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Bioplastiche: sono la plastica del futuro? Definizione e vantaggi

Considerate il materiale del futuro, in grado di mettere insieme versatilità della plastica e rispetto per l’ambiente, i polimeri bio rappresentano la svolta nella lotta contro l'inquinamento. Eppure non sono ancora così diffusi e con l'abolizione della plastica monouso, la questione si complica

Maria Enza Giannetto
5 Luglio 2021

È considerato il materiale del futuro, perché mette insieme la versatilità della plastica e il rispetto per l’ambiente. La bioplastica sembra davvero rappresentare la svolta in fatto di inquinamento, imballaggi e praticità visto che garantisce tutte le caratteristiche “comode” della plastica ma è formata da polimeri di materia prima rinnovabile come mais e frumento che hanno un impatto minimo sull’ambiente e che riduce l’aumento di plastica che finisce nei nostri mari Ma è tutto davvero così semplice? E se lo è, come mai si tarda a sostituire la plastica tradizionale con questi materiali innovativi?

Piatti e bicchieri in bioplastica

Foto Shutterstock

Che cos’è la bioplastica

La domanda principale da cui partire è senz’altro: che cos’è la bioplastica? Secondo la definizione data dalla European Bioplastics, si tratta di un tipo di plastica che può essere biodegradabile, a base biologica o possedere entrambe le caratteristiche. In effetti, vanno anche distinte le fonti di partenza utilizzate per la realizzazione di questo tipo di materiale, che possono essere rinnovabili (mais, alghe, scarti vegetali) o fossili (petrolio).

Inoltre, esiste un terzo gruppo sempre più popolare formato dalle plastiche tradizionali non biodegradabili ma prodotte da risorse rinnovabili anziché da combustibili fossili: il polietilene verde, ad esempio, è realizzato a partire dall’etanolo e con un processo di fermentazione da materiale organico, viene convertito in etilene polimerizzato.

In sintesi, la bioplastica può:

  1. derivare (parzialmente o interamente) da biomassa e non essere biodegradabile (ad esempio bio-PE, bio-PP, bio-PET);
  2. derivare interamente da materie prime non rinnovabili ed essere biodegradabile (come PBAT, PCL, PBS)
  3. derivare (parzialmente o interamente) da biomassa ed essere biodegradabile (per esempio: PLA, PHA, PHB, plastiche a base di amido)

Secondo la definizione data da Assobioplastiche, invece, le bioplastiche sarebbero quei materiali che derivano da fonti rinnovabili e di origine fossile, che sono biodegradabili e compostabili. Secondo questa definizione, non ne farebbero parte, quindi, quelle derivanti da biomassa, che non siano biodegradabili e compostabili e che dovrebbero essere considerate “plastiche vegetali”.

Tipologie principali

In base alle definizioni sopra riportate, ecco l’elenco dei principali tipi di bioplastica

  • bioplastiche ottenute da amido di mais, grano, tapioca, patate
  • bioplastiche biodegradabili
  • poli acido polilattico, ottenuto dagli zuccheri
  • poliidrossialcanoati (PHA)[12]
  • poliidrossibutirrato (PHB)
  • poliidrossivaleriato (PHV)
  • poiidrossiesanoato (PHH)
  • polibutilene succinato (PSB)
  • acido polilattico (PLA)
  • bioplastiche a base di cellulosa:
  • bioplastiche derivanti dalla Canapa

>>LEGGI ANCHE >>> Catia Bastioli: “Il futuro è nella bioplastica” <<<


Bioplastica ricavata dalla canna da zucchero

Foto Shutterstock

Bioplastica compostabile e biodegradabile: quali sono le differenze

Spesso si tende a considerare le bioplastiche compostabili e le bioplastiche biodegradabili come sinonimi ma ci sono differenze sostanziali. Tutti questi polimeri, infatti, possono avere origine sia da fonti rinnovabili  sia dal fossile. Bioplastica compostabile e bioplastica biodegradabile però non sono la stessa cosa. La compostabilità è una proprietà ben definita che viene testata e valutata secondo prove e parametri standardizzati (UNI EN 13432) e un materiale è compostabile quando può essere conferito nei rifiuti organici (o umido) perché capace di trasformarsi mediante compostaggio insieme all’umido in compost.

È invece bioplastica biodegradabile un materiale che ha la capacità di essere degradato e alla fine scisso, in modo naturale e grazie all’azione enzimatica di microorganismi, in sostanze più semplici quali anidride carbonica, acqua e metano, senza che durante il processo siano rilasciate sostanze inquinanti. La biodegradazione è un processo naturale per cui tempo e modalità sono strettamente correlate alle caratteristiche della materia prima.

Vantaggi e svantaggi dell’impiego di bioplastica

La bioplastica consente di ottimizzare la raccolta e la gestione dei rifiuti e di ridurre l’impatto ambientale, apportando vantaggi al ciclo produzione-consumo-smaltimento.  Ad esempio: le stoviglie usa e getta e i contenitori monouso hanno un enorme impatto sull’ambiente – basti pensare all’enorme isola di rifiuti nel Pacifico detta appunto Pacific tash vortex   perché sono difficili da riciclare se contaminati dal cibo mentre se realizzati in plastica compostabile, possono essere smaltiti con i rifiuti organici, come le stesse buste biodegradabili. I vantaggi in termine di ridotto impatto ambientale, insomma, sono davvero tanti.

Ma quali sono, invece, gli svantaggi delle bioplastiche? Lo svantaggio principale è il costo di produzione che limita la crescita di questo settore, ostacolato sia dalla concorrenza della plastica tradizionale sia dal rischio di deforestazione che va ostacolato con normative apposite. Altro punto di “svantaggio” è che per realizzare una buona bioplastica serve generare un prodotto con caratteristiche costanti mentre le tante materie prime utilizzate ad oggi non garantiscono questa uniformità chimica.

Bioplastica compostabile

Foto Shutterstock

Cosa succederà dopo lo stop alla plastica monouso?

Per ridurre le tonnellate di rifiuti in plastica l’Unione Europea ha varato un piano di azione per l’economia circolare in cui rientra anche la filiera industriale della plastica e soprattutto il settore del packaging. Un piano strategico che si concentra anche sulle bioplastiche. Importante, però, capire bene cosa succederà a partire dal 3 luglio 2021, quando i prodotti di plastica monouso (posate, piatti, cannucce, bastoncini cotonati, agitatori per bevande, aste per i palloncini e contenitori per alimenti) dovranno sparire dagli scaffali dei supermercati dei 27 paesi Ue, anche quelli biodegradabili. La direttiva europea che lo prevede, la 2019/904 si inserisce nel quadro della Plastic tax e del Piano d’azione per l’economia circolare dell’Unione. Ma quali sono, esattamente, le plastiche fuori norma?

La direttiva, che ha come obiettivo primario la prevenzione del marine littering, assimila le plastiche non degradabili a quelle oxo-degradabili e biodegradabili, vietandole entrambe. E anche le biodegradabili, ormai sempre più comuni nei nostri supermercati visto che molte aziende hanno puntato su una rimodulazione della propria produzione. Per questo, di recente, si è acceso il dibattito sul tema delle plastiche biodegradabili e compostabili. L’Italia, infatti, contesta la decisione dell’UE di assimilare plastiche e bioplastiche rimarcando la biodegradabilità di molti prodotti e sottolineando come la direttiva SUP non tenga in considerazione il tema del riuso, del design dei materiali e dell’economia circolare. Ed è probabile che si andrà verso una deroga o una proroga di questa data. Vedremo come andrà a finire.

Maria Enza Giannetto

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