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Barriere in plexiglas: quando le protezioni non sono sostenibili

Le barriere in plexiglas sono molto richieste per il distanziamento nei locali, ma quelle in legno sono senza dubbio una scelta più green

Andrea Ballocchi
17 giugno 2020

Il Covid-19 e la necessità di creare strumenti di distanziamento sociale in locali pubblici hanno fatto esplodere le richieste di plexiglas. Pannelli e barriere sono comparse un po’ ovunque: bar, ristoranti, uffici, supermercati e in generale in ogni locale. A settembre se ne parla anche per la scuola, ma la questione è ancora materia ampiamente dibattuta.

Le previsioni mercato fanno pensare a una sua crescita esponenziale: tra 2019 e 2025, causa pandemia coronavirus e misure sanitarie conseguenti, il mercato delle materie plastiche trasparenti rigide in tutto il mondo crescerà di 5,4 miliardi di dollari.

Business e necessità contingenti a parte, ma il plexiglas è sostenibile?

Barriera in plexiglas alla cassa

Foto: 123RF.com

 

Cos’è il plexiglas?

Cos’è il plexiglas? È polimetilmetacrilato (PMMA), un polimero termoplastico, una particolare resina artificiale che si indurisce col calore e appartiene alle materie plastiche. Noto anche con altri nomi commerciali, tra cui Perspex o Vitroflex, il polimetilmetacrilato conosce ampi usi, che spaziano in vari settori: si usa per realizzare pannelli pubblicitari, fanali per le auto, persino la prima lente a contatto fu utilizzata per quello. Il suo pregio è che è più trasparente del vetro ed è molto più resistente, oltre che più leggero. Il PMMA può essere totalmente riciclato e riportato al suo stato originale di materia prima e riusato completamente senza alterare la qualità. Il plexiglas non filtra la luce ultravioletta, ma in commercio si trovano soluzioni trattate per questo. Oltre che trasparente, si può trovare in commercio anche il plexiglas colorato. Per quanto riguarda i costi, i prezzi variano: una lastra da 100 x 200 cm spessa 5 mm può costare 160 euro nelle grandi catene di fai da te.

Si scrive plexiglass o plexiglas?

Si è molto discusso sul corretto modo di scrivere questa parola anche in ambiti parlamentari e ministerili. Cominciamo col dire che il nome corretto è plexiglas. Si tratta di un marchio registrato (nel 1933) il cui nome unisce la sua caratteristica di flessibilità al termine tedesco per vetro. A creare questo materiale plastico fu il chimico tedesco Otto Röhm.

Plexiglas e coronavirus

Barriera in plexiglas

Foto: 123RF.com

Conosciuto nell’industria, ma certamente meno dall’opinione pubblica, il plexiglas è stato riscoperto con l’emergenza Covid-19 e con la necessità di mettere in sicurezza i locali e gli ambienti di lavoro in modo da evitare il droplet, ovvero le minuscole goccioline di saliva emesse in maniera spiccata attraverso tosse e starnuti, ma anche parlando. Il suo pregio è che è trasparente, sufficientemente flessibile, ma crea una barriera e una soluzione adatta per fare distanziamento sociale.

 

Alternative al plexiglas: il modulo in legno riciclato

In ogni caso il plexiglas è una materia plastica e quindi viene prodotta col petrolio. Inoltre il costo non è certo lieve per un locale che ha bisogno di diversi pannelli. Per fare distanziamento è possibile trovare nel legno un’alternativa green. È quello che è stato pensato, per esempio, nel caso dei moduli in legno per la spiaggia E_state Sicuri. Per bar e locali un’idea che abbina l’uso del legno alla finalità dell’economia circolare è “Separé, ma uniti” nata da Azzurra Banti e da Nicola Massini, rispettivamente architetto e dottore in Ingegneria. «L’idea è nata pensando che, seppure sul mercato siano proposte molte soluzioni, ne serviva anche una che fosse alla portata di tutti, data anche la situazione economicamente difficile – spiega l’architetto – Da qui l’idea di puntare sul legno riciclato, con moduli adattabili a seconda delle esigenze è facilmente combinabile», grazie alla tipologia di incastro.

Pannelli modulari non in plexiglas e a prezzo competitivo

Barriere in legno

Foto di Nicola Massini e Azzurra Banti

Il sistema di pannelli modulari, facilmente collegabili e orientabili, sono adattabili a ogni situazione. Esistono tre tipi di pannelli: oltre che in legno, c’è anche la possibilità di combinare legno e plexiglas. Ma il polimetilmetacrilato «non deve essere necessariamente presente. Può essere scelto dal committente; in questo modo può scegliere la soluzione più adatta alle sue esigenze. Inoltre usando solo il legno, una volta terminata l’emergenza può essere facilmente riutilizzato come divisorio interno o esterno, o delimitare spazi di servizio». La circolarità è il fattore green: «una soluzione di questo tipo, in legno ottenuto dal recupero di materiali da cantiere, da scarti di lavorazione, da compensato… le idee sono davvero ampie». Il fattore prezzo è assai competitivo, secondo una stima fatta dai due ideatori: «noi calcoliamo che la nostra soluzione possa abbattere i costi sensibilmente rispetto ai moduli in plexiglas, arrivando a costare anche un terzo».

L’idea, nata in provincia di Pisa e oggi ancora a livello di concept, ha già ricevuto diverse manifestazioni di interesse: «stiamo pensando di creare un prototipo», conclude Banti.

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