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Prevenzione tumori: in Italia milioni di screening oncologici gratuiti

Gli esami puntano a garantire l’eventuale diagnosi precoce delle neoplasie: tumore al seno, al colon-retto e alla cervice uterina. Delle 14 milioni di persone convocate se ne sono presentate meno della metà (6,3 milioni).

Fabio Di Todaro
20 maggio 2019

Il miglior modo di combattere il cancro resta il gioco d’anticipo. Tradotto: prevenzione e diagnosi precoce. Dove non arriva la prima, un mix di comportamenti con i quali è possibile ridurre quasi del 40 per cento l’impatto delle malattie oncologiche (nuove diagnosi), può arrivare la seconda. Lo si dice da sempre: prima si scova un tumore, maggiori sono le probabilità di curarlo. Un’affermazione che, negli anni, è stata supportata da un’ampia serie di dati. Prove che hanno portato finanche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ad affermare che la diagnosi precoce salva le vite e tiene sotto controllo la spesa sanitaria. Più semplice a dirsi che a farlo, però, leggendo i numeri dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale Screening.

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A vent’anni dall’introduzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale, gli screening oncologici iniziano a fare breccia tra i cittadini, Image by iStock

SCREENING: CRESCE LA CONSAPEVOLEZZA TRA GLI ITALIANI – Gli screening sono una delle grandi armi a disposizione del Servizio sanitario nazionale e di tutti i cittadini. Andrebbero, però, usati meglio, perché anche in questo ambito la sanità pubblica mostra la sua doppia faccia: il divario tra il Sud e il resto del Paese. In certe regioni sono ancora poche le persone che dovrebbero fare un controllo e invece non arrivano in ospedale, o perché non vengono chiamate o perché decidono di non presentarsi. Che cosa dicono i dati dell’ultimo dossier, relativo all’attività svolta nel 2017? I numeri indicano che, a vent’anni dall’introduzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale, gli screening oncologici iniziano a fare breccia tra i cittadini. Si tratta di esami garantiti dallo Stato – dunque gratuiti per chi vi si sottopone – che puntano a garantire l’eventuale diagnosi precoce delle tre neoplasie in altrettante fasce d’età in cui s’è visto che il beneficio che si trae dal sottoporre a un esame di massa la popolazione è di gran lunga superiore ai rischi. Nel 2017 sono state convocate oltre 14 milioni dipersone: ma se ne sono presentate meno della metà (6,3 milioni). È in aumento il numero di italiani che si sottopone agli screening oncologici: riguardanti il tumore al seno (mammografia), al colon-retto (ricerca del sangue occulto nelle feci) e alla cervice uterina (Pap test o Hpv-test). Due anni fa, 1,8 milioni di donne hanno fatto la mammografia contro i 3,5 milioni del biennio 2015-2016. I numeri, per l’esame in grado di intercettare il cancro al colon-retto, sono ancora migliori, cioè 2,5 milioni due anni fa rispetto a 4,6 nel biennio precedente. Un po’ in calo il pap test (da 1,7 milioni di donne nel 2016 è passato a 1,6 nel 2017), ma la flessione può derivare dal passaggio in alcune regioni al test per la ricerca del Dna del papilloma virus, che viene richiesto a cadenza quinquennale (e non triennale, come il Pap test).

ITALIA A DUE VELOCITÀ – La battaglia da vincere consiste nel convincere la comunità sanitaria e i singoli cittadini che l’attività organizzata è più efficace della pratica spontanea. Sottoporsi a un maggior numero di esami non equivale a garantirsi un migliore stato di salute. Questo atteggiamento, unito a una minore efficienza della macchina pubblica e alla ridotta sensibilità in materia di una parte della cittadinanza, permette di spiegare quali fenomeni determinino lo scenario visibile sul rovescio della medaglia. A preoccupare è la forbice tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Se consideriamo la mammografia, si va dal 73 per cento dell’Emilia all’11 della Calabria: nel mezzo, ma più spostate verso il basso, la Sicilia (25), la Sardegna (22), la Campania (20) e la Puglia (19). Peggiore è la situazione del colon-retto: si passa dal 61 per cento di adesione del Friuli Venezia Giulia allo zero registrato in Puglia, dove lo screening di fatto non è mai partito (negando un diritto all’intera cittadinanza, costretta a ripiegare sulla sanità privata). Sono i numeri del Sud Italia a non permettere di essere dunque pienamente ottimisti. Quando la diagnosi del tumore del colon-retto avviene in fase avanzata, le possibilità di sopravvivenza sono limitate. Soltanto l’11 per cento di questi pazienti è vivo a cinque anni dalla diagnosi.

Twitter @fabioditodaro

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