Wise Society : Stefano Rossi: “La scuola deve educare all’empatia e ad affrontare il mondo liquido”
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Stefano Rossi: “La scuola deve educare all’empatia e ad affrontare il mondo liquido”

Maria Enza Giannetto
17 Aprile 2021

L’empatia come caratteristica e qualità fondamentale per diventare cittadini dotati di menti critiche e cuori intelligenti. Stefano Rossi, psicopedagogista scolastico, formatore e scrittore nonché ideatore del metodo Didattica cooperativa non ha dubbi: la sfida della scuola di oggi è quella di preparare bambini e ragazzi ad affrontare un mondo precario e condizionato dall’assenza di certezze. Per questo, tra corsi, libri, seminari e lezioni, ha creato un vero e proprio ecosistema in cui convivono attrezzi didattici, consulenze e stimoli per la formazione degli adulti di domani.

Stefano rossi e didattica cooperativa

Stefano Rossi

Stefano, come è nato il metodo della Didattica Cooperativa e perché?

Il mio primo e ancora più grande amore sono sempre stati i ragazzi difficili. Più di 15 anni fa, ho iniziato a lavorare come consulente cercando di aiutare ragazzi che avevano comportamenti oppositivi e provocatori, lavorando con loro mi sono reso conto che oltre alla fragilità emotiva c’era anche un’importante fragilità scolastica. Più di un decennio fa, infatti, nell’ambito dell’inclusione eravamo ancora un po’ indietro e io ho cominciato a realizzare progetti di contrasto alla dispersione scolastica nei quali, oltre a essere uno psicopedagogista mi sono ritrovato a essere anche insegnante di questi ragazzi. Alle prese con Italiano, Inglese, Matematica e tutte le altre materie, ho realizzato che la lezione frontale non funziona.

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Perché non funziona?

Non funziona per varie ragioni, innanzitutto nei giovanissimi, oggi, la soglia di attenzione è sempre più bassa a causa di cellulari e videogame e tante altre distrazioni. Inoltre, in quegli anni, ho realizzato che avevo davanti a me una classe difficile e potenzialmente ingovernabile ma piena di energia e ho cominciato a documentarmi e a sperimentare. Prima ho usato il lavoro di gruppo che però restituiva scarsi risultati perché i ragazzini litigavano, poi sono arrivato al cooperative learning, che è un metodo già conosciuto da cui io ho sviluppato un’ulteriore metodologia ideando la mia didattica cooperativa.

Qual è la visione pedagogica alla base della didattica cooperativa?

Il Metodo Rossi della Didattica cooperativa propone di attivare una cooperazione intesa non semplicemente come fare insieme (perché questo non basta), ma come un più profondo prendersi cura con empatia gli uni degli altri. Così, bambini e ragazzi sperimentano, giorno dopo giorno, l’importanza dell’empatia essenziale per diventare cittadini dotati di menti critiche e cuori intelligenti.

Come si articola esattamente il tuo metodo?

Il metodo prevede una lezione divisa in tre tempi  secondo il motto spiegare un po’ di meno e farli cooperare un po’ di più. In pratica, non si spiega più di 20 minuti e si tratta di un tempo in cui la parola dell’insegnante è importante; poi si lavora in mini gruppi attraverso una modalità che non è un semplice fare insieme ma una cooperazione profonda che si basa sul prendersi cura, creando gruppi eterogenei in cui  c’è un lavoro di inclusione reale. Infine, gli ultimi 20 minuti, ci si ferma, si discute e si riflette insieme. Questo nostro tempo è fatto di una di bulimia di informazioni e anoressia di pensiero, se non c’è discussione e dibattito, non si può costruire il pensiero. La lezione in tre tempi, quindi, è una lezione che alterna spiegazione, la cooperazione e discussione collettiva. In breve, la lezione cooperativa ha una scansione trifasica da 20 minuti ciascuna: spiegazione frontale (o all’occorrenza capovolta); cooperazione in coppie e terzetti con vari format cooperativi; condivisione in plenaria riflettendo insieme.

