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Sempre di più le specie di pesci che mangiano la plastica

Uno studio dell'Ispra conferma che negli ultimi 20 anni 50.000 animali di 116 specie diverse del Mediterraneo hanno ingerito plastica

Fabio Di Todaro
8 Gennaio 2020

La presenza della plastica e della microplastica nei mari e negli oceani costituisce un problema globale che impatta tutta la catena alimentare. Studiando i grandi animali, che si nutrono di plancton o di prede, e che accumulano grandi quantità di inquinanti attraverso la loro alimentazione, possiamo valutare la portata del problema sulla fauna marina. È quello che ha fatto negli ultimi mesi l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), esaminando 128 ricerche condotte tra il 1980 e il 2019. In tutto questo tempo la plastica, oltre a finire nello stomaco dei pesci, spesso si è trasformata anche in mezzo di trasporto o in ambiente di vita. Sono state rintracciate infatti 168 categorie di organismi marini trasportati da oggetti galleggianti (principalmente di plastica), anche in ambienti in cui non erano stati trovati prima. Tra questi anche batteri che possono causare malattie nei pesci che li ingeriscono.

PESCI ALLA…«PLASTICA» – Sfogliando le pagine del rapporto, si evince che quasi 50.000 animali di 116 specie diverse nel Mediterraneo hanno ingerito plastica nel periodo considerato. Il 59 per cento erano pesci ossei, tra cui molte che si mangiano comunemente: come sardine, triglie, orate, merluzzi, acciughe, tonni, scampi e gamberi rossi. Il restante 41% era costituito da altri animali marini come mammiferi, crostacei, molluschi, meduse, tartarughe e uccelli. Gli organismi più comuni trasportati dai rifiuti marini sono invece risultati gli artropodi (crostacei) e gli Cnidari (gorgonie, coralli). Secondo l’indagine dell’Ispra, almeno 44 specie marine sono rimaste intrappolate nella plastica, soprattutto reti da pesca, morendo per affogamento, strangolamento o denutrizione (soprattutto i cetacei). Oltre a inquinare l’ecosistema marino, i rifiuti, in particolare lenze e reti da pesca, possono infatti distruggere, ferire e soffocare colonie di coralli e gorgonie, anche in ambienti molto profondi e remoti. La tartaruga marina Caretta caretta è considerata quella più a rischio, da questo punto di vista. Ma oltre a lei ci sono anche diverse specie della lista rossa dell‘International Union for Conservation of Nature (IUCN): come il corallo rosso, il tonno rosso, lo spinarolo e il capodoglio.

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UOMO: RISCHI E RESPONSABILITÀ – Mangiando pesci e molluschi contaminati ci sono rischi per la salute umana? Secondo un rapporto stilato dalla Fao nel 2016, al momento non è possibile dimostrare la presenza di effetti negativi sulla salute dell’uomo. Questo ce lo si può in parte spiegare ricordando che, quando mangiamo il pesce, non portiamo a tavola anche il suo stomaco. Nel tempo, però, si potrebbe presentare il problema dell’eccessiva assunzione di sostanze inquinanti. In che modo possiamo provare a contrastare questa emergenza? Riducendo l’uso dei sacchetti di plastica, favorendo il loro riciclo e riducendo il packaging. Deve prevalere l’economia circolare: ormai lo diciamo da anni, ma il passaggio alla pratica non è così scontato. Soltanto in questo modo, tra qualche anno, potremo trovare meno plastica negli animali marini: da quelli piccoli a quelli più grandi.

Twitter @fabioditodaro

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