Wise Society : Da Chicago le nuove frontiere della lotta al cancro
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Da Chicago le nuove frontiere della lotta al cancro

Al congresso mondiale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco), gli oltre 40mila specialisti hanno illustrato, tra le altre, le nuove scoperte per la lotta al tumore al polmone e al pancreas

Fabio Di Todaro
9 giugno 2019
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E’ stato presentato uno studio che ha evidenziato come, associando la molecola ribociclib alla terapia ormonale già seguita dalle donne con un tumore avanzato o già metastatico, la sopravvivenza possa passare dal 46 al 70 per cento, Foto: iStock

«Curare ogni paziente, imparare da ogni paziente». Con questo titolo, pochi giorni fa a Chicago si è tenuto il congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco). Si tratta del più importante convegno mondiale dedicato ai tumori: oltre 40mila gli specialisti accorsi sulle sponde del lago Michigan per scoprire le ultime novità nella lotta al cancro. Il titolo scelto per questa edizione è eloquente, quasi romantico. Di sicuro un segno dei tempi che cambiano. La lotta al cancro sta infatti vivendo una fase importante, probabilmente decisiva per arrivare a fare i conti con una malattia a volte inguaribile, ma possibile da cronicizzare: al pari del diabete, per fare un esempio. L’«imparare da ogni paziente» rimanda alla possibilità di imparare dal trattamento di una singola persona, nella speranza di poter poi trasferire quel bagaglio di conoscenze e opportunità anche a chi verrà dopo. Questo, di fatto, è quello che sta accadendo con l’immunoterapia, considerata la frontiera più avveniristica della lotta ai tumori. Con questo servizio, scritto a margine del convegno, vogliamo riepilogare le notizie più significative emerse dall’appuntamento di Chicago.

SPERANZE PER IL TUMORE AL SENO METASTATICO – Una delle novità più importanti ha riguardato il tumore al seno. All’Asco è stato infatti presentato uno studio che ha evidenziato come, associando la molecola ribociclib alla terapia ormonale già seguita dalle donne con un tumore avanzato o già metastatico (non il sottotipo triplo negativo però, il più aggressivo), la sopravvivenza possa passare dal 46 al 70 per cento. Il dato è stato rilevato soltanto sulle donne in premenopausa: ovvero coloro che si ammalano in età fertile, quasi quattromila in Italia. Pazienti giovani, nel pieno della vita familiare e professionale, che vedono la malattia abbattersi come uno tsunami lungo il proprio percorso. Cronicizzare la malattia, in questi casi, può far vivere queste donne a lungo. «Risultati importanti come questi con ribociclib sono ciò che desideriamo osservare in ogni studio clinico – commenta Michelino De Laurentiis, direttore dell’unità di oncologia senologica e toracopolmonare all’Istituto Nazionale dei Tumori Fondazione Pascale di Napoli -. Ottenere un miglioramento della sopravvivenza in una malattia non guaribile come il tumore della mammella metastatico è veramente un eccezionale avanzamento per le pazienti».

IMMUNOTERAPIA PRIMA SCELTA PER IL TUMORE DEL POLMONE – Non meno rilevante è la notizia che riguarda il tumore del polmone, di cui ogni anno s’ammalano oltre 41mila persone nel nostro Paese. I dati dello studio Keynote-001 hanno evidenziato come combattere fin da subito la malattia con la molecola pembrolizumab – approccio mirato a riattivare il sistema immunitario per combattere il cancro – quadruplichi la sopravvivenza a cinque anni dei pazienti con una neoplasia non a piccole cellule avanzata. Inoltre, fra i pazienti già trattati con la chemio, il 42 per cento ha manifestato una risposta positiva alla immunoterapia per una durata media di 16,8 mesi. «La visione negativa associata alla diagnosi di questo tipo ditumore è certamente non più appropriata – afferma il primo autore dello studio, Edward Garon: oncologo della UCLA University di Los Angeles -. Il fatto che in questo studio abbiamo dei pazienti che sono ancora vivi dopo sette anni è un fatti da rimarcare. Abbiamo anche evidenze che la maggioranza dei pazienti che rispondono bene a questa terapia immunoterapica per i primi due anni vivono per cinque o più anni (fino a pochi mesi fa la sopravvivenza si misurava in mesi, ndr)».

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Nella lotta al cancro l’immunoterapia può rappresentare una soluzione parziale per quei pazienti che fino a pochi anni fa avrebbero avuto poche alternative, Foto: Pixabay

SPERANZE ANCHE PER IL TUMORE DEL PANCREAS – Un farmaco di «precisione» è invece protagonista nelle nuove speranze che riguardano le persone (e alle loro famiglie) alle prese con un tumore del pancreas. A Chicago sono stati infatti presentati i primi risultati riguardanti il trattamento della malattia nei pazienti con una mutazione dei geni Brca (gli stessi coinvolti nell’insorgenza dei tumori al seno e all’ovaio) con olaparib, un farmaco in grado di raddoppiare (dal 9,6 al 22 per cento) i tassi di sopravvivenza a due anni. «Fino a oggi, nessun trattamento di mantenimento nel tumore del pancreas aveva migliorato la sopravvivenza senza far registrare una progressione della malattia», spiega Giampaolo Tortora, direttore del Comprehensive Cancer Cancer del policlinico Gemelli di Roma e co-autore dello studio pubblicato sul «New England Journal of Medicine». «Questo è il primo lavoro che stabilisce un vantaggio con un nuovo farmaco biologico sulla base di una mutazione genetica-molecolare nei tumori del pancreas».

OBIETTIVO: CRONICIZZARE LA MALATTIA – Di cancro ci si continuerà ad ammalare. Ma, dopo aver vinto già diverse sfide (ci sono malattie in cui i tassi di sopravvivenza dopo cinque anni sono superiori al 90 per cento), si sta provando a vincere le sfide più difficili, quelle contro i tumori più aggressivi. L’immunoterapia non è la salvezza per tutti, ma può rappresentare una soluzione parziale per quei pazienti che fino a pochi anni fa avrebbero avuto poche alternative. «Aizzando» il sistema immunitario contro il cancro, spesso la malattia non si guarisce, ma si contiene. La si cronicizza, evitando che continui a crescere con un epilogo irreversibile. Può sembrare poco, ma in realtà è un passo avanti significativo sia in termini di ricerca sia di vita, per quei pazienti che, a fronte di determinate diagnosi, sarebbero stati già spacciati fino a pochi anni fa. I risultati più significativi, al momento, riguardano il melanoma e i tumori del polmone, del rene e del distretto testa-collo. Ma un simile approccio, in linea teorica, potrebbe funzionare contro tutte le malattie oncologiche. Di strada dunque ce n’è da fare ancora, considerando pure che al momento soltanto la metà dei pazienti candidati all’immunoterapia risponde nel migliore dei modi. Perché un altro 50 per cento non riesce a cronicizzare il cancro? Questa è una delle prime domande a cui gli oncologi saranno chiamati a rispondere nei prossimi anni.

Twitter @fabioditodaro

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