Wise Society : Anche le capesante mangiano plastica
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Anche le capesante mangiano plastica

Uno studio inglese rivela che in sole sei ore di esposizione ai piccoli frammenti, sono in grado di accumulare miliardi di particelle di plastica all’interno del proprio intestino

Fabio Di Todaro
28 dicembre 2018

Anche le capesante, i molluschi bivalvi (Pecten jacobaeus) noti pure come pettini di mare e molto apprezzati soprattutto nella cucina veneta, accumulano la plastica. Sono cioè vittime, al pari dei pesci e delle ostriche, ma con ogni probabilità di tutte le specie ittiche commestibili, della più grave forma di inquinamento che da anni interessa il Pianeta. Quello della plastica. In sole sei ore di esposizione ai piccoli frammenti, una capasanta è in grado di accumulare miliardi di particelle di plastica all’interno del proprio intestino: considerando poi che quelle più piccole di venti nanometri sono in grado di diffondersi in tutto il corpo (muscoli, reni, branchie). Da lì alla tavola, il passaggio non è scontato. Ma altamente probabile, sì. Vero è che una  quota di questi frammenti di plastica possono essere eliminati prima della cattura dei molluschi, ma le elevate quantità ingerite in poche ore non possono far pensare alla possibilità di espellerle totalmente.

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Come i pesci, le ostriche, le meduse anche le capesante sono vittima dell’inquinamento delle plastica che da anni interessa il Pianeta. Foto: iStock

UNA RICERCA DIVERSA DALLE ALTRE – A indagare l’impatto delle microplastiche sulle capesante è stato un gruppo di ricercatori dell’Università di Plymouth, che hanno cercato diriprodurre un ecosistema simile a quello oceanico per osservare e misurare quanto accadeva ai molluschi. Gli studiosi  – inglesi, scozzesi e canadesi: il loro lavoro è appena stato pubblicato dalla rivista nella rivista «Environmental Science and Technology» – hanno usato un approccio nuovo e differente dalle precedenti ricerche analoghe condotte su altre specie animali. Hanno infatti prodotto in autonomia le nanoparticelle di polistirene, per poi «etichettarle» marchiandole con il carbonio. Così è stato più facile rintracciarle – dopo sei ore, grazie a una radiografia – all’interno dell’organismo delle capesante, una volta ingerite. Allo stesso modo è stato scoperto che le particelle più piccole non erano più rilevabili dopo due settimane, mentre quelle da 25 nanometri hanno impiegato in media 48 giorni per essere degradate.

UN (ALTRO) PASSO PER COMPRENDERE GLI EFFETTI SULL’ORGANISMO – L’approccio, secondo Ted Henry, docente di tossicologia ambientale alla Heriot-Watt University di Edinburgo, «è il più convincente finora condotto per provare i livelli di assorbimento delle particelle di plastica da parte di un organismo marino». Secondo Richard Thompson, a capo dell’unità diricerca sui rifiuti marini dell’Università di Plymouth, il primo a coniare il termine microplastiche in una ricerca pubblicata su «Science» nel 2004, «capire le dinamiche di captazione e rilascio delle nanoparticelle e la loro distribuzione nei tessuti corporei è essenziale per comprendere qualsiasi potenziale effetto sugli organismi».

Twitter @fabioditodaro

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