pronunciando il discorso di insediamento al quartier generale dell’Onu di Parigi l’11 aprile del 2013 e diventa la presidente di quello che allora era già il secondo stato più grande del mondo e che, se non si interviene subito, è destinato a diventare il primo, Foto tratta dal sito www.garbagepatchstate.org

Una costituzione e un inno nazionale. E poi, ancora, documenti, ambasciate, anniversario e persino il riconoscimento dell’Unesco. Allo “Stato dei rifiuti”, creato nel 2013 dall’artista, architetta e designer Maria Cristina Finucci, non manca proprio nulla. E non manca, soprattutto, quell’effetto di tangibilità e visibilità per cui è stato ideato dall’artista toscana con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sull’enorme quantità di rifiuti non biodegradabili, trascinati dalle correnti, che finiscono al centro degli oceani formando gigantesche “isole” di plastica. «Se un fenomeno non lo conosci e non lo visualizzi, spesso non gli dai il giusto peso. Quando nel 2012 ho cominciato a pensare al progetto transmediale Garbage Patch State, dei Plastic Trash Vortex, le immense isole di plastica nei nostri oceani, si sapeva e si parlava davvero poco, nonostante già allora la loro superficie totale fosse stimata in 16 milioni di km²». Così Maria Cristina Finucci costituisce la confederazione di stati Garbage Patch State pronunciando il discorso di insediamento al quartier generale dell’Onu di Parigi l’11 aprile del 2013 e diventando la presidente di quello che allora era già il secondo stato più grande del mondo e che, se non si interviene subito, è destinato a diventare il primo.

Perché per destare l’attenzione su questo problema ha pensato proprio alla costituzione di uno stato?

Il fine è quello di poter meglio comunicare l’esistenza degli ammassi di plastica dispersi in mare, uno dei più importanti fenomeni di inquinamento ambientale purtroppo fino a poco tempo fa negletto, proprio a causa della mancanza di una sua identificazione iconica. Il fenomeno c’è ma non tutti lo vedono ed è per questo ancor più pericoloso. Ho pensato di usare la mia arte per comunicare questo pericolo, ma di farlo in modo più ironico e provocatorio, utilizzando un impianto che attirasse l’attenzione dei media e dei potenti. In generale, si tratta di una grande opera artistica che comprende un sistema di azioni reali ed è concepita per disseminare sulla scena internazionale una serie di “indizi” che suggeriscano l’esistenza dello Stato Nazione da me inventato. Ho costruito un apparato semantico verosimile come, tra le molte cose, la realizzazione della sua bandiera, di una anagrafe, una sua mitologia, un portale web e tutto quello che può servire a uno stato fisico per ottenere il riconoscimento, non trascurando di inserire anche elementi semplici come per esempio le cartoline postali.

Insomma, una finzione, strutturata in modo da svelare una verità che altrimenti sarebbe rimasta celata.

Esatto, già dopo le prime tappe, i media internazionali si sono occupati diffusamente di questa mia azione e la risposta, soprattutto da parte di giovani tutto il mondo, è stata immediata.

Quali sono le tappe fondamentali della storia di questo stato? 

Innanzitutto ho scelto il nome Wasteland – terra desolata – dal titolo del poema di T.S.Eliot e per questo lo stato è nato nel mese di aprile. La storia di Wasteland ha inizio l’11 aprile del 2013, nella “Salle des pas perdus” del quartiere generale dell’UNESCO a Parigi, dove, attraverso una grande installazione e una performance artistica, è avvenuta la proclamazione dello stato e io ho ufficializzato la mia presidenza. In quell’occasione, vennero esposte una moltitudine di tappi colorati e centinaia di buste di plastica, ognuna riempita d’acqua (riproduzioni metaforiche delle “isole” di spazzatura in mare) e disposte davanti a un lungo specchio, in modo da sembrare il doppio di quante fossero. Gli spettatori presenti, non solo potevano visualizzare il garbage patch in maniera diretta, ma essendo loro stessi riflessi diventavano anch’essi protagonisti. Dopo l’insediamento, in sei anni, sono arrivate tante altre installazioni e le ambasciate per far conoscere lo Stato nel resto del mondo.

Tra le installazioni c’è Help, di cosa si tratta?