Scuola e didattica cooperativa

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Pensi che possa essere utile a tutti?

Direi di sì. Mi piace pensare che i 200 format collaborativi che ho creato siano una tavolozza di colori da cui ognuno può attingere.  In fondo, io dico sempre che lo spirito precede il metodo ed educare al prendersi cura gli uni degli altri è un modo per disinnescare le patologie del nostro tempo, ovvero quelle dell’io che vanno dall’individualismo al narcisismo fino all’iper-competitività. La mia idea è quella di migliorare l’apprendimento attraverso un sistema che si basa sul fare meno ma in profondità. In pratica è come contrapporre alla didattica surf, che punta sulla lunghezza da percorrere in poco tempo, la didattica sub, che va in profondità e lentamente. La cultura non si può iscrivere nel registro delle quantità ma in quello della qualità. Insomma, è un po’ come seguire quel detto: se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare veloce vai in compagnia.

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Da Maria Montessori a Danilo Dolci, l’Italia ha una storia di grandi pedagogisti. Come mai questi metodi vengono ancora visti come “alternativi”?

Io credo che i miti non sono le idee che pensiamo ma le idee che ci possiedono a nostra insaputa. Il nostro tempo, purtroppo, è dominato dal mito della performance che ci chiede di funzionare invece di esistere. La lezione frontale è ancora così diffusa perché è considerato il modo più performante per trasferire le informazioni, ma questa didattica propone una velocità che è più simile al paradigma della catena di montaggio che a una costruzione di menti critiche e cuori intelligenti. Mi piace portare l’esempio classico di Socrate, uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi che era anche un grande ritardatario perché quando veniva rapito da un’idea si bloccava ed è famoso l’episodio del suo ritardo al banchetto di Agatone. Ecco, secondo me gli insegnanti oggi dovrebbero tutti imparare anche ad arrivare in ritardo al banchetto del programma regalando ai ragazzi momenti di pensiero critico. Purtroppo, però, anche gli insegnanti spesso devono fare i conti con i genitori che poi si aspettano il completamento del fatidico programma. Se vogliamo far dischiudere in classe la meraviglia dobbiamo lavorare su tempi più lenti.

bambino con libro

Foto: Ben White / Unsplash

Il tuo metodo poggia molto sul concetto di empatia. Spiegaci meglio di cosa si tratta.

Intanto mi piace pensare al metodo Rossi come a un grande ecosistema. L’elemento cardine, la visione che precede l’intera visione pedagogica è quella di equipaggiare i bambini per quella liquidità di cui parla Zygmunt Bauman ovvero per un mondo in cui “L’unica certezza è l’assenza di certezze”. E come possiamo equipaggiare bambini e ragazzi per affrontare la liquidità del mondo e del futuro se non a partire da stimoli che ispirino l’empatia, il prendersi cura e l’osservazione critica? Questo mio ecosistema poggia sulla didattica cooperativa, sul metodo che viene utilizzato in alcuni testi scolastici della Pearson, fino ai testi sia per gli insegnanti ed educatori sia per gli stessi ragazzi che curo per la casa editrice Funtasy. L’ultimo mio libro “I supereroi dell’empatia: dalla pandemia alla cittadinanza (2021 Funtasy), ad esempio, è il primo di una collana che ho immaginato proprio per i più piccoli con storie per “cittadini dal cuore intelligente e dotati di una mente critica”. Insomma, mi piace pensare di poter contribuire a formare gli “esploratori coraggiosi”: bambini e ragazzi resilienti in grado di vincere le sfide della liquidità. E questo può succedere solo permettendo ai ragazzi di sviluppare cinque intelligenze: creativa, critica, curiosa, cooperativa e empatica.

Il tuo metodo può essere utile anche in questi tempi di pandemia e di dad?

La dad è una didattica stampella e quando la si deve fare per una necessità più grande che mira alla salute, la cosa più importante è che gli insegnanti sappiano aprire finestre di poesia, momenti di condivisione, riflessione, ascolto e, appunto, creazione di empatia.

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Maria Enza Giannetto

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