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Fase 2: perchè ripartire da finanza sostenibile e green economy

L’opinione di Marco Ghiberti, esperto di finanza ESG e sustainability officer su come riavviare l’Italia post emergenza Covid-19. Ecco la sua ricetta green e sostenibile

Andrea Ballocchi
4 Maggio 2020

Ripartire da un modello economico green, attento alla sostenibilità ambientale, economica e sociale per superare l’emergenza coronavirus e creare un modello di sviluppo più attento e condiviso. La finanza ESG (Environmental, Social, Governance) è l’ideale oggi per programmare non solo la fase due, ma avviare una ripartenza più lungimirante.

«Perché vale la pena ripensare l’economia in maniera sostenibile e circolare? Per contribuire a creare un futuro più a lungo termine». A spiegarlo è Marco Ghiberti, sustainability officer, esperto di finanza ESG. È lui a mettere in risalto come il fattore “verde” e attento al sociale come modello premiante: «l’emergenza coronavirus lo ha dimostrato ulteriormente: i titoli azionari e obbligazionari delle società con buone valutazioni in termini di impatto sostenibile e responsabile registrano andamenti migliori degli altri». Per quanto i titoli in borsa perdano valore in generale, vanno meglio quelli delle aziende più green e lungimiranti, che tendono a guardare a un modello di sviluppo che tenga conto del futuro delle generazioni più giovani.

The green world

Foto: Pixabay

La finanza sostenibile: un modello che funziona

Oggi il modello basato sulla green economy ha dimostrato di funzionare e di creare interesse. Secondo i dati di Symbola, nel 2019 è stato registrato registrato un record per gli eco investimenti: hanno raggiunto un valore pari a 21,5%, corrispondente a un valore assoluto di quasi 300mila imprese. La stessa Intesa San Paolo a gennaio, per voce del proprio ceo Carlo Messina, dei 150 miliardi investimenti ipotizzabili ad attivare in Italia il Green Deal promosso dall’Unione Europea, si è detta disponibile a finanziarne 50 per l’economia verde. La green economy è attuabile anche grazie alla finanza Esg che applica il concetto di sviluppo sostenibile all’attività finanziaria. Di questo ambito fa parte Ghiberti, che negli anni, oltre ad aver maturato un’esperienza crescente nel mondo economico solidale ha svolto attività di volontariato per l’AGESCI (Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani) per cui ha seguito il percorso di costituzione di Banca Popolare Etica e che per anni ha presieduto l’Associazione Finanza Etica.

«Già 30 anni fa si ragionava sui principi di una finanza sostenibile ed etica, lavorando su concetti che hanno portato oggi a pensarla capace di apportare miglioramenti sul piano ambientale: ad esempio, per la sostenibilità energetica, così come per la biodiversità o per ridurre la diseguaglianza sociale». Oggi sta lavorando su un progetto informatico che potrebbe coinvolgere intere città: «in collaborazione con una startup si sta programmando una app per lavorare in particolare sull’impatto ambientale di alcune filiere produttive, con un progetto che sappia coinvolgere i cittadini». Personalmente, porta avanti un sito web di informazione su questi temi.

Verso il Green New Deal europeo anche se nulla sarà come prima

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Foto: Marco Ghiberti

Ma come è possibile conciliare una visione più green e a lungo termine con una visione condivisa a livello nazionale ed europeo? «Da una parte c’è chi propugna una visione che sottolinea come nulla sarà più come prima, una corrente di pensiero che l’Unione Europea ha espresso bene con il Green New Deal; dall’altra ci sono Paesi che chiedono deroghe per sforare con le emissioni di CO2 sfruttando il carbone, di cui sono ricchi, per superare il momento difficile. Di certo, i fondi per poter ripartire arriveranno: starà però ai distretti industriali come alle singole filiere produttive trovare le giuste soluzioni per guardare a un futuro più sostenibile». La tecnologia aiuterà in questo. «Di certo non si potrà contare almeno nel primo momento sui risparmiatori: la gente esce poco, è preoccupata. Quindi servono azioni di Governo, come anche di realtà corporative come Confindustria, a puntare coerenti verso il raggiungimento degli obiettivi zero emissioni al 2050. Il timore è che alcune forze, in nome dell’incremento del Pil a qualunque costo, vadano a disperdere una parte di quel patrimonio di riflessione comunitaria che è stato messo in campo».

Post coronavirus: guardare agli esempi di riconversione virtuosa

Come si può ripartire, facendolo con un’attenzione verso i temi della green economy, con un modello di sviluppo più sostenibile? «La risposta si trova nell’esempio di alcune aziende che avevano un certo tipo di produzione e hanno avviato una riconversione, anche parziale, per beni solidali come mascherine o gel sanificanti – risponde Ghiberti – Testimonia come la base degli imprenditori italiani sia creativa e attenta al sociale. Anche da qui occorre ripartire: da quanti si sono saputi mettere a disposizione del Paese. Ma c’è anche l’esempio positivo di alcune associazioni di categoria come di società finanziarie (Banche, Istituti, Sgr ecc.) che hanno fatto capire che vogliono stare vicino alle imprese per sostenerli nella ripresa. Sarà importante in questo anche la capacità delle imprese, medie, piccole e micro, di fare rete, soprattutto in sinergia con le università, centri di innovazione capaci di aiutarli ad attuare nuovi modelli di business più green e solidali. Questo indirizzo è oggetto da tempo di interesse in qualità di consulente alle Pmi».

Fase 2: ripartire facendo attenzione al territorio

Lo stesso sustainability officer spiega come potrà la finanza sostenibile sostenere la “fase 2”: «da un lato ci sarà il necessario sostegno ai flussi di liquidità e si farà leva sui decreti del Governo per questo in modo da facilitare questa esigenza. Dall’altro sarà necessario sostenere una riconversione o comunque un orientamento più attento in tema di sostenibilità. Se è stato possibile per diverse aziende farlo in meno di 15 giorni, in un medio periodo è ancor più fattibile, sostenuti dal finanziamento che potrebbe arrivare anche da Società di gestione del risparmio o simili e che andrebbero a sostenere progetti di innovazione tecnologica».

Conterà anche ripensare il modello imprenditoriale: «originariamente chi creava un’azienda lo faceva a beneficio suo e dei propri figli, ma anche del tessuto locale; è arrivata poi la fase speculativa caratterizzata dall’avvento di una gestione manageriale che ha creato sì utili più elevati, ma ha scollegato alcune filiere produttive dalle esigenze dei consumatori. Questo può essere il momento giusto per tornare a un’idea di impresa in stile Olivetti, a un tipo di azienda legata al territorio, con una visione illuminata e di prospettiva. È una realtà possibile, attuabile anche stipulando una sorta di contratto di finanza sostenibile e responsabile che incentiva i risparmiatori a finanziare questo tipo di impresa. Se questo comporta dover accettare un prezzo un po’ più alto per pagare beni e servizi sarebbe più facile accettarlo, mentre finora si è agito senza pensare che dietro a un prezzo ci sia un determinato bene, una certa strategia».

L'euro verde

foto: Pixabay

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