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Quanto ci vorrà per arrivare a un vaccino contro il Coronavirus?

Ecco come nasce un farmaco. Dallo studio clinico, passando per tutte le varie fasi prima dell'entrata in commercio. E quanto tempo può durare la sua messa a punto...

Fabio Di Todaro
12 Marzo 2020

Quanto tempo servirà per avere un vaccino contro il nuovo Coronavirus? Gli esperti, interpellati a più riprese su questo tema nelle ultime settimane, non hanno mai alimentato illusioni. «Almeno un anno», è stata la risposta ascoltata all’unisono da chi, anche lontano dalle luci dai riflettori, mastica quotidianamente questi argomenti. Per capire perché, seppur a fronte di un’emergenza come quella in corso, sia necessario dover pazientare, occorre spiegare l’iter di uno studio clinico. Ovvero, di fatto, la lunga «gestazione» che si conclude con la nascita di un farmaco.

Uno studio clinico per il Coronavirus: ecco come nasce un vaccino

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Uno studio clinico non riguarda solo farmaci potenziali, ma anche procedure terapeutiche (operazioni chirurgiche, nuovi approcci in psicoterapia), prodotti sanitari e terapie di nuova generazione (geniche e cellulari). Per semplificare, uno studio clinico è l’insieme di tutte le valutazioni sperimentali riguardo una sostanza, un farmaco, una terapia o un prodotto effettuate attraverso la loro somministrazione agli esseri umani. Le sue finalità sono scoprire tempi e modi di assorbimento, distribuzione, metabolismo e secrezione di una sostanza (quello che in gergo si chiama farmacocinetica) da parte del corpo umano. Oltre alla sua efficacia terapeutica e all’eventuale scaturire di effetti collaterali (farmacodinamica). Vista l’attualità, concentriamoci però sulla messa a punto di nuovi farmaci.

Fase 1: come elaborare un vaccino

Affinché l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) dia il via libera a uno studio clinico, qualsiasi molecola deve aver già superato ampiamente test in vitro (su cellule e tessuti) e anche i test in vivo (sugli animali). Nessuna molecola approda a uno studio di sperimentazione umana senza essere passata per questi due passaggi. Superate queste fasi, si procede a uno studio clinico di fase 1, durante il quale si eseguono le prime sperimentazioni su un centinaio di volontari sani. Lo scopo di questi trial – come vengono definiti – è studiare la molecola candidata seguendone la farmacocinetica (la velocità con cui un farmaco agisce) e la farmacodinamica (il modo in cui un agisce), la tolleranza (o tossicità) per il corpo umano e la correlazione tra dose e azione biologica (per stabilire qual è quella che garantisce l’effetto sperato senza essere tossica). Una volta superata la fase I, il promotore dello studio (che in molti casi è una compagnia farmaceutica o bi-tech) presenta i risultati all’Aifa e, dopo aver dimostrato l’assenza di tossicità alle dosi di attività, ottiene il via libera per andare avanti.

Fase 2: mettere a punto il vaccino 

Nascono così gli studi di fase 2, in cui entrano in gioco i pazienti. La loro scelta è il frutto di un’accurata concertazione tra chi promuove lo studio e l’Aifa. Età, sesso, stadio della malattia, valori analitici e abitudini di vita sono solo alcuni dei fattori che possono comportare l’inclusione o l’esclusione di un paziente da un trial clinico. In questa fase entrano in gioco anche i centri di ricerca, dove verranno effettuati gli studi. Si tratta di strutture (ospedali, cliniche) selezionate sulla base sia della loro capacità di reclutare i pazienti con le caratteristiche adatte allo studio sia della competenza del personale medico riguardo la malattia in esame. Una volta accettato lo studio, il centro sottopone a un giudizio del proprio comitato etico il protocollo (descrive tempi e dosi di somministrazione della molecola, numero e frequenza di visite di controllo, tipo di analisi da eseguire a ogni visita e ogni altro dettaglio tecnico dello studio) e il consenso informato (attraverso cui s’informa il paziente tutti i passaggi che saranno seguiti durante lo studio, rischi, benefici) proposti dallo sponsor. Lo scopo dello studio clinico di fase 2 è quello di verificare la sicurezza del farmaco e di fornire le prime indicazioni terapeutiche del trattamento in fase di studio. Viene realizzato su un campione di pazienti abbastanza ampio (circa 200) e, nella maggioranza dei casi, prevede la loro suddivisione casuale in almeno due gruppi (trattamento e «controllo»).

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Foto di Pete Linforth da Pixabay

Fase 3: verso l’entrata in commercio del vaccino

Superata la fase 2, si entra nella fase 3, in cui viene ampliato il numero dei pazienti trattati con la molecola sperimentale. A questo punto del percorso si cerca di stabilire il profilo degli effetti collaterali previsti e ci si propone di scoprire eventualmente altri effetti collaterali inaspettati che possono comparire in una minoranza del campione preso in analisi. Se i risultati sono sufficientemente convincenti, l’Aifa può autorizzare il brevetto e la commercializzazione del farmaco. Normalmente, dalla scoperta della molecola alla sua commercializzazione, possono passare fino a 10-15 anni. Nel caso di un vaccino, come quello che si sta cercando di mettere a punto per il Coronavirus, a ridurre l’attesa potrebbe essere l’utilizzo di molecole già note e una drastica riduzione dei tempi delle singole fasi (e del numero dei pazienti «testati», inevitabilmente). Una volta in commercio, a ogni modo, un farmaco viene comunque ancora testato (studi di fase 4) al fine di valutare gli effetti a lungo termine nella vita reale (e non in un contesto controllato come quello di un trial). Il passaggio è necessario per valutare l’eventuale comparsa di effetti collaterali nel tempo, che possono eventualmente portare al ritiro del farmaco dal commercio.

Twitter @fabioditodaro

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