È un grido d’allarme, un’opera che documenta l’era della plastica. Sull’isola di Mozia, nello stagnone di Marsala in Sicilia, abbiamo dato vita a un’installazione assemblando manualmente oltre 5 milioni di tappi di plastica colorata racchiusi in gabbioni metallici, che delineano in uno spazio di forma quadrangolare la parola HELP, che si snoda con grandi lettere tridimensionali visibili anche di notte. Ho pensato, infatti, di creare una sorta di insediamento immaginando un archeologo del futuro che invece delle pietre fenice troverà i resti della società della plastica. Help è stato e probabilmente sarà ancora ripreso in altre occasioni, una su tutte l’8 giugno 2018 quando il Campidoglio si è illuminato di notte per godere dell’installazione che unisce alle rovine più visitate al mondo le provocatorie rovine plastiche contemporanee e come in occasione del Fuori Salone 2019.

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L’installazione HELP realizzata ai Fori Imperiali di Roma da Maria Cristina Finucci con oltre 5 milioni di tappi di plastica colorata racchiusi in gabbioni metallici, Foto tratta dal sito www.garbagepatchstate.org

Oltre al grido d’aiuto di Help, quali sono state le iniziative più importanti nell’ambito del progetto Wasteland? 

Qualche anno fa, nella sede delle Nazioni Unite a New York, ho portato il mio Climatesaurus , un gigantesco serpentone formato da una miriade di tappi di plastica di bottiglia e percorso in tutta la sua lunghezza da una cresta nera che emana luce propria. Si tratta di una grande creatura misteriosa, che non appartiene al mondo animale ma a quello artificiale e non mostra mai la testa ma entra ed esce dal terreno per poi risalire lo scalone che conduce alla sala dove si incontrano i potenti e che si è persino presentato a Parigi durante Cop21.

Come presidente dello stato lei ha anche firmato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Sì. In effetti, nel tempo, il mio progetto è diventato più olistico e non riguarda solo la plastica. D’altra parte l’agenda 2030 dell’Onu, un po’ come l’enciclica Laudato si hanno entrambi l’intento di rimettere al centro l’uomo e l’ambiente e di guardare al tutto come un sistema collegato. La plastica contribuisce al cambiamento climatico, il cambiamento influisce sulla desertificazione che si porta dietro tutti i problemi delle migrazioni e delle diseguaglianze. Dobbiamo agire subito e in modo globale.

Da dove provengono i materiali che utilizza per le sue installazioni?

I materiali sono riciclati, riciclabili e provengono da una laboriosa attività di raccolta rispettosa dell’ambiente. Le mie installazioni vengono realizzate con la collaborazione dell’Università degli studi Roma TRE e dell’Associazione Arte per la Sostenibilità. Non mancano le collaborazioni con altre istituzioni accademiche come l’università Ca’ Foscari di Venezia,  La Sapienza a Roma, e l’istituto europeo di design a Madrid, oltre ai partner economici. È essenziale ai fini della mia ricerca condividere idee che vengano dall’esterno, lavorare in sinergia con studenti e giovani in generale affinché si ritengano essi stessi partecipi di una opera condivisa. Per questo non posso che essere contenta di fronte al bel movimento giovanile che si è creato intorno e grazie a Greta Thumberg. Era ora che anche i giovani prendessero la parola.

Perché, a suo parere, non si riesce a comprendere che l’inversione di rotta nei confronti dell’ambiente sia ormai improcrastinabile?

È tutta questione di egoismo. Sia del singolo, sia a livello globale. Gli Stati possono fare molto sia in termini di legislazioni sia di pulizia. Io non intendo affatto demonizzare la plastica ma ognuno di noi deve adottare un comportamento responsabile, dobbiamo cambiare le nostre abitudini. Il Garbage Patch State non è popolato da umani, ma da milioni di tonnellate di oggetti di plastica usati e poi gettati che il sole ha trasfigurato rendendoli irriconoscibili. Questi oggetti diventano un involontario mezzo di sterminio per la fauna marina e per l’ecosistema e desiderano solo che i loro simili che non sono stati ancora buttati, non facciano la loro stessa fine, ma che vengano riusati, riciclati e destinati a produrre nuova energia.

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