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Sindrome della capanna: cos’è e come superarla

Paura di uscire, insicurezza, ansia. Il ritorno alla "normalità" dopo la quarantena spaventa molti bambini (ma anche parecchi adulti). I rimedi e i consigli della psicologa per affrontare quella che potrebbe diventare una vera e propria emergenza sociale

Marzia Terragni*
28 Maggio 2020

È dall’inizio della fase 2 che se ne sente parlare e forse, prima ancora, pur senza sapere come chiamarla, in molti hanno percepito una sensazione più o meno intensa e invasiva di agitazione o fastidio all’idea di poter/dover ricominciare ad uscire. Una sorta di paura a lasciarsi alle spalle la quarantena e tornare (più o meno) alle normali attività della vita prima del Coronavirus. Un vero e proprio disturbo che va sotto il nome di Sindrome della capanna, o del prigioniero.

Che cos’è la Sindrome della capanna (o del prigioniero)?

La chiamano “Sindrome della capanna” perché deriva dalla sensazione di sicurezza che arriva dal restare rintanati nel proprio rifugio, quello nel quale ci si sente protetti e dove si è imparato, in queste settimane, a stabilire nuovi ritmi di vita, nuove consuetudini che – se anche inizialmente sono risultati imposti e faticosi – ora, a oltre due mesi di distanza, appaiono anche nei loro risvolti piacevoli e funzionali.

Del resto la nostra mente impiega circa 21 giorni a strutturare delle abitudini e quindi lo stile di vita dettato dalla quarantena è, di fatto, divenuto automatico e in quanto tale quello che richiede il minor dispendio di energie di adattamento.

donna in casa alla finestra

Foto: Tobias Tullius / Unsplash

Come si manifesta e quali sono le cause della Sindrome della capanna?

Ma non è solo resistenza al cambiamento. C’è la paura, più o meno razionale, di un virus che è ancora lontano dall’essere debellato e la fatica di confrontarsi con un mondo diverso da quello conosciuto, fatto di persone da tenere a distanza (e che quindi, inconsciamente, sono percepite come potenzialmente pericolose), di cui incrociamo solamente gli occhi perché il resto del viso è coperto da una mascherina; fatto di negozi semi-chiusi, di bar dove non ci si può più intrattenere al bancone per bere un caffè e fare due chiacchiere…

Quando la Sindrome della capanna riguarda i più piccoli…

Finché si è dentro casa è un mondo che si può solo immaginare, ma uscendo diventa la realtà con cui si deve fare i conti. Per i genitori la preoccupazione raddoppia, perché alla tutela personale si somma quella dei propri figli, rispetto ai quali si apre il forte dilemma di dove porre il confine tra il bisogno di relazione (ma anche di tornare a una più sana vita all’aria aperta) e il diritto alla salute.

Dopo mesi in cui le regole rispetto all’utilizzo dei device sono state completamente ribaltate (prima si invitavano i ragazzi a non trascorrere troppo tempo di fronte allo schermo e poi si sono obbligati a vivere su tablet e pc qualsiasi attività ludica o formativa) ora bisogna comprendere quanto diventi difficile anche per loro ritornare al contatto umano con gli amici, contatto che peraltro non può essere tale fino in fondo, essendo vietati i raggruppamenti e pertanto anche le uscite in compagnia al parchetto per tirare quattro calci al pallone…

bimbo

Foto: ©123RF.com

Bambini e adolescenti: il rientro alla vita “normale” cambia a seconda dell’età

E in questo senso il quadro attuale vede delinearsi una differenza significativa tra i bambini e gli adolescenti. Questi ultimi già predisposti, per caratteristiche legate alla fase evolutiva del ciclo di vita, all’“evasione”, al mettere delle distanze tra sé e gli adulti di riferimento, tendono a riappropriarsi della loro libertà, anche – molto spesso – reinterpretando le regole a propria discrezione e a proprio vantaggio. Si vedono pertanto in giro gruppetti di ragazzini che non mantengono le distanze necessarie, che utilizzano le mascherine in modo incongruo, che si passano sigarette e lattine.

Un po’ protetti da quel senso di onnipotenza tipico dell’adolescenza, un po’ dalla consapevolezza mutuata da notizie ascoltate qui e là (ma soprattutto mutuate da pagine Instagram) secondo cui per i minorenni il virus non sarebbe pericoloso (senza considerare come lo diventi dal punto di vista della trasmissione del contagio).

I bambini più piccoli sembra che invece stiano facendo più fatica a lasciare il nido, a tornare a fidarsi di un mondo di adulti “mascherati”, soprattutto dopo aver beneficiato, come mai prima d’ora, per tante settimane consecutive, della presenza dei genitori a casa, dell’attenzione privilegiata di cui naturalmente sono stati oggetto, di tempi più lunghi di gioco e di concessioni più morbide in famiglia. Elementi che per la popolazione infantile hanno tutta l’aria di essere insomma vantaggi per nulla trascurabili.

Peraltro non va mai dimenticato quanto, per i bambini più piccoli, sia importante lo stato emotivo del genitore. Esemplare in questo senso risulta l’esperienza dell’inserimento all’asilo: al di là di ciò che una madre può dire al piccolo, lui reagirà con fiducia e curiosità al nuovo posto se percepirà la tranquillità della mamma, ma parimenti sarà il primo a cogliere i segnali di ansia (anche abilmente celati) del genitore tramutandoli in crisi di pianto e angoscia.

I rimedi e come aiutare i ragazzi a superare la Sindrome della Capanna

psicologa Marzia Terragni

Marzia Terragni, psicologa, psicoterapeuta familiare ed esperta in Mindfulness

Per la fase 2 vale la stessa regola: gli adulti potranno spiegare ciò che sta avvenendo (ed è sempre importante che lo facciano, adattando le parole e la complessità del discorso alle capacità di apprendimento dei bambini), potranno illustrare cosa si può e cosa non si può fare in questo momento (e su questo può risultare molto pericoloso concedere deroghe), ma – come sempre – ciò che avrà il peso maggiore sarà l’atteggiamento con cui i grandi affronteranno la riapertura; sarà il loro comportamento il modello di riferimento. Così i bambini si riapprocceranno al mondo fuori con paura se percepiranno l’ansia dei genitori, con irresponsabilità se noteranno comportamenti superficiali e disattenti alle regole e alle limitazioni imposte.

Come in molti altri ambiti, anche qui, la cosa migliore da fare per aiutare i bambini a vivere il più serenamente possibile questo passaggio, è mantenere un atteggiamento coerente, aperto alla comunicazione e a dare spiegazioni per rendere chiaro non solo quali siano i paletti entro cui stare, ma anche per quali ragioni è bene attenervisi.

E poi, soprattutto davanti ai più timorosi, l’atteggiamento più opportuno per accompagnarli nella fase 2 può essere quello dei “piccoli passi”. Inutile programmare il tour dei negozi e dei parchi, meglio un piccolo giretto o l’incontro con un amico per un gelato insieme, così che si facciano delle piccole esperienze positive che vadano a rinforzare la sicurezza in se stessi e a mitigare i fantasmi della nuova “normalità”.

* Marzia Terragni, psicologa, psicoterapeuta familiare ed esperta in Mindfulness

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