Wise Society : Calabria da scoprire: Cosenza e il suo territorio, tuffo nella natura selvaggia

Calabria da scoprire: Cosenza e il suo territorio, tuffo nella natura selvaggia

di Vincenzo Petraglia
27 Agosto 2023
SPECIALE : Vacanze sostenibili fra natura e patrimonio culturale

Due parchi nazionali, il Pollino e la Sila, e svariate aree protette. La provincia cosentina, in Calabria, offre grandi opportunità per chi ama il turismo slow fra habitat incontaminati, borghi medievali, cucina genuina e antiche tradizioni

Quando si parla di Calabria si pensa subito a mare e splendide spiagge. In effetti i chilometri di costa regionali sono ben 780, ma non tutti sanno che il 91% del territorio calabrese è costituito da montagne (41,8%) e colline (49,2), con un indice di boscosità (boschi sul totale superficie) pari al 42,7% contro il 22,7 del resto d’Italia. Non stupisce, dunque, che la Calabria sia l’unica regione italiana, insieme con Abruzzo e Sardegna, ad avere ben tre parchi nazionali (Pollino, Sila e Aspromonte) e oltre 21 fra riserve regionali e statali, zone umide e aree marine protette.

Il territorio del Cosentino, con i suoi 6.709 kmq che rendono la provincia di Cosenza la più estesa della regione, è fra i più ricchi dal punto di vista naturalistico, con luoghi che sono degli autentici paradisi ambientali per molti tratti selvaggi e incontaminati, per questo assolutamente da scoprire per i cultori del turismo slow che amano il contatto con la natura e gli sport all’aria aperta.

Parco nazionale del Pollino

Uno scorcio del Parco nazionale del Pollino, che vanta alcune delle vette più alte dell’Appennino Meridionale (foto: VP)

Parco nazionale del Pollino, nel regno del pino loricato

Il Parco nazionale del Pollino è, con i suoi oltre 192mila ettari ripartiti tra Basilicata e Calabria, il più esteso d’Italia, scrigno di incredibili bellezze naturalistiche e grandi contrasti paesaggistici che lo rendono uno dei più interessanti e straordinari del Bel Paese.

Pare, almeno secondo alcuni studiosi, che furono gli Achei dell’antica polis Sibari a dare il nome al Massiccio del Pollino, cuore del Parco: da Mons Apollineum, Monte di Apollo, proprio perché, al loro arrivo in Italia per fondare le colonie ioniche della Magna Grecia, gli Achei elessero questo gigante montuoso, la cui imponente silhouette gli ricordava quella del sacro Monte Olimpo della madrepatria, dimora di uno fra i loro dèi più amati e significativi, il figlio di Zeus appunto.

Una perla naturalistica, il parco, incastonata nel cuore del Mediterraneo caratterizzata da alcune delle vette più alte dell’intero arco appenninico meridionale, innevate per gran parte dell’anno, da panorami mozzafiato e da fitti boschi fra i quali vivono lupi, caprioli, gatti selvatici, cinghiali, istrici, scoiattoli meridionali (Sciurus vulgaris meridionalis), neri con una macchia bianca sul petto, oltre a lontre e salamandrine dagli occhiali, lungo i corsi d’acqua, mentre nei cieli volteggiano falchi pellegrini, nibbi reali, poiane, capovaccai, gheppi, lanari e maestose aquile reali.

rapace

Foto: Alessandro La Becca / Unsplash

Il pino loricato, il “fossile” arboreo simbolo del Pollino

Il Pollino è il regno incontrastato del rarissimo pino loricato (Pinus leucodermis), simbolo del parco, relitto dell’ultima glaciazione, che con le sue forme contorte modellate dal vento, dal gelo e dai fulmini rappresenta un autentico monumento arboreo, capace di sfidare le condizioni più proibitive e i forti venti che sferzano i pendii rocciosi più accidentati delle alte quote.

Guerrieri vegetali, così come sono stati soprannominati, che si trovano soltanto qui e in alcune zone della Penisola balcanica con la loro inconfondibile corteccia fessurata in placche (loriche) che richiama le antiche corazze romane.

