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Eternit: storia di una strage che si poteva evitare

Un disastro ambientale, doloso, di enormi propozioni e oltre 1800 vittime. La condanna dell'Eternit rende giustizia a Casale Monferrato, esempio di collettività virtuosa che lottato con dignità per un obiettivo comune

Lia del Fabro
16 Febbraio 2012

Esiste in Italia un caso clamoroso di inquinamento ambientale che ha investito un’intera cittadina italiana. Protagonista una fabbrica al centro di un processo giudiziario che si è concluso pochi giorni fa, il 13 febbraio 2012 con una clamorosa sentenza. Il colpevole di questo disastro ambientale è l’amianto, la città si chiama Casale Monferrato, in Piemonte, provincia di Alessandria. La fabbrica è l’Eternit che per decenni ha deciso si continuasse a produrre, incurante del pericolo per la salute di lavoratori e cittadini, tanto che oggi le famiglie che contano un congiunto morto sono almeno 1800, e non si tratta purtroppo di un numero definitivo. 

La storia di Casale Monferrato è una tragedia di cui non si parla mai abbastanza. Qualcuno ha scritto che si tratta di “morti silenziose”, di un disastro ambientale di cui non si sa molto, diluito nel corso di qualche decennio. Tutta una comunità – fatta di cittadini, lavoratori, sindacati, istituzioni – si è stretta intorno ad una vicenda che l’ha segnata profondamente e molto dolorosamente.

lastre di amianto

Foto Shutterstock

Eternit: una vicenda ingiusta e dolorosa per tutto il Paese

L’Eternit per Casale Monferrato negli anni ’70 era come la Fiat per Torino. Significava lavoro e benessere per un’intera città. Peccato però che la verità sulla pericolosità di quello che si produceva dentro la fabbrica sia stata sempre taciuta, e anzi mistificata, dalla proprietà che infatti è stata messa sotto accusa nel processo iniziato nel 2008 e conclusosi con la sentenza del 13 febbraio del 2012: l’Eternit è stata giudicata colpevole e i proprietari sono stati condannati a sedici anni di carcere. Una sentenza definita esemplare e storica, a simbolo di una lotta fatta per ottenere giustizia di una strage di dimensioni enormi, e a testimonianza che la produzione e l’utilizzo dell’amianto dovrebbero essere vietati ovunque.

Manifestazioni per la strage eternit

Image by © TONINO DI MARCO/epa/Corbis

Eternit: perchè il pericolo è stato tenuto sotto silenzio?

Lo stabilimento dell’Eternit di Casale Monferrato era uno tra le decine di siti produttivi sparsi in tutto il mondo e in mano a due potenti famiglie di origini svizzera (il nome è Schmidheiny) e belga (De Cartier). Negli anni ’50 la fabbrica era considerata una fonte di reddito e benessere per tutta l’area del casalese. Era quasi del tutto assente la consapevolezza che fosse possibile contrarre malattie sui luoghi di lavoro, nonostante fossero già stati diffusi, da almeno vent’anni, studi e ricerche che provavano la pericolosità dell’amianto.

Bisogna aspettare gli anni ’70, e soprattutto il decennio successivo, perché la battaglia per il diritto alla salute dentro l’azienda e fuori nel territorio scoppi sotto l’incalzare dei dati sui morti e delle informazioni riguardanti l’amianto. «La forza di quegli anni è l’aver fatto nascere una cultura nuova», ricorda Nicola Pondrano ex operaio all’Eternit e, oggi, segretario della Camera del lavoro di Casale Monferrato, «con uno sforzo che non è stato facile. Sapevamo che le nostre lotte avrebbero portato alla chiusura della fabbrica e la gente però stava con il sindacato. Si è riusciti a rompere quell’abbraccio mortale che univa la città alla grande famiglia aziendale con tutti i vantaggi e le protezioni che essa garantiva».

Le cause dei decessi

È il 1984 quando l’Eternit dichiara l’auto-fallimento sulla spinta delle proteste e dell’indignazione sempre più diffuse. Due anni più tardi il sindaco di Casale Monferrato, per primo in Italia, vieta l’utilizzo dell’amianto.

