Wise Society : Maestri di resilienza: Edith Bruck e quella promessa fatta nel campo di sterminio nazista
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Maestri di resilienza: Edith Bruck e quella promessa fatta nel campo di sterminio nazista

di Vincenzo Petraglia
27 Gennaio 2022

La scrittrice Premio Strega Giovani, sopravvissuta ad Auschwitz e alla Marcia della morte, si racconta in un'intensa intervista. Per non dimenticare l'orrore nazista e le atrocità, sempre in agguato, di cui l'essere umano è capace

La Shoah, l’Olocausto, lo sterminio freddo e pianificato di oltre sei milioni di ebrei, ma anche di omosessuali, disabili, rom e sinti, testimoni di Geova, rimane la più grande macchia sulla coscienza dell’Europa. Un’atrocità perpetrata, oltre che dai nazisti operativamente coinvolti nel genocidio, anche da chi sapeva e ha finto di non vedere voltandosi dall’altra parte. Un orrore che purtroppo ancora oggi si perpetua, secondo nomi e modalità diverse, in molte parti del mondo e che, oggi come allora, si finge di non vedere, chiusi come si è nei propri egoismi nazionalisti. La stessa pandemia da Coronavirus non ha fatto che rimarcare tutto ciò, con la quasi assoluta indifferenza nei confronti della vaccinazione dei Paesi più poveri, non curanti del fatto che siamo tutti parte di un’unica società globale, come sta tragicamente dimostrando la formazione di varianti al virus conseguenti proprio all’iniqua e squilibrata vaccinazione fra i vari popoli del pianeta. 

L’uomo, però, non può permettersi di dimenticare, non può far scendere l’oblio su ciò che Papa Francesco ha definito, parlando dell’Olocausto, “l’orrore di una pagina nera della storia umana”. Perché se si dimentica il passato, non si evolve e non si migliora imparando dai propri errori. È per questo che uomini e donne come Edith Bruck, una delle ultime sopravvissute ai campi di sterminio nazista, scrittrice acclamata (qui la sua biografia completa) con il libro “Il pane perduto” all’ultimo Premio Strega, portano, infaticabilmente, nonostante l’età avanzata, la loro testimonianza nel mondo. Perché il mondo e soprattutto le nuove generazioni possano far tesoro di quanto accaduto e non permettano più, a partire da quella parte del pianeta che si dice libera, civile ed evoluta, che il velo del male accechi ancora il genere umano.

L’abbiamo incontrata nella sua casa romana, una donna di una bellezza abbagliante, fatta di risolutezza e dolcezza, determinazione e ironia che la rendono una persona amabile, una di quei grandi vecchi, nel senso più bello del termine, che non ti stancheresti mai di ascoltare.

Edith Bruck

La scrittrice Edith Bruck, testimone diretta di una delle pagine più buie della storia umana, la Shoah.

Partiamo dal Premio Strega Giovani al suo libro “Il pane perduto”. Se l’aspettava? Come si spiega questo grande successo proprio fra le nuove generazioni?

No, non me lo aspettavo. Nella maniera più assoluta. Non mi è mai successo, le altre volte i miei libri hanno venduto nella media, questo invece è letteralmente esploso! La spiegazione che mi sono data è che forse è perché da sessant’anni vado nelle scuole a portare la mia testimonianza, e può darsi che i ragazzi che mi hanno ascoltata trent’anni fa oggi comprano i miei libri, perché in qualche modo mi conoscono.

Penso che i ragazzi abbiano bisogno di sapere, di ascoltare la realtà, la verità, perché non hanno molto dialogo con i genitori. Si ascolta molto meno in famiglia rispetto a quanto si fa probabilmente con chi come me che arriva dall’esterno nelle scuole. Viviamo in una società sempre più separata, gli anziani sono quasi esclusi dalla vita dei giovani e i ragazzi non ascoltano molto gli adulti e gli anziani, quello che hanno da raccontare. Gli anziani sono molto trascurati e spesso vengono vissuti come un peso sia in famiglia che nella società e non è un caso che siano stati i primi a morire durante questa pandemia che stiamo vivendo.