Sono capaci di raggiungere i 40 metri di altezza e i mille anni di vita, aggrappati con le loro radici ai pendii più inaccessibili del Massiccio del Pollino, di cui fanno parte alcune delle vette più alte dell’Appennino meridionale: Serra Dolcedorme (2.267 metri), Monte Pollino (2.248), Serra del Prete (2.181), Serra delle Ciavole (2.127) e Serra di Crispo (2.053), lì dove i faggi e le altre specie arboree non riuscirebbero mai a sopravvivere.

pino loricato Parco nazionale del Pollino

I pini loricati, simbolo del Parco nazionale del Pollino, possono raggiungere anche i mille anni di vita, sopravvivendo a condizioni climatiche estreme (foto: VP)

Un paradiso per gli sport outdoor

Tutte le vette del parco possono essere raggiunte tramite magnifici sentieri panoramici, di varie difficoltà, dove ognuno quindi può trovare il percorso più congeniale alla propria esperienza e preparazione tecnico-atletica, alcuni in quota, altri più a valle, fra le splendide fioriture di quello che è uno dei parchi nazionali con il più alto tasso di biodiversità, dove proliferano orchidee, narcisi, asfodeli, genziane, peonie, ginestre.

Fra tutti i sentieri, quello (3 ore e mezza a/r; difficoltà E) che da Piano di Campolongo (1.338 metri) sale al Monte Caramolo (1.827), cima più alta del gruppo montuoso dell’Orsomarso.

Oppure quelli di media difficoltà che partono da Colle Impiso (1.573 metri) e arrivano fino a Serra delle Ciavole (2.127 metri, circa tre ore di cammino), soprannominata “il Cimitero dei pini loricati”, su cui vive il maggior numero di esemplari di grandi dimensioni di questo straordinario albero, e alla cima del Monte Pollino (2.248 metri), a tre ore di cammino, per una vista spettacolare sull’interno parco nazionale.

Sempre da Colle Impiso parte il sentiero, di media difficoltà, per percorrere il quale si impiegano circa tre ore e mezza, che conduce alla fiabesca Serra di Crispo, soprannominata “il Giardino degli Dei”, un bosco rado di pini loricati millenari da cui si aprono squarci panoramici di incredibile bellezza.

Il Parco non è però soltanto trekking, ma un eden anche per sport quali l’arrampicata, il parapendio, la mountain bike, le passeggiate a cavallo, lo sci di fondo e le ciaspolate d’inverno, o il canyoning nelle spettacolari Gole del Raganello, uno dei canyon più maestosi dell’intero Stivale. E anche per il rafting, per il quale il posto migliore è Laino Borgo, da dove partono adrenaliniche discese lungo il fiume Lao. 

Morano Calabro pino loricato Parco nazionale del Pollino

Una veduta di Morano Calabro, fra i borghi-presepe più belli del Parco nazionale del Pollino (foto: VP)

I borghi da vedere nel Parco del Pollino

Il Pollino non è solo sport e natura, ma anche splendidi borghi da visitare e vivere in modo slow assaporando fino il fondo la loro cultura, la loro gente accogliente, le loro (tante) specialità enogastronomiche.

Morano Calabro, un presepe a grandezza naturale

Fra i paesi più caratteristici c’è Morano Calabro, uno dei borghi in assoluto più belli della Calabria, un presepe a grandezza naturale con sullo sfondo le vette del Massiccio del Pollino.

Un “paradiso” che stava morendo a causa dello spopolamento, ma che è ritornato a vivere e oggi accoglie sempre più turisti in cerca di esperienze fuori dal comune: sono state recuperate diverse case nel centro storico e ne sono nati un accogliente albergo diffuso (Il Nibbio), un museo naturalistico dove arrivano ogni anno migliaia di studenti delle scuole calabresi e dei dintorni per scoprire il mondo degli animali e della natura del parco nazionale, un centro culturale dove vengono organizzati concerti ed eventi, come quello che coinvolge giovani artisti che realizzano graffiti permanenti che abbelliscono il borgo antico, intrico di viuzze, edifici in pietra e chiese.

Fra queste ultime, la quattrocentesca chiesa di San Bernardino da Siena, con il suo campanile che svetta fra le casette di questo meraviglioso borgo-presepe calabrese, che vanta anche un’antica tradizione liutaria (ancora oggi qualche liutaio locale fabbrica lire calabresi, con le classiche tre corde in budello di montone, zampogne, ciaramelle, tamburelli e fischietti di canna).

