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Amianto, ora il vero problema è come smaltirlo

Questo materiale tossico, In Italia proibito da vent'anni, è ancora diffuso dappertutto. Liberarsene sembra difficile perchè mancano discariche adatte. E istruzioni chiare

Lia del Fabro
16 Febbraio 2012

Sono passati esattamente vent’anni da quando l’Italia ha messo al bando la produzione e l’utilizzo dell’amianto con la legge n. 257 del 27 marzo 1992. Sino a quella data il nostro Paese era uno dei maggiori produttori mondiali con una media di circa 100 mila tonnellate l’anno e con picchi produttivi che, negli anni ’70, avevano toccato anche le 160 mila tonnellate annue. Ma questa quantità non era sufficiente per la domanda interna, poiché ulteriori 50 mila tonnellate l’anno erano importate dall’estero.

Una presenza dannosa ancora troppo diffusa

 

Image by © Ashley Cooper/CorbisMa per farne poi che cosa? L’amianto un tempo era diffusissimo, poiché serviva a un’infinità di usi: sono stati contati almeno 3000 diversi modi di impiego, e così l’amianto si trovava un po’ ovunque: dalle pastiglie dei freni, ai tostapane, dai forni, ai rivestimenti per pavimenti, nei materiali tessili, nelle coperture per gli edifici, nelle costruzioni navali e ferroviarie… L’amianto era usato anche in quello che si chiamava cemento-amianto, un materiale prodotto proprio dall’Eternit di Casale Monferrato, usato nelle costruzioni. Se il consumo diretto nel nostro paese è definitivamente cessato nei primi anni ‘90, sul territorio nazionale rimangono però da bonificare ancora 39 siti industriali dove un tempo si produceva l’amianto, 400 carrozze dei treni coibentate che ancora circolano, molte decine di navi, e diverse centinaia di grandi impianti industriali. Una curiosità: la superficie esterna di edifici con specifiche costruttive particolari dovevano essere obbligatoriamente, per una questione di sicurezza dagli incendi, trattate con amianto secondo una normativa in vigore sino alla fine degli anni ’80. «In queste condizioni sono ancora oggi molti palazzi destinati a uffici e ministeri della zona Eur di Roma, alcuni dei quali in questi anni più recenti sono stati bonificati» commenta Fulvio Cavarian, direttore del Centro regionale amianto del Lazio. «Un altro edificio famoso, la sede della Rai di viale Mazzini a Roma, si trova nella stessa condizione». All’estero però le cose vanno anche peggio, perché l’amianto continua a essere prodotto, usato ed esportato. Tranne in Europa dove la UE con una decisione del 1999, ha vietato l’uso dell’amianto sull’intero territorio comunitario. Il problema sono al contrario quei Paesi che producono amianto senza consumarlo, poiché ormai lo hanno sostituito con altri materiali, ma che continuano a esportarlo nelle aree più povere del pianeta. Paesi come il Canada restano ai vertici della classifica dei produttori mondiali, secondo solo all’ex-Unione Sovietica. Ci sono poi, tra i paesi forti produttori, colossi come Cina e Brasile. Nel 2008 l’intera Asia produceva 858mila tonnellate l’anno, l’Europa (Russia europea, Serbia, Bosnia) poco più di 810mila tonn/anno e le Americhe 495mila tonn/anno. Complessivamente in tutto il mondo si continuano a produrre tra i 2 ei 2,5 milioni di tonn/anno. Il dato relativo alla produzione mondiale è sconcertante perché è evidente, sulla base di informazioni che già iniziavano a circolare un secolo fa e confermate dalle ricerche degli anni ’30, come l’amianto inquini l’ambiente e causi malattie mortali per chi ne viene a contatto anche in quantità minima.

Il picco dei malati è previsto nel 2020

 

Le patologie per chi inala le fibre minerali di cui è costituito hanno un periodo di incubazione molto lento: da 10-15 anni per l’asbestosi che porta a difficoltà respiratorie, ai 20-40 anni per il tumore polmonare e il mesotelioma (tumore del polmone e o dell’intestino direttamente collegato all’inalazione delle polveri di amianto). Il picco dei malati in Europa è previsto per il 2020.Vi è da dire, per non creare allarmismi, che il pericolo esiste se l’amianto si presenta in forma friabile, o se il materiale contenente amianto ha subito abrasioni, danneggiamenti, rotture. Ma i prodotti che sono ancora in uso hanno ormai almeno vent’anni di vita e quindi saranno destinati sempre più al deterioramento. Il problema dello smaltimento è ben lontano dall’essersi esaurito perché ci sarà sempre più necessità di provvedere nei prossimi anni alla sostituzione di materiale obsoleto. La questione è che il legislatore, con la legge 257/1992, non ha fissato l’obbligatorietà dello smaltimento anche per i costi enormi che questo avrebbe comportato, e non sono stati indicati i criteri (anche perché oggettivamente difficili da definire) che avrebbero potuto indicare quando era l’ora di buttare il prodotto perché pericoloso. Il fenomeno è enorme e, limitandoci al caso del Lazio a titolo d’esempio, si stima siano 1 milione le tonnellate da smaltire in regione ma che nella realtà ogni anno ne siano portati in discarica solo 10mila.

Rifiuti altamente pericolosi anche per i Comuni

 

Questo delle discariche è un altro dei problemi legati allo smaltimento dell’amianto perché in Italia praticamente non ne esistono. Attualmente i nostri rifiuti al 70 percento sono portati in Germania, che provvede a interrarli in miniere abbandonate. Tra gli addetti ai lavori qualcuno sta pensando che il problema si possa risolvere con discariche a Km 0: «Ogni amministrazione locale dovrebbe preoccuparsi di dotare il territorio di una discarica per lo smaltimento di questi rifiuti» dice ancora Fulvio Cavarian, «perché è molto difficile pensare di riuscire a individuare i siti a livello nazionale e a garantire ai cittadini la massima efficacia nello smaltimento, considerato i noti episodi di cattiva gestione nello smaltimento di tutti gli altri rifiuti, anche meno pericolosi». Proprio ora può essere il momento buono per riflettere su quanto c’è ancora da fare soprattutto per agevolare il processo di smaltimento dell’amianto, in occasione della sentenza storica del 13 febbraio 2012 del Tribunale di Torino che ha condannato la proprietà dell’Eternit di Casale Monferrato. Per come si è conclusa, dal punto di vista giudiziario questa dolorosa vicenda, l’Italia può essere un punto di riferimento importante anche perché ovunque nel mondo si faccia strada la consapevolezza del pericolo amianto e si arrivi al divieto dell’uso di questo materiale, nei Paesi in cui si continua a produrlo e a utilizzarlo, in nome della salute di tutti.

 

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