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Green washing addio: sostenibilità “misurabile” con un algoritmo tutto italiano

Oggi più che mai la reputazione è strategica nei confronti di fruitori di prodotti e servizi sempre più consapevoli ed esigenti. Ecco perché è fondamentale definire strategie cento per cento sostenibili. Parola di Ada Rosa Balzan, ideatrice col suo team di SI Rating, un sistema di certificazione unico al mondo

Vincenzo Petraglia
26 Agosto 2020

Il Coronavirus ha sovvertito, inutile negarlo, priorità di persone, aziende, istituzioni e mondo politico, mettendoci di fatto di fronte a questioni che non possono più essere rinviate, perché da esse dipendono (anche se ancora permangono forti resistenze al reale cambiamento soprattutto in alcune parti del pianeta) il presente e il futuro del genere umano. Fra tutte, quella di uno sviluppo più equo e sostenibile ha l’assoluta preminenza in un sistema globale che, proprio in occasione della pandemia, si è dimostrato essere estremamente fragile, basato, come ha sottolineato Papa Francesco, su un’economia “malata”, che necessita quindi di pesanti correttivi.

Una necessità verso cui sempre più aziende e brand si mostrano sensibili. Ma come distinguere le realtà veramente impegnate su questo fronte e quelle che, anacronisticamente, rimangono attente solo al greenwashing, nel mero tentativo di farsi belli agli occhi dei propri clienti e di quelli potenziali?

Di certificazioni e sistemi di rating che possono aiutare in tal senso ce ne sono diversi. Fra questi SI Rating (Sustainability Impact Rating), messo a punto dalla startup italiana ARBalzan, realtà innovativa che impiega ad oggi una decina di persone con un’età media di trent’anni. Un algoritmo che rende “misurabile” la sostenibilità e che, prendendo in esame oltre 80 miliardi di variabili, consente di definire una serie di valutazioni oggettive delle performance delle aziende in diversi aspetti (dall’emissione di CO2 al welfare aziendale passando per la sicurezza), ma anche di fornire strumenti utili per guidare le società nel ridisegnare le proprie strategie nell’ottica di migliorare le performance in termini di sostenibilità e gestione delle risorse, quindi anche di redditività. Elementi che hanno già spinto diversi brand, anche molto prestigiosi, ad affidarsi ad ARBalzan, come, fra tutti, Salvatore Ferragamo, la nota maison del fashion italiano che ha appena annunciato di aver ottenuto proprio il certificato Silver SI Rating.

I tempi per il salto di qualità sono maturi, ne è convinta Ada Rosa Balzan, founder e ceo della startup, oltre che docente in varie università e business school e membro di diverse commissioni internazionali in ambito sostenibilità, che a Wise spiega quanto sia ormai indispensabile per un’azienda approntare precise strategie, fare scelte e mettere in campo processi sostenibili.

“Il nostro sistema di rating”, dice, “è il primo modello di analisi al mondo fruibile su una piattaforma in grado di misurare la sostenibilità delle aziende, basato su strumenti internazionalmente riconosciuti e validato dall’ente di certificazione internazionale Rina. In un’unica piattaforma prende in considerazione contemporaneamente i 17 obiettivi delle Nazioni Unite dell’Agenda 2030, 26 tematiche ambientali, sociali e di governance declinate agli standard internazionali ed è in grado di misurare, monitorare e comunicare in modo trasparente la sostenibilità delle scelte con l’obiettivo di certificare ogni livello in modo oggettivo, ma anche capire su quali aspetti lavorare per diventare più sostenibili, e di conseguenza più competitivi“.

Vediamo, dunque, perché conviene a tutti fare di necessità virtù, considerato che ormai dati ed esperienze sul campo parlano chiaro: le aziende sostenibili sono le più resilienti, come tali le più affidabili agli occhi dei vari stakeholder.

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Founder e ceo della startup ARBalzan e membro di diverse commissioni internazionali in ambito sostenibilità, Ada Rosa Balzan e il suo team hanno messo a punto il Sustainability Impact Rating.

Quando e come nasce ARBalzan e con quali obiettivi?

L’idea nasce già vent’anni fa durante la stesura della mia tesi di laurea dove prendeva corpo e sostanza il tema della sostenibilità “misurabile” applicato all’epoca al turismo sostenibile. La startup innovativa formalmente nasce quasi cinque anni fa, ma io avevo già dieci anni prima fondato una mia precedente realtà di consulenza sul tema della sostenibilità.

Di cosa vi occupate nello specifico?