A pochi chilometri dal centro abitato, a 1.100 metri di quota, si può raggiungere il Parco della Lavanda, una bella realtà il cui fulcro è il recupero di un’antica tradizione locale: l’uso della lavanda selvatica, che cresce spontanea nelle pietraie del Pollino, fra i 900 e i 1.700 metri di altitudine, un tempo importante indotto per l’economia locale; in seguito, dopo le opere di rimboschimento del territorio, andata via via scomparendo.

Si tratta di una fattoria didattica che richiama ormai ogni anno più di ventimila persone: oltre ad ammirare i campi coltivati e il giardino botanico, con più di 80 varietà dell’arbusto aromatico, si può assistere al processo di estrazione degli oli essenziali, fare (e acquistare) saponi, sali da bagno e candele, ma, soprattutto, scoprire gli innumerevoli segreti e curiosità di una pianta che ha proprietà antimicotiche e antinfiammatorie. Il tutto in uno scenario magico avvolto dalle vette del Pollino.

lavanda

Alle porte di Morano Calabro un interessante progetto imprenditoriale ha riportato alla luce un’antica tradizione locale fondata sull’utilizzo della lavanda selvatica (foto: Annie Spratt / Unsplash)

Civita e Papasidero, fra canyon e incisioni rupestri 

Il centro storico di Civita, fondato nel XV secolo da una comunità albanese in fuga dall’occupazione ottomana, è un intrico di vicoli lastricati e piazzette da cui si godono splendide viste panoramiche che giungono fino al Mar Ionio. Una delle caratteristiche del borgo è la presenza delle cosiddette “case parlanti”, o “case Kodra” (dal pittore albanese Ibrahim Kodra che era solito raffigurarle nei suoi quadri), con enormi comignoli.

Le facciate ricordano volti umani: le finestre come occhi, le canne fumarie esterne a guisa di naso e le porte dei magazzini per le provviste, al piano terra, a rappresentare la bocca. La loro funzione era apotropaica: tenere lontani dalle abitazioni gli spiriti maligni, secondo la cultura arbëreshë del paese (interessante il museo etnico Arbëresh, con cimeli sugli usi e i costumi locali).

Dal centro storico, scendendo 600 gradini, si arriva al Ponte del Diavolo, a strapiomobo sulle Gole del Raganello, fra i più imponenti canyon d’Europa, lungo 17 chilometri e in alcuni punti profondo fino a 800 metri. Un vero spettacolo della natura!

L’Associazione “I sette venti del Pollino” di Civita porta avanti un progetto bellissimo legato a un centro locale di falconeria naturalistica: prendersi cura di una trentina di esemplari fra gufi reali, falchi pellegrini, poiane, aquile reali e barbagianni nati in cattività e diffondere la conoscenza e il rispetto di questi splendidi animali e, quindi, una sempre più radicata cultura volta alla salvaguardia dei tanti rapaci che abitano i maestosi scenari del parco nazionale.

A Papasidero si trova, invece, la Grotta del Romito, scoperta nel 1961, che all’interno conserva un’incisione rupestre raffigurante un bovide col suo cucciolo, una delle più antiche d’Italia (10800 anni a.C.).

Parco nazionale del Pollino

I suggestivi scenari del Parco nazionale del Pollino al tramonto (foto: VP)

Le specialità enogastronomiche del Pollino da non perdere

Sono moltissime le tipicità enogastronomiche autoctone, anche Slow Food e con marchi di tutela, come per esempio il Moscato di Saracena, ottenuto da un vitigno che era quasi del tutto sparito e che è stato sapientemente recuperato. E poi salumi, carni pregiate, squisiti prodotti lattiero caseari, come il buonissimo Caciocavallo Dop, olio, miele, legumi, fra cui il Fagiolo poverello bianco, paste fresche e pane, come il celebre pane di Cerchiara di Calabria, profumato e fragrante anche dopo dieci giorni, cotto in forno a legna utilizzando acqua di montagna, lievito madre, farina di grano per il 60% e crusca per la restante parte.

Parco nazionale della Sila, scorci scandinavi nel cuore del Mediterraneo

Cosenza è strategica anche per raggiungere un altro gioiello naturalistico della regione, nel centro della Calabria: il Parco nazionale della Sila, polmone verdissimo fatto di foreste sconfinate che portano alla mente paesaggi nordici, ma sulle rive del Mediterraneo, favorite dalle correnti fredde dell’Atlantico che impattandosi coi rilievi silani generano soprattutto in inverno abbondanti precipitazioni, anche nevose.

