Si tratta di un potente erbicida che trova largo uso in agricoltura, soprattutto a livello intensivo. Facciamo chiarezza scoprendo quali sono i rischi legati all'uso del glifosato e le ricerche scientifiche che sono state fatte sul tema
Ormai sono molti anni che si parla di glifosato, a cui sono state mosse molte – e fondate – accuse. Scopriamo di più su questo diserbante sistemico e «totale» che, cioè, non è in grado di agire in maniera selettiva. Non è pertanto pensabile di somministrarlo a una coltura avendo la certezza che in minima parte non finisca anche su quelle limitrofe. Cerchiamo di fare chiarezza sull’argomento capendo meglio cos’è il glifosato, i rischi per la salute legati al suo uso e in che modo viene impiegato in Italia e nel mondo.

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Che cos’è il glifosato?
Il glifosato è un erbicida a largo spettro d’azione, attivo sia sulle infestanti annuali sia su quelle perenni (sia sulla parte aerea cioè sul fusto e sulle foglie sia su quella ipogea cioè nelle radici), che inibisce uno specifico enzima nei vegetali, indispensabile per la sintesi degli aminoacidi aromatici. Questo erbicida viene utilizzato con successo per eliminare le piante infestanti, spesso molto persistenti, in quanto entrano in competizione con le piante coltivate per acqua, nutrienti, luce e superficie. Il glifosato è in grado di devitalizzare anche gli organi di conservazione ipogea delle erbe infestanti, come i rizomi e i fittoni carnosi, che in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati.
Il glifosato viene venduto sotto forma di liquido pronto per l’uso. Si può dunque spruzzare direttamente sulle piante infettanti o sui terreni, in maniera semplice e diretta. Si trova sul mercato anche in forma solubile da sciogliere nell’acqua. L’assorbimento del prodotto avviene in 5-6 ore, mentre il disseccamento della vegetazione è visibile in genere dopo 10-12 giorni.
Uso del glifosato in agricoltura
L’uso del glifosato in agricoltura è stato autorizzato per la prima volta negli anni settanta ed è oggi diffuso in oltre 140 Paesi nel mondo. Ad agevolarne la diffusione nei primi anni, in un periodo in cui si iniziavano a scoprire le conseguenze legate all’uso dei pesticidi, la ridotta tossicità e la scarsa capacità di penetrare nel suolo.
L’utilizzo del glifosato è cresciuto negli anni con la diffusione di coltivazioni di piante Ogm (organismi geneticamente modificati). L’introduzione di specie vegetali resistenti al glifosato (soia, mais e cotone) ha permesso ai coltivatori di utilizzare l’erbicida su queste piante senza danneggiare i raccolti. Nel 2011 è scaduto il brevetto in possesso della Monsanto, prima multinazionale a produrre il glifosato. Oggi sarebbero 750 i prodotti in commercio a base di questo erbicida, il cui mercato ammonta a quasi 6 miliardi di dollari.
Anche perché, se in passato la lotta alle infestanti era effettuata attraverso azioni fisiche e con la rotazione delle colture, attualmente – soprattutto nell’agricoltura intensiva – si preferisce controllare le piante infestanti attraverso l’uso di sostanze chimiche (erbicidi).
Pur potendo provocare vari inconvenienti (formazione spontanea di piante infestanti erbicida-tolleranti, inquinamento ambientale, danneggiamento delle piante coltivate), infatti, questi permettono di ridurre i costi agronomici. Dimostrazione di ciò sono gli oltre duemila agrofarmaci contenenti glifosato regolarmente registrati nell’Unione Europea.

