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Boicotta la plastica per una settimana, la campagna di Zero Waste

La campagna per spingere le aziende a ridurre l’uso del packaging si conclude il 9 giugno. Ma acquistare prodotti senza pellicole, imballaggi, plastica o polistirolo è impresa ardua

Fabio Di Todaro
6 giugno 2019

Entro due anni la direttiva europea vuole superare la logica del monouso, mettendo al bando piatti, posate e cannucce di plastica. E la campagna indetta da Zero Waste nella settimana senza rifiuti (iniziata il 3 giugno e che si conclude il 9 giugno) per boicottare e dire no alla plastica monouso e agli alimenti avvolti in confezioni di plastica, sta andando anche oltre. Una campagna nata con un obiettivo chiaro: spingere le aziende a ridurre l’uso del packaging. Ma acquistare prodotti senza pellicole, imballaggi, plastica o polistirolo non è impresa semplice soprattutto nei supermercati della grande distribuzione che troviamo sotto casa.

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“Boicotta la plastica” è la campagna indetta da Zero Waste nella settimana senza rifiuti (iniziata il 3 giugno e che si conclude il 9 giugno) per boicottare e dire no alla plastica monouso e agli alimenti avvolti in confezioni di plastica, Image by iStock

LO «SLALOM» PER EVITARE LA PLASTICA – Ci abbiamo provato ieri sera a riempire il carrello lasciando da parte la plastica. Appuntamento in un supermercato di Milano, quartiere Città Studi: uno di quelli aperti 24 ore su 24. È qui che è iniziata e finita la corsa a ostacoli. Primo appuntamento al banco frutta e verdura. Ci sono le pesche e le banane in offerta, ma ovviamente assieme a loro occorre portare via anche la vaschetta e la pellicola di plastica. Anche a voler spendere qualcosa in più, vista la stagione, ci sarebbero le fragole e le ciliegie: il prezzo è buono, ma anche in questo caso obbliga a portare via un discreto quantitativo di ciò che fino al 9 giugno dovrebbe latitare dalle nostre abitazioni. E i pomodori? Quasi tutti imbustati o in vaschetta. Non rimane allora che prendere un ananas, senza pensare però a quanto sia costato all’ambiente il suo trasporto dall’altra sponda dell’Atlantico. Per il «plastic free» non rimane allora che puntare sull’insalata (non in busta), sulle mele e sulle banane sfuse. Ci proviamo pure con la carne, ma qui la missione diventa quasi impossibile. Idem dicasi per il pesce, dal momento che a tarda ora il banco è già chiuso e non rimane che ricorrere a quello già riposto nel vassoio e coperto con la pellicola: polistirolo e plastica, ancora una volta. E se vuoi una fetta di formaggio, devi comunque rassegnarti ad acquistarli nella confezione di plastica.

PLASTICA: ANCORA TROPPA NEI SUPERMERCATI – Tralasciando la pasta, le casse dell’acqua e il settore «beauty», non c’è da sorridere nemmeno guardando lo scaffale con le diverse tipologie di pane. Dove si va meno al panificio, inevitabilmente si finisce per impacchettare le rosette e le ciabatte nella plastica. A differenza di quanto accade già in alcuni supermercati Oltremanica, dunque, fare la spesa in Italia rinunciando alla plastica è ancora molto difficile. L’industria, portata a considerare i valori di consapevolezza etica e ambientale un nuovo elemento su cui fare leva, si sta muovendo verso un sistema più sostenibile, con la creazione di buste e altri imballaggi più semplici da riciclare o con soluzioni che mantengono i materiali non riciclabili. Ma servirà ancora almeno un decennio per favorire una diffusione su larga scala di questi imballaggi «alternativi». Nel frattempo ce la si potrebbe quasi fare frequentando i mercati, scelta però non alla portata di tutti per ragioni organizzative. Vivere senza imballaggi è possibile, come dimostra la storia della famiglia Serafin. Ma il fattore tempo incide sullo shopping tra gli scaffali. Serve pazienza per fare una spesa «plastic free», aggiunta a una maggiore disponibilità: spesso l’alternativa esiste, ma a caro prezzo.

Twitter @fabioditodaro

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