Eppure…

Eppure nei giovani c’è fame di sapere, vedo che ascoltano con gli occhi spalancati, molti di loro vogliono toccarmi, abbracciarmi, partecipano profondamente al mio racconto e a ciò che è stato. Credo che i genitori spesso non si rendano conto della sensibilità dei propri figli, non li conoscono; i giovani valgono molto di più di quello che immaginiamo, bisogna pertanto non sottovalutarli e avvicinarli nel modo giusto.

Sono sempre molto felice di poterli incontrare, mi danno molta energia, è molto importante che loro conoscano e tutto ciò mi dà la consapevolezza che la mia sopravvivenza non è stata inutile.

Teme che il mondo, quando lei e gli altri testimoni della Shoah non ci sarete più, possa dimenticare ciò che è stato?

Questo non posso saperlo, ma finché vivrò cercherò di fare il possibile perché ciò non avvenga, anche se a volte alla mia tenera età è molto faticoso, ma diciamo che in qualche misura vengo ripagata dai giovani, dal loro entusiasmo, dalla loro sete di conoscenza, dalla loro sensibilità.

copertina libro Edith Bruck Il pane perduto

Con “Il pane perduto” (Ed. La Nave di Teseo, 2021), la Bruck si è aggiudicata lo scorso anno il Premio Strega Giovani e il Premio Letterario Viareggio-Rèpaci.

In fondo ogni volta dico sempre qualcosa di nuovo, perché non si potrà mai dire abbastanza, mai raccontare profondamente ciò che hai vissuto, perché è praticamente impossibile farlo. Puoi raccontarlo mille volte ma rimarrà sempre qualcosa di non detto fino in fondo. Perchè come fai a raccontare ai ragazzi nelle scuole di un soldato che gioca a palla con la testa di un bambino? O il dolore lancinante di una ragazzina come me a cui a 13 anni viene sbattuto in faccia che la sua mamma è stata uccisa in un forno crematorio per farne sapone? Ancora oggi quando penso alla mia mamma piango come allora…

Oltretutto quasi ti censuri, perché ti senti in imbarazzo, a disagio; come fai a buttare in faccia a un ragazzino di 14 o 15 anni una mostruosità del genere? Il ruolo di testimone è un qualcosa di molto scomodo, condiziona fortemente la tua vita e anche le tue relazioni perché tutti, prima ancora che un uomo o una donna ti considerano un sopravvissuto e in qualche modo si comportano in modo diverso con te, più cauto, perché sanno quanto hai sofferto. Ma io andrò avanti fino a quando avrò fiato, è un dovere morale, mi dico che vale sempre la pena farlo, e, ripeto, i giovani, la loro voglia di sapere, la loro voglia anche di cambiare in meglio il mondo, mi dà una grande forza e in qualche modo ogni incontro con loro mi alleggerisce anche del peso del ricordo e della sofferenza.

Ma il mondo è cambiato? Abbiamo imparato qualcosa da questa pagina così buia della storia umana?

Purtroppo non molto. Certo non sta succedendo ciò che è accaduto durante il Nazifascismo, ma il razzismo, la discriminazione, l’oppressione, i pregiudizi contro gli omosessuali, i neri, i migranti, continuano a esistere, siamo sempre contro qualcuno, c’è sempre qualcuno che non ci piace e non siamo mai uniti. C’è questo fascismo che sta avanzando, non dico violento, ma potrebbe diventarlo.

Pochi si rendono veramente conto di quanto viviamo in un tempo così incerto, su un terreno instabile come sabbie mobili, reso ancora più insicuro da questo Covid e dove non bisogna assolutamente sottovalutare manifestazioni come quelle di Forza Nuova o dei No vax, dei No green pass e così via. È follia pura, mi sembra che viviamo in un mondo un po’ malato. Il problema è che l’uomo non impara dai propri errori e continua a ripetere gli stessi sbagli.

Com’è possibile che la gente non ragioni e non pensi, e poi arriva un personaggio, diciamo il Salvini di turno, e applaude? La massa applaude, non riflette, è cieca, sorda, e chi urla di più viene applaudito, mentre chi parla piano non viene ascoltato. Si vede che le persone hanno bisogno di un padrone in qualche misura.