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Il glifosato è tossico? I rischi per la salute
Nel 2015 l’Agenzia per la Ricerca sul Cancro (Iarc) ha catalogato il glifosato come un «probabile cancerogeno per l’uomo» e come tale lo ha inserito nel gruppo 2A. Il giudizio, espresso da 17 esperti, rientra nella rivalutazione di questi composti che era in corso da quattro anni ed è giunto dopo una revisione degli studi che consideravano l’esposizione di uomini e modelli animali al glifosato (puro o in un mix con altre sostanze).
Per gli studi condotti sul composto «puro», il documento ha concluso che «le prove che l’erbicida causi il cancro negli animali sono sufficienti», mentre sono «forti quelle riguardanti la genotossicità del prodotto». Dal documento è emersa una forte correlazione epidemiologica tra l’impiego del glifosato (riscontrato anche nel sangue e nelle urine degli agricoltori) e il linfoma non-Hodgkin.
Cancerogenicità del glifosato
Come anticipato, il glifosato è stato inserito nel gruppo 2A: questa categoria viene utilizzata quando c’è limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo, sufficiente evidenza nell’animale da esperimento e forte evidenza che il meccanismo di cancerogenesi osservato negli animali valga anche per l’uomo.
Altre categorie di valutazione del rischio comprendono le sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo (gruppo 1), le sostanze possibilmente cancerogene (2B), le sostanze non classificabili in relazione alla loro cancerogenicità per l’uomo (gruppo 3) e quelle probabilmente non cancerogene per l’uomo (gruppo 4).
I limiti delle ricerche sul glifosato
Il limite è lo stesso che condividono tutti gli studi epidemiologici, dalle cui conclusioni si associa la presenza di una malattia in una determinata area all’esposizione a un composto (in questo caso il glifosato). In questo caso manca però un nesso assolutamente sicuro di causa-effetto.
Negli Stati Uniti, l’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) ha stabilito che il glifosato non rappresenta un rischio per la salute umana. Anche l’Efsa, l’organo di consulenza scientifica della Commissione Europea in materia di rischi associati alla catena alimentare, ritiene «improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo». L’opinione è dunque opposta a quella dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (e dunque dall’Organizzazione Mondiale della Sanità), anche se l’agenzia ha chiesto alla Commissione Europea di rendere più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti.
Per la prima volta l’Efsa ha stabilito una dose acuta di riferimento (DAR) per il glifosato pari a 0.5 milligrammi per chilo di peso corporeo. Con essa si intende «il quantitativo stimato di una sostanza chimica in un alimento, espressa in rapporto al peso corporeo, che può essere ingerito nell’arco di un breve lasso di tempo, di solito un pasto o un giorno, senza comportare rischi per la salute».
La ricerca sul glifosato di Fiorella Belpoggi
Sul tema del glifosato abbiamo intervistato Fiorella Belpoggi, esperta nello studio degli agenti che possano determinare i tumori ed altre patologie ambientali. Le sue ricerche, condotte su topolini da laboratorio, mostrano come il glifosato abbia effetti nefasti sull’organismo sia a breve che a lungo termine. Nel video qui sotto trovi l’intervista completa.
Il più ampio studio mai condotto sul glifosato
Nel 2025 è arrivata un’altra prova di rilievo a sostegno della posizione della Iarc. L’Istituto Ramazzini di Bologna ha infatti coordinato il più ampio studio internazionale mai condotto sull’erbicida: i risultati – pubblicati da Environmental Health – sono netti. Per due anni, i ricercatori hanno somministrato il glifosato da solo e due formulazioni commerciali che lo contengono a oltre 1.000 ratti, insieme all’acqua potabile.
I ratti sono stati suddivisi in tre gruppi in base alla dose somministrata: 0,5 mg per chilo di peso corporeo al giorno (la soglia considerata accettabile dall’Unione europea), 5 mg/kg/giorno e 50 mg/kg/giorno (il livello di effetto avverso non osservato). In tutti e tre i casi, rispetto al gruppo di controllo è stato riscontrato un aumento significativo dell’incidenza di tumori benigni e maligni in diversi tessuti. Il che desta preoccupazione per due motivi principali. Il primo: si riscontra un’azione cancerogena anche a dosi considerate sicure dalla legge. Il secondo: come si legge nello studio, “i coformulanti presenti negli erbicidi commerciali potrebbero aumentarne la cancerogenicità, in particolare nel caso della leucemia”.

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La battaglia legale contro Bayer per i danni del glifosato
“Mentre stiamo ancora esaminando il report, è già chiaro che lo studio ha serie falle metodologiche, il che è in linea con la lunga storia dell’Istituto Ramazzini nel formulare affermazioni fuorvianti sulla sicurezza di vari prodotti”, è la dura replica di Bayer. La casa farmaceutica, che ha acquisito Monsanto, ha raggiunto un patteggiamento per circa 100mila azioni legali per i presunti danni del glifosato sulla salute. L’esborso, finora, è stato di circa 11 miliardi di dollari. Ed è ancora una cifra parziale, perché altre 67mila cause sono ancora in corso.
Quelle che sono arrivate a giudizio si sono concluse talvolta a favore, talvolta contro l’azienda. In questa seconda categoria ricade la causa vinta a fine maggio 2025 da tre cittadini del Missouri che avevano contratto il cancro dopo un uso quotidiano di Roundup. I danni, tra compensativi e punitivi, sono stati fissati dal giudice in 611 milioni di dollari.
Dall’altra parte dell’Oceano, in Francia, si è discusso molto del caso di Théo Grataloup, un ragazzo nato con gravi malformazioni che l’hanno costretto a subire, fin dai primi giorni di vita, decine di interventi chirurgici. Nel 2006, durante le prime settimane di gravidanza, la madre aveva diserbato il suo maneggio con un prodotto a base di glifosato. La causa, iniziata nel 2018, è esitata in un nulla di fatto per la famiglia Théo Grataloup: il 31 luglio 2025 il tribunale di Vienne (dipartimento dell’Isère, Francia) ha dichiarato irricevibile l’azione civile della famiglia Grataloup nei confronti di Bayer-Monsanto, ritenendo che non sia stata dimostrata con certezza l’esposizione al prodotto Glyper e, quindi, non sia stato stabilito un nesso di responsabilità civile.
Glifosato: chi lo usa in Italia e nel mondo
Tra il 1995 e il 2014, l’uso mondiale del glifosato (agricolo e non) è passato da circa 67 a 826 milioni di chili: 12 volte tanto. I primi in classifica sono indiscutibilmente gli Stati Uniti, con 1,6 miliardi di kg nell’arco di quarant’anni, vale a dire il l 19% del totale planetario tra il 1974 e il 2014. Li seguono, in classifica l’Argentina, il Brasile, il Sudafrica e la Cina.
E per quanto riguarda l’Italia? La Lombardia è l’unica Regione a presentare i dati sul monitoraggio del glifosato nelle acque (laghi e fiumi). Rileggendo l’ultimo rapporto nazionale pesticidi nelle acque dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il glifosato e il suo metabolita, l’acido aminometilfosfonico, sono stati rilevati nel 27.5 per cento e nel 49.2 per cento dei punti di monitoraggio delle acque superficiali (ma la ricerca al momento avviene soltanto in cinque Regioni: Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto e Sicilia).

