Wise Society : Paola Banone: l’emozione di insegnare danza agli “originariamente” abili
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Paola Banone: l’emozione di insegnare danza agli “originariamente” abili

di Barbara Pozzoni
5 Settembre 2011

L'ex tennista milanese, oggi danzaterapeuta, lavora da vent'anni con persone disabili e non, utilizzando il movimento come base per migliorare le relazioni ma anche come forma espressiva. E oggi può dire che per riuscire ad aiutare gli altri bisogna prima sapersi occupare di se stessi

Paola Banone, foto di Paolo RobaudiPaola Banone, danzaterapeuta milanese, 46 anni ben portati, perché, dice, lavorare con i disabili mantiene giovani. Nasce, infatti, come animatrice sociale e socio culturale: 25 anni di duro lavoro dedicato al prossimo ( disabile e non), che le ha fatto guadagnare, nel 2007, una delle onorificenze più alte conferite dal Comune di Milano: l’Ambrogino d’Oro, consegnatole dall’ex sindaco Letizia Moratti. Fondatrice e direttore artistico dell’associazione culturale “Viaggiatori dell’anima“, che promuove da dieci anni progetti d’integrazione sociale a favore delle persone diversamente abili, Paola Banone è un vulcano in eruzione di idee ed energia.

Come si è avvicinata alla Danzaterapia?

Sono stata una tennista finchè non mi sono rotta il menisco ed il crociato sinistro. Non mi sono voluta operare, ho cominciato ad aumentare di peso,  ed ho dovuto dire addio ad una possibile carriera sportiva. Ho provato allora a rimettermi in sesto con varie terapie alternative finchè non mi sono imbattuta nella danzaterapia. Quando ho incontrato Herns Duplan, attore, musicista, danzatore e coreografo haitiano, ideatore dell’Expression Primitive (una forma di danza antropologica, che si sviluppo attraverso la riscoperta dei gesti ancestrali, dei ritmi tribali, dei rituali arcaici e del suono) ed ho conosciuto Alito Alessi, ex terapista massaggiatore e oggi coreografo, fondatore della DanceAbility (che integra le persone con e senza disabilità nella danza contemporanea) metodo che insegno e che seguo da diversi anni, ho capito che questa era la strada che volevo seguire.

In cosa consiste il suo lavoro?

 

Lavoro con un gruppo misto, multietnico: con persone differenti, diverse tra loro per età, abilità, provenienza, sesso e cultura. Ciò che mettiamo in pratica assieme riguarda il movimento e il benessere fisico. Per farlo mi avvalgo dell’aiuto di una psicologa, Camilla Alessandra Fattori, che collabora con me da 10 anni, e ancora resiste, perché io, con la mia energia e la mia vitalità, spesso “consumo” i miei collaboratori e forse questa mia forza ha trovato la giusta via d’uscita proprio con i disabili che io considero dei santi in terra. Lavoriamo sulla lettura del parametro corporeo, sull’interpretazione e sulla teoria di Laban: il significato relativo all’espressione e al gesto, poi, in più, io inserisco anche aspetti terapeutici della DanceAbility. In realtà a me non piace molto usare la parola “danza-terapia”, perché può essere fraintesa: presuppone un “allievo” che sia ammalato di qualcosa e che abbia bisogno di cure. Mentre secondo me, chi si avvicina a questo ambito ha semplicemente bisogno di relazionarsi col proprio movimento e con gli altri.

Avignone, performance

Quali sono i punti principali su cui si lavora?

I due item della danza contemporanea a cui noi ci ispiriamo sono che tutti i corpi respirano e tutti i corpi possono ballare. Perché ci muoviamo? Perché respiriamo. Dunque il movimento parte dal respiro, da un lavoro di sensibilizzazione interna e di respirazione. Altro elemento altrettanto importante è il contatto. E per contatto non si intende solo quello della pelle, ma il lavoro che si può fare usando il proprio peso, il contrappeso, il muscolo e l’utilizzo degli impulsi corporei.

 

E quindi qual è l’obiettivo della danzamovimentoterapia?

 

Se dobbiamo proprio relegare la DMT a degli obiettivi, ce ne sono tanti, possiamo individuare il benessere generale, lo sviluppo personale, la capacità empatica, la capacità di relazionarsi, la conoscenza del proprio movimento, lo sviluppo della propria autonomia… insomma un insieme di cose la cui finalità è univoca: sentirsi bene. Ma secondo me è anche una forma d’arte.

Avignone, performanceÈ benefica su qualsiasi forma di disabilità?

 

Lo scopo finale da raggiungere dovrebbe essere uguale per tutti, ma ogni persona è un microcosmo a sé stante. Occorre quindi capire esattamente chi ti sta di fronte perché ogni individuo necessita di approcci diversi. Con alcuni si può partire direttamente lavorando sul corpo, con altri dalla musica, con altri ancora dall’arte. L’approccio stesso è arte terapia, non esiste una musicoterapia, non esiste una danzaterapia, sono settori e comparti stagni che non hanno alcun valore nè ragione di essere separati, ma fanno semplicemente parte di un insieme. E ricordiamoci sempre che prima di essere in grado di occuparsi degli altri, bisogna sapersi occupare di se stessi. Quindi non per tutte le patologie e non come primo approccio necessariamente la danza, ma la libertà assoluta.  Ti piace ballare?  Balla, non ne hai voglia ? Stai seduto e guarda, vuoi disegnare sul muro? Sei padrone di farlo.

Parliamo di finanziamenti…come riuscite a portare avanti economicamente questo progetto?

 

Questo è ovviamente un tasto dolente. Diciamo che buona parte dei soldi ce li metto io, supportata dalla mia famiglia, che come me, crede fortemente in questo progetto. Poi qualche sponsor e qualche artista a volte ci vengono incontro. Solitamente i governi stranieri pagano i viaggi ai loro artisti, così io mi limito ad ospitarli ed a dar loro un simbolico cachet. All’estero, invece, c’è una diversa cultura, ci sono dei percorsi universitari che noi non abbiamo, si parla di arte terapia applicata, ci sono delle borse di studio, ti finanziano se fai dei progetti, qui non c’è nulla…

Che cosa la ripaga di tanto impegno?

Io sono nata fortunata, dalla vita ho avuto tutto, e poi ad un certo punto mi sono capitate delle disavventure, ma sono stata curata bene.  Spesso, però mi chiedo: uno che è nato povero, perché deve finire in un istituto o in un posto infelice a prendere psicofarmaci tutta la vita, quando sappiamo che, magari,  se lo  lo incoraggiassimo a dipingere, a ballare, a muoversi, trovandogli una dimensione artistica espressiva, forse potrebbe stare meglio? Credo fermamente in quelli che chiamo non diversamente, ma originariamente abili e nelle loro capacità. Il fatto che siano accettati anche se un po’ strani, ma soprattutto che vengano applauditi ed ammirati anche solo per una sera come se fossero delle grandissime etoile, credo sia una cosa bellissima ed è per me fonte di enorme soddisfazione.

Avignone, performance

 

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