Parco nazionale della Sila

L’altopiano della Sila si presenta come una magnifica distesa verde intervallata di tanto in tanto da deliziosi specchi d’acqua (foto: Parco nazionale della Sila)

Laghi fiabeschi e faggi monumentali alti fino a cinquanta metri

Il Parco della Sila si estende per 74mila ettari che abbracciano le province di Cosenza, Crotone e Catanzaro, ricoperti per ben l’80% da foreste di conifere. Un “mare” verde interrotto solo da poche radure o dalle pennellate azzurre di scenografici specchi d’acqua quali l’Arvo, nel cuore del parco, il Cecita, il più grande, e l’Ampollino, che, con i suoi rami ricoperti di foreste che si spingono fino al pelo dell’acqua, si insinua fra i lembi di terra circostanti disegnando scorci fiabeschi che ricordano i fiordi norvegesi.

L’altopiano silano si sviluppa in media sopra i mille metri ed è sormontato da dolci ondulazioni e vette non superiori ai duemila metri. Suddiviso in Sila Greca, Sila Piccola e Sila Grande, è il regno incontrastato del pino laricio (pinus nigra calabrica). Una specie autoctona riscontrabile solo in Corsica e Grecia, capace di raggiungere i 50 metri di altezza, con fusti regolari e senza nodi e la caratteristica corteccia squamata grigio-argento.

Colossi che dovevano rendere un tempo, prima dei massicci tagli perpetuati fino agli anni Sessanta, la Silva brutia, celebrata anche da Virgilio e Plinio, visitata da Federico II per le battute di caccia ed eletta nell’Ottocento nascondiglio perfetto dei briganti, un maestoso capolavoro della natura. Tanto che Norman Douglas, viaggiatore del Grand Tour, agli inizi del Novecento nel suo libro “Old Calabria” la descrisse come “un’autentica foresta vergine mai sfiorata da mano umana”.

bosco

Foto: Francesco Liotti / Unsplash

Per secoli, a partire dai greci e romani che la utilizzarono per costruire navi e ricavare pece e resina, ha alimentato anche l’industria edile (le travi della basilica di San Marco a Venezia, per esempio, vengono proprio da qui) e bellica soprattutto durante i due conflitti mondiali. Ne rimane traccia nei ruderi di segherie e teleferiche e nei caratteristici villaggi in legno costruiti per operai e proprietari forestali.

Il Villaggio Mancuso (degli anni Trenta), con il Grande Albergo delle fate e il Bar La Rotonda, in perfetto stile alpino, e Silvana Mansio, con le sue variopinte casine in legno, ne sono un esempio.

Per fortuna alcuni dei giganteschi esemplari arborei sono sopravvissuti alla mano dell’uomo. La Riserva “I Giganti di Fallistro”, nel comune di Spezzano della Sila, con le sue 56 piante di età compresa fra 350 e 380 anni, è la più grande foresta in Europa per numero di alberi di questo tipo. Giganti con diametri di due metri e altezze di 45.

La Sila è uno scrigno biogenetico ricchissimo con ben nove riserve dove si producono semi esportati anche all’estero. Nella Foresta del Gariglione, in Sila Piccola, considerata una delle più belle foreste d’Italia, si recano spesso studiosi di prestigiose università europee per studiarne le caratteristiche. Presenta la consociazione di decine di specie arboree: pini, abeti, faggi, aceri, pioppi tremuli, cerri, ciliegi e prugni selvatici, fra i quali svettano dall’alto dei loro 40 metri di altezza i cosiddetti “Abeti gemelli” ed esemplari di faggio gigante, uno dei quali ha 300 anni, un diametro di 240 centimetri ed è alto 35 metri.

parco nazionale sila lago

I laghi Ampollino, Arvo e Cecita danno vita in tutte le stagioni a scenari di grande suggestione (foto: VP)

Trekking e non solo

L’Altopiano della Sila ospita ben sei tappe del Sentiero Italia (seimila chilometri che attraversano tutto il nostro Paese) e vanta molti sentieri ufficiali ben segnalati di cui sono disponibili mappe e schede tecniche nei centri visitatori del Parco, dove si possono seguire anche percorsi natura fra orti botanici, giardini geologici, musei su flora e fauna silane.