Oggi, però, non possiamo dire che non sapevamo, come in passato. Sappiamo e vediamo tutto, ma troppo spesso più vediamo e più sappiamo e più ci voltiamo dall’altra parte. È una specie di autodifesa forse, si tende a dire “non mi importa”. Vedo che questa sorta di menefreghismo va avanti, ed è una cosa per me molto preoccupante, perché l’indifferenza è la peggior cosa.

Ciò che succede altrove interessa anche noi. La miseria, la povertà altrui ha poi delle ripercussioni su tutti noi. Pensiamo solamente alle migrazioni dall’Africa. Dovremmo chiederci perché avvengono. Non possiamo vivere nell’egoismo e nell’individualismo. Nessuno di noi può stare veramente bene se l’altro soffre.

Far finta di nulla, dimenticare è più comodo…

Purtroppo quello che scrivo è sempre attuale – vorrei tanto che non lo fosse – però le cose tornano sempre perché non abbiamo insegnato bene, capito bene, perché cerchiamo di non sapere, perché, sì, si vive più tranquillamente quando non si sa, è più comodo: meno sai, meglio vivi. Poi ogni Paese ha insegnato la propria storia “storta”, quella che faceva più comodo: non si può negare Auschwitz, farlo è come uccidere di nuovo milioni di persone innocenti, negare la più grande macchia sulla coscienza dell’Europa.

Il problema è che si tenta il più possibile di allontanare, mistificare, se non negare addirittura, come è successo negli anni Ottanta, quando prese piede il grande negazionismo. Ricordo ancora quanto Primo Levi fosse preoccupato, mi chiamava molto allarmato e mi diceva: “Cosa accadrà quando non ci saremo più, se negano già oggi che noi sopravvissuti siamo ancora vivi?”.

A distanza di tanti anni ha compreso il gesto di Levi di togliersi la vita?

Lui aveva problemi col senso di colpa, per essere sopravvissuto al campo di sterminio. Tendeva alla depressione da buon intellettuale, io invece vengo da una famiglia povera in cui si è sempre dovuto lottare per il pane, e per una volta la povertà ha rappresentato un vantaggio, per sopravvivere, nei campi, lottando con tutte le forze. Penso che la vita non sia nostra, appartiene anche ai morti, alla storia, e credo che non abbiamo il diritto di suicidarci.

Primo, che col tempo da fratello maggiore nei miei confronti era diventato mio figlio, che in qualche modo cercavo di consolare, mi chiamò quattro giorni prima di suicidarsi. Era molto depresso, non aveva più speranza. Io penso, invece, che c’è sempre qualcosa per la quale valga la pena di vivere, che nulla è mai perso. Basta salvare anche solo una persona per salvare il mondo. C’è sempre una luce in fondo al tunnel…

Anche nei campi di concentramento?

Sì, anche lì. Nel libro scrivo che mi sono capitate cinque luci, episodi che considero veri e propri miracoli, raggi di luce di umanità nella disperazione e nel buio più totali. Come quella volta in cui un tedesco mi ha detto, colpendomi con violenza, di andare dall’altra parte, salvandomi così consapevolmente la vita dalla morte sicura destinata alle persone dell’altra fila selezionate per essere condotte alla camera a gas. O quando un altro soldato tedesco mi ha lanciato la sua gavetta perché la lavassi e sul fondo mi aveva lasciato un po’ di marmellata.

Oppure quando un altro soldato mi ha lasciato un guanto bucato e un cuoco mi ha chiesto come mi chiamavo. In quella frase, in quel “Come ti chiami”, c’era tutto, perché lì eravamo nulla, soltanto dei numeri senza identità; con quella frase senti che ci sei, hai un nome, esisti al mondo, non sei uno zero assoluto. È difficile da spiegare per chi non ha vissuto l’esperienza dei campi di sterminio, ma un gesto del genere ti restituisce in qualche maniera la dignità, il nome, la vita, la speranza, il segno che esiste ancora la bontà umana. E questo ti dà la forza di andare avanti, perché pensi che c’è ancora speranza, anche in una situazione di buio pesto come quella. Non si può rinunciare al bene, perché il bene è il rovescio del male; il guaio è che spesso il male vince sul bene.

auschwitz

Foto: Karsten Winegeart / Unsplash

Perché secondo lei?

