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Malattie croniche: chi colpiscono, perchè e dove

I dati che emergono dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (Università Cattolica) descrivono una popolazione che vive più a lungo, ma anche con un numero crescente di acciacchi.

Fabio Di Todaro
22 febbraio 2019

Le malattie croniche, nel 2018, sono state un cruccio per quasi 4 italiani su 10. Ovvero: 24 milioni di persone, di cui la metà interessate da più di una patologia. Ipertensione, artrosi, artrite, osteoporosi, diabete e cardiopatie: queste le principali condizioni che affliggono nel tempo gli italiani, abituatisi alla longevità, meno all’idea di invecchiare con un insieme di diverse malattie.  I dati che emergono dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (Università Cattolica) descrivono una popolazione che vive più a lungo, ma anche con un numero crescente di acciacchi.

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In tutto il mondo il numero di pazienti di malattie croniche è in costante e progressiva crescita, con conseguente impegno di risorse sanitarie, economiche e social, Image by Istock

MALATI CRONICI IN COSTANTE AUMENTO – Il problema della cronicità rappresenta una sfida molto importante per il futuro di tutte le popolazioni mondiali. La prevalenza di malati cronici, cioè il numero di malati di patologie croniche, è in costante e progressiva crescita, con conseguente impegno di risorse sanitarie, economiche e sociali (nei prossimi anni, richiederanno l’impegno di circa il 70-80 per cento delle risorse sanitarie a livello mondiale). L’aumento di questo fenomeno è connesso a differenti fattori come l’invecchiamento della popolazione e l’incremento della sopravvivenza dovuti al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, al mutamento delle condizioni economiche e sociali, agli stili di vita, all’ambiente e alle nuove terapie. «La crescita del numero delle persone affette da malattie croniche è anche un segno del successo del nostro servizio sanitario – afferma il Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell’Osservatorio, che ha appena diffuso i dati relativi al 2018 -. Il fatto che il tasso di mortalità precoce è diminuito di circa il venti per cento negli ultimi 12 anni, passando da un valore di circa 290 a circa 230 ogni diecimila persone».

QUASI 70 MILIARDI PER ASSISTERE I MALATI CRONICI – Attualmente, nel nostro Paese, si stima una spesa, complessiva, di circa 66,7 miliardi per la cronicità. Stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 dovremmo arrivare a spendere 70,7 miliardi di Euro. Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai medici di base riferiscono che mediamente in un anno si spendono 1.500 euro per un paziente con uno scompenso cardiaco, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6 per cento delle prescrizioni farmaceutiche a carico del servizio sanitario nazionale, il 4 per cento delle richieste di visite specialistiche e il 4,1 per cento delle prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa 1.400 euro li assorbe invece un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, mentre 1.300 vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2. A scalare: i pazienti con osteoporosi e gli ipertesi.

LA CRONICITÀ NON È UGUALE PER TUTTI – Il quadro sulla cronicità ha nel nostro Paese una spiccata connotazione sociale, con significative differenze di genere, territoriali e di condizione socio-economica. Le donne sono più frequentemente affette da malattie croniche, con un divario che aumenta per la «multicronicità» che affligge quasi un quarto delle donne rispetto a un sesto degli uomini. Si tratta di differenze in parte dovute alla struttura per età che, come è noto, è più anziana nelle donne. Particolarmente elevati i divari, a svantaggio delle donne, per l’artrosi, l’artrite e l’osteoporosi. La prevalenza più elevata di almeno una malattica cronica si registra in Liguria, con il 45,1 per cento della popolazione interessata. In Calabria si registra invece la quota più elevata di malati di diabete, ipertensione e disturbi nervosi. Il Molise si caratterizza per la prevalenza maggiore di malati di cuore, mentre ancora la Liguria per quella di malati di artrosi e artriti. In Sardegna «spopola» l’osteoporosi, mentre in Basilicata il primato riguarda l’ulcera (gastrica o duodenale) e la bronchite cronica. Tra tutti i territori considerati, la Provincia Autonoma di Bolzano presenta la prevalenza più bassa di cronicità per tutte le malattie considerate.

MENO A RISCHIO CHI STUDIA – Il livello culturale ha un effetto significativo sul rischio di cronicità. I dati dell’Istat evidenziano, infatti, che le persone con livello di istruzione più basso soffrono molto più frequentemente di malattie croniche rispetto al resto della popolazione, con un divario crescente all’aumentare del titolo di studio conseguito. Nel 2017, nella classe di età 45-64 anni, quella in cui insorge la maggior parte della cronicità, la percentuale di persone con la licenza elementare o nessun titolo di studio che è affetta da almeno una patologia cronica è risultata pari al 56 per cento, per poi scendere al 46,1 per cento tra coloro che hanno un diploma e al 41,3 per cento tra quelli che possiedono almeno una laurea. L’artrosi, l’artrite, l’ipertensione e il diabete sono le condizioni per le quali si riscontrano i divari sociali maggiori. Differenze di prevalenza si registrano anche rispetto alle professioni. Le categorie maggiormente colpite da malattie croniche sono i disoccupati (quelli alla ricerca di nuova occupazione) e gli autonomi.

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In Italia si stima una spesa, complessiva, di circa 66,7 miliardi per la cura delle malattie croniche, Image by iStock

COME MODULARE L’ASSISTENZA SANITARIA? – Di fronte all’allarmante prospettiva di un aumento della domanda di salute, il servizio sanitario sta ponendo le basi per attuare un cambiamento indirizzato a una appropriata ed equa gestione della cronicità, che nasce dall’esigenza di promuovere interventi basati su un approccio unitario, centrati sulla persona e orientati verso una migliore organizzazione dei servizi. Il Piano propone nuovi modelli organizzativi centrati sulle cure territoriali e domiciliari, integrate, delegando all’assistenza ospedaliera la gestione dei casi acuti o complessi, non gestibili dagli operatori sanitari delle cure primarie. Questo approccio dovrebbe avere l’obiettivo di offrire ad ogni paziente le cure appropriate al momento giusto e nel luogo giusto, ricevendo l’assistenza di operatori sanitari che, per ruolo e competenze, possono prenderlo in cura affrontando e risolvendo i problemi di salute con un approccio sistemico e multidimensionale.

Twitter @fabioditodaro

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