Tra i fitti boschi del Parco vivono gufi reali, civette, barbagianni, picchi neri, astori, gheppi, allocchi, poiane. E poi cinghiali, cervi, caprioli, lepri italiche, tassi, volpi, martore, gatti selvatici, scoiattoli (Sciurus vulgaris meridionalis), lupi, che in Sila hanno una delle concentrazioni più alte d’Italia, e salamandre pezzate che insieme alle trote fario popolano i tanti corsi d’acqua del Parco.

I sentieri per trekking e due ruote sono molti. Dal Centro visitatori Cupone, sul lago Cecita, per esempio partono alcuni dei sentieri più belli per andare alla scoperta della natura maestosa della Sila; fra questi, il sentiero n. 439, ex n. 2: 8,5 chilometri fra lussureggianti boschi con splendidi esemplari di pino laricio.

Sentieri che è bello percorrere, anche a cavallo, in tutte le stagioni, soprattutto in primavera, quando a fare da sfondo sono le magnifiche fioriture di praterie come Macchialonga, fra il lago Cecita e la Fossiata, una delle foreste più belle del Parco: distese multicolori di orchidee, viole, narcisi, anemoni, gladioli, gigli e ginestre, che inebriano con i loro intensi profumi.

D’inverno alcuni di questi sentieri si trasformano in tracciati per cimentarsi con fat bike (bici da neve) e sleddog, trainati dai cani in slitta, e, soprattutto fra Camigliatello Silano e Lorica, in belle piste da sci. Fra queste, quella per il fondo che si sviluppa lungo la Strada delle vette, il crinale che divide la valle dell’Arvo da quella del Cecita. Quando il tempo è bello rappresenta uno dei percorsi più panoramici del Parco: 25 chilometri che salgono per le vette Botte Donato (con i suoi 1.928 metri, la più alta della Sila), Curcio (1.768) e il Valico di Montescuro (1.618).

Da Botte Donato, dove arriva da Lorica anche una cestovia, lo sguardo spazia libero: a valle le sconfinate distese boschive e le azzurre forme allungate del lago Arvo, a nord il Cecita e parte della Piana di Sibari con sullo sfondo il gigante brullo del Pollino, a est il Golfo di Taranto e a ovest il Tirreno col blu del Golfo di Sant’Eufemia oltre il quale, quando è limpido, si intravedono le silhouette delle Eolie e dell’Etna. Un panorama che non ha davvero eguali.

lupo

Il lupo è uno degli emblemi della Sila, che qui registra una delle concentrazioni più alte d’Italia (foto: M. Zonderling / Unsplash)

Borghi, prodotti tipici e antiche tradizioni in Sila

In Sila anche i borghi hanno il loro appeal. Fra tutti, San Giovanni in Fiore, col suo saliscendi di viuzze e l’Abbazia Florense, fondata nel 1189 da Gioacchino da Fiore, figura di spicco del monachesimo dell’epoca, e Taverna, città natale del pittore seicentesco Mattia Preti, di cui ci sono opere nella chiesa di San Domenico e nel Museo Civico. Longobucco è noto per la tessitura artigianale: coperte, tovaglie, tappeti dai motivi e colori bellissimi creati da donne che utilizzano nelle loro case gli antichi “tilaru” (telai).

Fra le esperienze da non perdere, infine, il Treno storico della Sila: da Moccone a San Nicola Silvana Mansio passando per Camigliatello a bordo di una locomotiva a vapore del 1926 con carrozze d’epoca.

Come pure rappresentano un must i molteplici prodotti tipici locali, assolutamente da provare. Tra questi spiccano i funghi porcini, le soppressate e le salsicce, i prosciutti e i capocolli, oltre al Caciocavallo Silano Dop, presidio Slow Food ottenuto da mucche podoliche, e alla Patata della Sila Igp. Coltivata a oltre mille metri di altitudine, è rinomata per la sua pasta compatta e per la sua estrema dolcezza, base di piatti come le Patate m’bacchiuse (appiccicate), cucinate con le cipolle, dono di una natura che in quest’angolo di Calabria si mostra in tutta la sua enorme ricchezza e bellezza.

Vincenzo Petraglia

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