Wise Society : Olio di oliva: negli USA diventa addirittura un farmaco
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Olio di oliva: negli USA diventa addirittura un farmaco

Secondo la Food and Drug Administration, 20 grammi al giorno di olio di oliva corrispondenti a due cucchiai sarebbero un valido antidoto contro le malattie cardiovascolari. e invita a scriverlo pure sull'etichetta

Fabio Di Todaro
8 aprile 2019

Da alimento a farmaco, almeno per la «Food and Drug Administration», l’ente regolatorio statunitense in materia di cibo e farmaci. Da un paio di mesi a questa parte, il consumo dell’olio di oliva (non soltanto l’extravergine) può essere caldeggiato da parte dei medici come possibile antidoto alle malattie cardiovascolari. Merito soprattutto dell’acido oleico, il principale grasso monoinsaturo presente nell’«oro giallo», che secondo gli esperti dell’agenzia statunitense può ridurre il rischio di insorgenza di una malattia coronarica. Il consumo dovrebbe oscillare attorno ai 20 grammi al giorno: il corrispondente di due cucchiai (non cucchiaini), su per giù. La decisione ha fatto notizia anche all’interno della comunità scientifica, dal momento che in un’epoca in cui si tende a categorizzare tutti gli alimenti, tra «buoni» e «cattivi», questo è uno dei pochi casi in cui c’è una indicazione precisa proveniente da un’autorità in materia sanitaria.

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L’acido oleico, presente nell’olio di oliva così come in altri oli (girasole, colza) e in grado di riequilibrare i livelli di colesterolo (riducendo quelli dell’Ldl e aumentando quelli dell’Hdl), può arrivare a fornire fino al 20-25 per cento delle chilocalorie giornaliere, Foto: Flickr

IL «POTERE» DELL’ACIDO OLEICO – La «Food and Drug Administration», le cui decisioni spesso anticipano quelle assunte nei mesi successivi almeno nei Paesi occidentali, è giunta a questa conclusione dopo aver revisionato le prove già presenti in letteratura. L’acido oleico, presente pure in altri oli (girasole, colza) e in grado di riequilibrare i livelli di colesterolo (riducendo quelli dell’Ldl e aumentando quelli dell’Hdl), può arrivare a fornire fino al 20-25 per cento delle chilocalorie giornaliere. Il suo caso è dunque completamente diverso rispetto a quello dei grassi saturi, per cui invece si raccomanda di non superare una soglia pari alla metà di quella indicata per l’acido oleico: in virtù di un aumentato rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari, prima causa di morte nella società occidentale. L’agenzia statunitense ha detto anche una cosa in più. Gli oli la cui componente in grassi sarà rappresentata per almeno il 70 per cento da acido oleico, potranno riportare in etichetta che «il suo consumo porta benefici per il cuore, in quanto l’acido oleico sostituisce il grasso saturo dannoso per il cuore». Una presa di posizione destinata a lasciare il segno, che è anche la conseguenza della diffusione in tutto il territorio americano dell’olio di oliva. I suoi consumi sono triplicati negli ultimi vent’anni e oggi ammontano a 315 milioni di chili: soltanto l’Italia e la Spagna ne acquistano e ne consumano di più. Ma la crescita dell’olio d’oliva sulle tavole di tutto il mondo è avvenuta anche in altri importanti Paesi a partire dal Giappone, per arrivare al Brasile, alla Russia, al Canada, alla Francia, alla Gran Bretagna e alla Germania.

UN’OPPORTUNITA’ PER I PRODUTTORI ITALIANI – Secondo Coldiretti, sulla base della decisione assunta oltreoceano, «si aprono enorme potenzialità per la produzione italiana, seconda a livello mondiale alle spalle della Spagna». Un piazzamento «quantitativo» che rischia però di essere minato se il crollo della produzione registrato quest’anno (-38 per cento, notevole la riduzione della produzione in Puglia, che da sola produce oltre il 60 per cento dell’olio nazionale) a causa del maltempo e dei venti accompagnati dalla pioggia durante la fioritura che hanno ridimensionato i raccolti dovesse ripetersi anche nelle prossime annate. «Il rischio per i consumatori – denuncia Coldiretti – è che nelle bottiglie di olio, magari vendute sotto marchi italiani ceduti all’estero o con l’etichetta della grande distribuzione si trovi prodotto tunisino, spagnolo o greco, potendo contare anche su etichette dove l’indicazione della provenienza è spesso illeggibile».

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I consumi di olio di oliva in tutto il territorio americano sono triplicati negli ultimi vent’anni e oggi ammontano a 315 milioni di chili: soltanto l’Italia e la Spagna ne acquistano e ne consumano di più, foto: Pixabay

CONSIGLI PER I CONSUMATORI – Nel 2018 gli arrivi di olio dalla Tunisia sono quasi triplicati (+170%) e potrebbero crescere ulteriormente se, di pari passo al calo della produzione nostrana, l’Unione Europea rinnoverà l’accordo per l’ingresso di contingenti d’esportazione di olio d’oliva a dazio zero verso l’Unione Europea. Sulle confezioni, d’altra parte, nella maggioranza dei casi si legge «miscele di oli di oliva comunitari», «miscele di oli di oliva non comunitari» o «miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari»: definizioni rese valide da un regolamento comunitario, ma che poco o nulla dicono al consumatore circa la provenienza della materia prima. Per non cadere in trappola, il consiglio degli esperti è quello di diffidare dei prezzi troppo bassi, guardare con più attenzione le etichette e acquistare extravergini a denominazione di origine Dop, quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100 per 100 da olive italiane o di acquistare direttamente dai produttori olivicoli o nei frantoi: dov’è spesso possibile assaggiare l’olio extravergine di oliva prima di comprarlo e riconoscerne le caratteristiche positive. D’altra parte, oggi si può chiedere: comprereste mai una medicina da uno sconosciuto?

Twitter @fabioditodaro

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