Asbestosi dovuta a inalazione di absesto e eternit

Asbestosis and cryptococcosis – Pleural plaque – X-ray, Credit: Pulmonary Pathology/flickr

Nel 1987 arrivano i risultati delle prime indagini mediche ufficiali che indicano, sino a quel momento, in 200 i decessi tra i lavoratori per amianto. È l’inizio della strage (o meglio della sua rilevazione) che, secondo gli ultimi aggiornamenti, porta a 1.200 i morti tra i lavoratori e a 600 quelli tra i cittadini, tutti uccisi dal mesotelioma, un cancro molto raro che colpisce i polmoni esposti a amianto (più diverse centinaia di malati di asbetosi, una patologia ai polmoni non mortale).

Le vittime non sono quindi solo tra chi lavorava nella fabbrica e che aveva respirato per lunghi anni la polvere sottile che si trovava ovunque, ma un’intera popolazione che era venuta a contatto con la fonte della contaminazione. Per anni le tute ricoperte di polvere degli operai sono state portate a casa e lavate dalle mogli inconsapevoli del pericolo, e le mamme lavoratrici , smesso il turno di lavoro, allattavano i figli con i vestiti ancora sporchi. E purtroppo, considerato il lungo periodo di incubazione di questa terribile malattia, oggi, a distanza di venticinque anni dalla chiusura della fabbrica, si continua a morire con ben settanta nuovi casi di malati l’anno e con la previsione che il triste bollettino debba continuare ancora almeno sino al 2020. E c’è da rilevare che gli ex lavoratori sono al momento solo 295 e che l’80 percento dei nuovi casi colpisce oggi tra la popolazione comune di Casale, tra chi in quella fabbrica non ci ha mai messo piede.

Vicenda Eternit: i risultati di un cambiamento culturale

La proprietà ha sempre negato che lo stabilimento fosse una fonte di pericolo e di contaminazione e ha sempre rassicurato i lavoratori e i cittadini con un atteggiamento di assoluta spregiudicatezza morale.

Test per rimozione dell'eternit

Rimozione amianto Test, di Asbestos Testing/flickr

Per tutto questo, gli anni ’80 sono segnati da momenti importanti che hanno il merito di portare la vicenda di Casale sotto i riflettori nazionali. Nel 1988 si forma l’Associazione vittime dell’amianto, nel 1992 si arriva alla legge che vieta l’amianto su tutto il territorio nazionale, nel 2004 inizia l’indagine della procura di Torino che, nel 2009, porterà al rinvio a giudizio del vertice della multinazionale Eternit per “disastro doloso e inosservanza per le norme di sicurezza”. E ancora, nel febbraio di quest’anno, proprio alla vigilia della sentenza definitiva, il Comune, sulla spinta di un’intera città che non vuole accettare compromessi e che urla “non siamo in vendita”, si convince che è meglio rifiutare i 18 milioni di euro offerti dalla proprietà come risarcimento tardivo: la prova della loro colpevolezza.

Su questa vicenda il vero protagonista è proprio la città di Casale Monferrato, i suoi abitanti, le forze sindacali insieme alle istituzioni che, in tutti questi anni, sono riusciti a mostrare un senso di collettività autentico, la condivisione di obiettivi comuni, la capacità di lottare e ottenere dei risultati, in una forma esemplare di democrazia partecipata. Non è un caso che negli anni, per tener viva la memoria e informare di quanto stava accadendo, siano stati organizzati manifestazioni, convegni a livello territoriale e nazionale, che siano stati scritti testi teatrali, (come Malapolvere di Silvana Mossano in questi giorni portato a teatro da Laura Curino), che siano stati pubblicati articoli e molti libri.

Tra questi, ce ne sono due recenti entrambi editi da Ediesse: Casale Monferrato: la polvere che uccide, un’inchiesta di Guido Iocca che raccoglie i racconti di venti persone tra ex lavoratori e cittadini colpiti dalla malattia e parenti di familiari morti per l’amianto e Eternit, dissolvenza in bianco che, attraverso i disegni a fumetti di Gea Ferrari e il racconto di Assunta Prato (un’insegnante oggi in pensione che ha visto il marito, il quale non aveva mai lavorato in fabbrica, ucciso dall’amianto), vuole raccontare anche alle generazioni più giovani quanto accaduto.

Questa è dunque la storia di un cambiamento culturale, come sottolinea Nicola Pondrano, che ha portato un’intera comunità ad anteporre al lavoro, che pure è un diritto, il valore della tutela della salute per tutti, lavoratori e cittadini. Un simbolo di civiltà e di libertà che rende Casale Monferrato un esempio nella lotta contro i disastri ambientali.

Cava abbandonata amiantifera di Balangero, Torino, Italia.

Foto di Paolo Crosetto/flickr

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