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Tumore del pancreas: chirurgia e chemioterapia per combatterlo

Questa malattia rappresenta una delle sfide più importanti per gli oncologi e i chirurghi, chiamati a dare una speranza alle migliaia di persone che s’ammalano ogni anno (13.800 le diagnosi previste nel 2018 in Italia)

Fabio Di Todaro
15 novembre 2018

Il tumore del pancreas – di cui il 15 novembre si celebra la giornata mondiale – rappresenta un «nemico» che i pazienti e gli specialisti (chirurghi, oncologi, anatomopatologi, gastroenterologi, radiologi e radioterapisti) affrontano quasi sempre con il timore di essere sconfitti. Su questo terreno, in effetti, la partita è ancora tutta da giocare. Prevenzione, diagnosi precoce, risposta terapeutica: di progressi da fare ce ne sono ancora tanti, per provare a sconfiggere una forma di cancro (13.800 le diagnosi previste nel 2018) che oggi consente soltanto a otto pazienti su cento di essere vivi a cinque anni dalla diagnosi.

tumore del pancreas, chirurgia, chemioterapia

Tumore del pancreas: una volta scoperto, soltanto un caso su cinque risulta operabile, image by iStock

LA SFIDA A UNO DEI TUMORI PIÙ AGGRESSIVI – Prima la chirurgia, quando possibile. Poi la chemioterapia, per ridurre le probabilità di far riformare la malattia. È questo l’approccio considerato più efficace contro il tumore del pancreas. Una volta scoperto, soltanto un caso su cinque risulta operabile. Facile dunque capire perché, alla luce anche dell’aumento dei casi registrato negli ultimi anni, questa malattia rappresenti una delle sfide più importanti per gli oncologi e i chirurghi, chiamati a dare una speranza alle migliaia di persone che s’ammalano ogni anno. L’ultima ipotesi posta al vaglio dagli oncologi porta a considerare l’«inversione» delle opzioni terapeutiche: ovvero sottoporre i pazienti alla chemioterapia preoperatoria (neoadiuvante), per poi operarli e trattarli nuovamente con i farmaci. La strategia è già in atto per le diagnosi in forma «localmente avanzata»: ovvero quelle in cui si osserva già qualche metastasi, ma non a distanza dalla ghiandola, che ha la funzione di secernere enzimi digestivi e ormoni (insulina e glucagone) fondamentali per la regolazione dei livelli di zuccheri nel sangue. Ma la ricerca sta provando ad «anticipare» un simile approccio anche nelle forme meno avanzate (cosiddette stadio 1 e 2).

LA SCELTA DEL CENTRO PUÒ SALVARE LA VITA – Il tumore del pancreas si può affrontare e anche mettere alle spalle, se lo si tratta in centri altamente specializzati. I tassi di mortalità dei pazienti colpiti variano infatti a seconda che siano curati in strutture ad alto (6,5) o medio-basso (11,5 per cento) volume. Più casi si gestiscono, detto in soldoni, maggiori sono le probabilità di salvare la vita ai pazienti. Un dato che può sembrare scontato, ma che in realtà non è così marcato per tutte le malattie oncologiche. Negli anni passati, la stessa fotografia aveva immortalato anche la (analoga) situazione italiana. Per spiegare questo trend, occorre sapere che la chirurgia del pancreas è da sempre accompagnata da un tasso di complicanze più alto rispetto a quelle che si registrano quando si interviene, per esempio, sul colon. Non tutte le diagnosi di tumore del pancreas – purtroppo – richiedono l’intervento chirurgico (si opera all’incirca un paziente su cinque). Ma i pazienti che finiscono in sala operatoria, subito o dopo aver effettuato una chemioterapia per cercare di ridurre la massa da asportare, sono quelli che hanno maggiori probabilità di superare la malattia. Da qui l’importanza data alla chirurgia. Una certa quota di complicanze operatorie è inevitabile. Ma i numeri crescono al calare dei casi trattati: anche fino a quattro volte in più.

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Nella cura e nel trattamento del tumore del pancreas, il divario tra Nord e Sud è ancora molto grande, Image by iStock

TUMORE DEL PANCREAS: IL SUD ANCORA TROPPO INDIETRO – In Italia l’assistenza sanitaria per l’adenocarcinoma del pancreas è di ottimo livello in diverse strutture, considerabili di riferimento in ragione delle casistiche di pazienti trattati nel 2016. L’eccellenza, stando ai dati contenuti nel Piano Nazionale Esiti redatto dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), si concentra tra Verona e Milano. In cima alla lista c’è infatti il policlinico scaligero (603 interventi effettuati), seguito dall’ospedale San Raffaele (351), dall’azienda ospedaliero-universitaria di Pisa (337), dalla clinica Pederzoli di Peschiera del Garda (259) e dall’Istituto Clinico Humanitas di Milano (221). Dalla graduatoria emerge in maniera chiara l’assenza di strutture con un’ampia casistica nel Meridione. Bisogna scivolare alla ventiseiesima e alla ventisettesima posizione per trovare due strutture del Mezzogiorno: il Policlinico di Bari (62 casi trattati nel 2016) e l’ospedale Cardarelli di Napoli (61). Non è questione di campanile, ma di sopravvivenza. La mortalità operatoria (ovvero nei trenta giorni successivi all’intervento) varia infatti tra lo zero e l’undici per cento, considerando un centro ad alto (l’Humanitas) e uno a medio-basso volume (l’Irccs De Bellis di Castellana Grotte, Bari).

Twitter @fabioditodaro

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