Di dare valore alla sostenibilità integrale, specifico integrale in quanto ancora oggi troppo spesso si parla solo di ambiente come sinonimo di sostenibilità: è solo uno degli aspetti che va sempre integrato con quelli sociali e la governance, i criteri Esg (acronimo di Environment, Social e Governance), riferimento primario non solo nella finanza sostenibile, ed i 27 obiettivi delle Nazioni Unite, gli SDGs. Abbiamo sviluppato come startup innovativa SI Rating, sustainability impact rating, il primo algoritmo al mondo basato solo su strumenti internazionalmente riconosciuti fruibile su una piattaforma. Siamo anche riconosciuti e ricercati per realizzare specifici progetti sartoriali sulla misurazione della sostenibilità e percorsi di formazione ad hoc per il personale aziendale su queste tematiche.

Di sostenibilità si parla da anni, è cambiato finalmente qualcosa secondo lei? Il mercato sente questa esigenza di certificazione della sostenibilità?

Si, finalmente molte realtà hanno compreso che non è un concetto astratto ma molto concreto, che entra nelle strategie aziendali come elemento spesso centrale  di scelta. Anche per dare evidenza oggettiva di quanto si sta facendo e per avere uno strumento che possa misurare anche gli ambiti di miglioramento.

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Foto: Jon Tyson / Unsplash

In cosa consiste esattamente SI Rating?

Abbiamo realizzato un algoritmo che ha messo insieme e reso fruibile anche alla micro azienda uno strumento per misurare la propria sostenibilità aziendale, proprio perché le piccole e medie imprese hanno bisogno di poter rendere evidente anche loro il proprio valore sulla sostenibilità soprattutto se consideriamo il contesto italiano fatto di una ricchissima varietà di micro e piccole imprese.

Cosa distingue il vostro metodo dai sistemi di rating di sostenibilità già esistenti?

Per la prima volta è stato elaborato un algoritmo che ha messo insieme tutti gli strumenti ad oggi internazionalmente già riconosciuti in tema di sostenibilità, come ad esempio ISO, regolamenti europei, linee guida, certificazioni di edifici, oltre ai criteri Esg – ambientali, sociali e di governance – e ai 17 obiettivi delle Nazioni Unite contenute nella Agenda 2030, gli SDGs per valutare la gestione della sostenibilità aziendale. SI Rating si pondera sulla grandezza dell’organizzazione analizzata e sul suo specifico settore, per restituire in questo modo un’analisi precisa e puntuale. In più è stato validato da Rina, quale ente di certificazione internazionale, e siamo l’unica azienda italiana in collaborazione con SASB per la materiality map (tool interattivo che consente la rilevazione della significatività di un insieme di aree tematiche di sostenibilità economica, ambientale e sociale, sia per l’azienda che per i suoi stakeholder, ndr).  

Quali parametri prendete in considerazione?

SI Rating elabora oltre 80 mila miliardi di combinazioni, quindi prendiamo in considerazione parecchi parametri. Anche se la piattaforma ha reso tutto estremamente easy lato utente, che in media ci mette poche ore a caricare le informazioni richieste, il rating non è automatizzato, c’è la nostra componente umana con i nostri analisti che intervengono e restituiscono all’azienda non solo i valori numerici del rating ma anche un report di 30/40 pagine in cui si spiegano i motivi dei singoli valori emersi e come fare a migliorare.

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Foto: Matthew Smith / Unsplash

Perché un’azienda dovrebbe decidere di farsi certificare da voi?

Perché è uno strumento altamente performante per definire le proprie strategie aziendali, anche sotto l’aspetto comunicazione, un altro tema delicato dove spesso la sostenibilità viene usata e abusata rischiando di cadere in situazioni difficili di green washing e di reputazione.

L’Italia come si colloca rispetto al resto dell’Europa e del mondo in questo specifico ambito?

Purtroppo in ritardo sul fatto di inserire nelle strategie aziendali gli elementi di sostenibilità, a meno che non si parli di grandi aziende perché già spinte in questa direzione anche per il respiro internazionale che hanno.

Cosa dobbiamo attenderci in ambito sostenibilità e circular economy nel breve-medio termine? Il percorso secondo lei è segnato, complice anche il “terremoto” generato dal Covid-19 nelle nostre vite a tutti i livelli, compreso il modello di business finora seguito?

Il Covid ha imposto l’obbligo di rivedere il nostro modello aziendale e non solo, la sostenibilità è diventata un tema centrale anche per chi prima la vedeva accessoria in quanto è il mercato, sono gli stakeholder e anche il mondo bancario e assicurativo, a richiederla. È un dato di fatto, d’altronde, che le aziende sostenibili siano quelle più resilienti, e quindi affidabili. Non è un caso che sempre più multinazionali chiedano requisiti di sostenibilità ai fornitori: ci è capitato diverse volte di vedere, fra i nostri clienti, aziende che hanno rischiato di perdere contratti importanti proprio per questa motivo, ma che, lavorando sulle loro performance e certificando i progressi fatti, sono riuscite alla fine a mantenerli.

Vincenzo Petraglia

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