Forse perché l’uomo non si accontenta mai, aspira sempre a qualcosa di più di quello che ha. Vediamo ogni giorno quello che sta accadendo. L’uomo è sempre pronto a detestare, a odiare, a fare la guerra, sparare, uccidere, occupare territori, non c’è pace nel mondo. Dopo la seconda guerra mondiale non mi sembra che l’uomo sia migliorato molto. Si continua a uccidere, quasi sempre in nome di Dio, ma Dio, pur non essendo io praticante, non c’entra niente con queste guerre.

Non dimenticherò mai lo shock che ebbi quando a 13 anni vidi sulle fibbie delle cinture di chi tagliava le teste dei bambini la scritta “Gott mit uns”, cioè “Dio con noi”. Come si può? In tutte le guerre immischiano il nome di Dio e della Patria, ma non ha un senso, non hanno un senso questi nazionalismi che ancora oggi sono così forti, anche in Europa, perché l’Europa è unita sulla carta e su certe cose, ma su molte altre no. Quante volte i nostri politici urlano “gli italiani prima” o, Oltreoceano, abbiamo sentito il motto trumpiano “American first”! Ma cosa vuol dire? Meritano forse più degli altri? Siamo tutti primi!

In questo clima, non bisogna poi stupirsi, se, come è avvenuto, una signora, appena uscita da una chiesa a Padova, dica “Affoghino tutti gli immigrati!”. Quando ho sentito quelle parole, ho pianto, perché veramente non riesco a concepire che una persona possa dire una cosa del genere, come pure quella persona che, a Pavia, ha detto in tv che i figli degli immigrati sono zecche. È mostruoso tutto ciò e mi chiedo come tu che dici di credere in Dio possa dire una cosa del genere. Credi in cosa? Nell’odio, nella discriminazione, nell’ammazzare gli altri. Questa non è religione, non è credere.

Credere è salvare la vita, rispettare ogni vita umana, sempre e comunque. Questo dovrebbe essere il primo comandamento! Non riesco a capire questo mondo, ma in questo mondo devo vivere e agire, provando fino alla fine a fare la mia parte, perché non rinuncerò mai alla speranza e perché c’è sempre un barlume di luce, anche nel buio più profondo.

Il fatto è che spesso la gente vede i suoi problemi come i più grandi del mondo e la cattiva informazione e la propaganda politica fanno leva proprio su questo.

Purtroppo è così e la sofferenza, il malessere sono qualcosa di talmente relativo che ognuno pensa che il suo dramma sia più importante e gravoso di quello degli altri, mentre bisognerebbe anche imparare a relativizzare e soprattutto a non trovare capri espiatori.

È preoccupante che ancora oggi non abbiamo imparato a riflettere, a pensare, e andiamo sempre dietro ai mistificatori e a chi dalla mattina alle sera fa, urlando, propaganda facendo leva sulle paure delle persone. Forse fa comodo alla nostra coscienza non credere o rimuovere il passato, però così non si matura e non si educa al futuro, perché noi siamo figli del nostro passato e il futuro sarà figlio del nostro presente. Ecco perché è importante che ciascuno faccia nel suo piccolo la sua parte per cambiare il mondo, proprio come anche Papa Francesco mi ha detto quando di recente è venuto a trovarmi a casa. Ognuno può trasformarsi in una goccia di bene in questo mare nero.

Copertina libro della Bruck Lettera alla madre

La riedizione del libro  “Lettera alla madre”, pubblicato nel gennaio 2022 da La Nave di Teseo, scritto nel 1988 da Edith Bruck all’indomani della morte dell’amico Primo Levi.

È fondamentale partire dalle fondamenta, educando alla condivisione e al rispetto del prossimo, di qualsiasi colore o religione sia, i nostri figli, che talvolta sono se vogliamo quasi autopunitivi verso loro stessi con droghe, alcol e comportamenti che vanno contro la vita forse perché non conoscono il valore del pane e della vita appunto, perché hanno troppo, e quando si ha troppo è un disastro, perché bisogna avere poco per poter capire chi ha poco. E perché il mondo degli adulti, i genitori, la scuola fa fatica a conoscerli e a stabilire un reale dialogo con loro.

A scuola si insegna poco e male, e quindi questi nostri ragazzi quasi ignorano la storia, quella vera, non quella negata o appiattita completamente, eppure per loro sarebbe fondamentale conoscerla, ricevere un’istruzione diversa, per la loro difesa, per capire come devono agire verso il prossimo, verso un compagno di scuola, verso un amico e chiunque sia. Purtroppo ogni Paese racconta la sua storia e quello che gli fa comodo, così dopo la seconda guerra mondiale tutti gli italiani erano antifascisti o in Ungheria tutti comunisti, e poi, via il Comunismo, ora sono tutti per Orbán e così via.

Ha mai provato odio nei confronti dei nazisti?

Non ho mai odiato nessuno, neanche nei lager, neppure di fronte a tutte le continue umiliazioni e sofferenze che abbiamo dovuto subire, come quando, a 13 anni, nudi per la disinfestazione a cui ogni settimana ci sottoponevano, un gruppo di ragazzini si prendeva gioco di noi e ci sputava addosso: li guardavo e pensavo “poveracci, non sanno quello che fanno”. Purtroppo la scuola nazista ha rovinato i suoi figli, perché chi è capace di fare questo e tutte le altre infinite atrocità che sono state commesse, vuol dire che ha perso la sua umanità. Mi facevano pena, ma non ho mai provato sentimenti di odio nei loro confronti.

Che cos’è per lei il perdono?

Col perdono non si risolve niente, l’uomo deve affrontare la sua coscienza. Se io perdonassi, cosa che non sono capace di fare di fronte a quanto è avvenuto, non mi perdonerebbero i morti, coloro che, innocenti, hanno perso la vita. Chi ha ucciso non può essere perdonato, ma, come dicevo, non odio, non ho mai provato questo sentimento. 

È questo che le dà la forza di continuare a portare instancabilmente la sua testimonianza nel mondo?

Sì, e anche per mantenere una promessa. Con l’avanzata degli angloamericani i nazisti ci spostavano in continuazione, per allontanarci il più possibile dalla liberazione. Ci fecero percorrere a piedi 500 chilometri (la cosiddetta “Marcia della morte“, ndr) verso la Sassonia, durante i quali o camminavi o morivi. Ci nutrivamo di qualsiasi cosa trovavamo, dalla cacca secca all’immondizia. A un certo punto ci fecero tornare indietro verso il campo maschile di Bergen-Belsen, letteralmente ricoperto di cadaveri, che ci costrinsero a ripulire – come fosse immondizia! – con la promessa di una zuppa doppia. Ci diedero due stracci in modo che potessimo arrotolarli alle caviglie dei morti per trascinarli in quella che chiamavano la tenda della morte, una piramide immensa: una delle visioni più agghiaccianti che ho potuto vedere e la cosa forse più tremenda che io abbia fatto nei campi. Un paio di questi esseri umani ancora vivi, con l’ultimo fiato che gli era rimasto mi dissero: “Se sopravvivi, racconta anche per noi, perché non ci crederanno”. Dissi naturalmente di sì e manterrò fede alla mia promessa fino a quando vivrò.

Che cos’è la speranza per Edith Bruck?

La voglia di vivere. Perchè la cosa più forte che esiste al mondo è la voglia di vivere, anche nelle situazioni più estreme. Nessuno vuole morire e anche all’ultimo ci si aggrappa a qualsiasi cosa, anche a un filo d’erba, pur di sopravvivere. Ho visto delle situazioni folli, ho visto che le persone sono capaci di qualsiasi cosa pur di sopravvivere, come i kapò, che pur di aver salva la vita diventavano, da deportati, essi stessi carnefici degli altri deportati. O madri capaci di strappare dalla bocca dei propri figli una crosta di pane, e viceversa, pur di non morire. Nei lager eravamo diventati delle bestie che lottavano come cani per un boccone pur di vivere.

Perchè, dunque, un uomo o una donna si abbassa fino a questo punto pur di vivere? Perchè la vita è più forte di qualsiasi cosa, non vedo altra spiegazione. In qualsiasi situazione tu vuoi vivere. È la vita che vince su tutto, l’unica grande forza, chiamiamola speranza, chiamiamola vita, ma è l’unica cosa che dà veramente la forza di andare avanti e di affrontate l’impossibile. Come resistere, continuare a vivere nonostante la barbarie disumana dei campi di sterminio.

Vincenzo Petraglia

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