Dopo l'elezione di Donald Trump l'Agenda 2030 sembra aver subito un'ulteriore battuta d'arresto. Ma non tutto è perduto secondo l'attivista e consulente della Commissione Europea Sara Segantin...
Il mondo in poche settimane, all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, sta cambiando profondamente. Dagli equilibri geopolitici mondiali ai capisaldi dell’etica condivisa fra la maggior parte delle nazioni, passando ovviamente per salvaguardia dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici.
Wise Society ha incontrato Sara Segantin, attivista e scrittrice naturalista, consulente della Commissione Europea per le strategie di comunicazione sui rischi climatici, fra le fondatrici di Fridays for Future in Italia e ambasciatrice della Mediterranean Sea Foundation e dell’European Climate Pact. Con i suoi romanzi per ragazzi promuove percorsi educativi e formativi sul clima e la pace, oltre a insegnare comunicazione della crisi climatica alla SISSA di Trieste.
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Sara Segantin, con i suoi libri per ragazzi, promuove percorsi educativi e formativi sul clima e la pace.
Perché sembra che, a livello globale, si sia fatto un passo indietro rispetto a qualche anno fa nell’impegno per combattere i cambiamenti climatici?
Viviamo in un mondo di molteplici crisi, come spesso si dice. Le crisi sanitaria, economica, sociale, culturale, bellica e quella climatica, che le comprende tutte. C’è molta confusione e speculazione sulla crisi, che spesso fa pagare il prezzo alle fasce più deboli, non solo per la transizione ecologica, di cui invece dovrebbero beneficiare soprattutto i più vulnerabili.
La pandemia ha rallentato il progresso nella lotta contro il cambiamento climatico, eppure ci si aspettava che la rinascita post-pandemia fosse un’opportunità per dare slancio alla giustizia climatica. Invece, siamo finiti con l’arraffare tutto ciò che non avevamo consumato durante il lockdown, riprendendo il ritmo e oltrepassandolo.
La situazione geopolitica globale ha poi giocato un altro ruolo importante. Ci sono molti fattori in gioco, ma non credo che ci siamo fermati. Semplicemente, abbiamo avuto accelerazioni e brusche frenate che hanno creato molta confusione tra i cittadini, che si sono sentiti traditi, non ascoltati, non considerati. Per questo, fanno fatica a credere che il cambiamento sia ancora possibile. Eppure, i passi avanti li stiamo facendo, anche se troppo lentamente. È difficile vedere l’interconnessione tra i fattori che ci hanno portato a questa situazione e comprendere il legame imprescindibile tra i diritti umani e le questioni ambientali. Non possiamo affrontare l’una senza l’altra, e questa è una chiave fondamentale.
Il 2030 comunque sembra ormai una chimera…
Onestamente è difficile pensare di riuscire a mantenere il riscaldamento sotto l’1,5°C, il famoso punto di non ritorno. In Italia, ad esempio, il riscaldamento sta avvenendo molto più velocemente che nel resto del mondo. Ma questo significa che dobbiamo gettare la spugna? No, vuol dire che ci sono gradi di sconfitta e gradi di vittoria.
Un cambiamento è già in atto, ma possiamo ridurre drasticamente i danni, difendere ciò che è ancora intatto e, allo stesso tempo, riconoscere onestamente che non fermeremo la crisi climatica, ma possiamo contenerla. Bisogna mettere in atto tutte le misure di mitigazione possibili, oltre a quelle di adattamento, e affrontare il problema dei “loss and damage” (perdite e danni), risarcendo chi ha già perso la sua terra, la sua casa, i suoi beni.
Come se ne esce? Cosa bisognerebbe fare per rimettersi sui giusti binari?
Gli obiettivi 2030 sembrano distanti, ma come diceva Popper, il futuro è aperto: finché non ci arriviamo, tutto è possibile. Bisogna quindi sforzarsi di immaginare non solo i futuri possibili, ma anche quelli desiderabili, e poi tornare al presente per renderli attuabili con gli strumenti tecnologici e scientifici che già abbiamo a disposizione.
La vera sfida è la volontà di agire: abbiamo gli strumenti, ma manca la forza e la determinazione per metterli in pratica. La scienza va calata nella nostra umanità, ci vuole un cambiamento sistemico nei nostri paradigmi culturali ed esistenziali. Senza questo, non ce la faremo.
La climate literacy (alfabetizzazione climatica) e l’educazione sono punti chiave, sia per la mitigazione che per l’adattamento. Fornire alle persone gli strumenti per compiere scelte consapevoli è fondamentale: non verità assolute, ma strumenti per diventare cittadini responsabili. Questo lavoro integrato tra decisori politici, cittadini, imprese e scienziati è essenziale per il cambiamento.
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Foto Shutterstock
Parlando di misure concrete, bisogna ridurre drasticamente il consumo e la produzione, in particolare di carne e derivati, migliorare l’efficienza del trasporto pubblico, elettrificare il parco auto, migliorare l’efficienza energetica delle abitazioni. Ogni misura va adattata al contesto locale, come nel caso della moda, dove il fast fashion causa enormi danni.
È poi fondamentale rivedere la finanza, visto che molte banche italiane continuano a investire in armi e combustibili fossili. Le scelte di investimento sono cruciali, così come la responsabilità politica nel proteggere il presente e il futuro. La cooperazione internazionale è un’altra chiave per evitare che i Paesi in via di sviluppo seguano le stesse tracce dannose dei Paesi industrializzati.
Le nuove generazioni giocano un ruolo chiave in questo cambiamento: quali sono le loro richieste più pressanti e ancora inascoltate?
Le richieste non provengono solo dalle nuove generazioni, ma da tutte le persone che chiedono di essere coinvolte nelle decisioni. La cittadinanza attiva deve essere non solo consultiva, ma anche decisionale. Non se ne esce altrimenti. Un cardine fondamentale è la giustizia climatica, l’intreccio tra i diritti umani e le questioni ambientali. Non sono le classi più vulnerabili a dover pagare i costi della transizione, ma devono essere loro a beneficiarne.
È essenziale un coinvolgimento multilivello, che tenga conto dei territori più remoti e delle comunità già colpite dalla crisi climatica. Serve anche un cambiamento di linguaggio, che includa le comunità indigene e altri modelli diversi. È necessario abbandonare la retorica del “si è sempre fatto così” per puntare sulla possibilità di fare le cose in modo diverso. Non possiamo risolvere i problemi attuali con lo stesso sistema che li ha creati.
Lei è in prima linea in svariati progetti. Ce n’è fra tutti uno che le sta particolarmente a cuore?
Un progetto a cui sono molto legata riguarda la collaborazione con le comunità indigene, in particolare in Centro America. Dopo il progetto “Diritti registrati” dello scorso anno, sono ancora impegnata con le comunità del Costa Rica, in particolare nella regione di Guarí. Queste comunità sono le principali custodi della biodiversità e rappresentano un modello di vita alternativo e possibile. Vogliamo portare avanti progetti con loro per proteggere l’ambiente e difendere i diritti di chi è in prima linea nella lotta climatica.
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La salvaguardia degli insetti impollinatori è fondamentale non solo per l’ambiente, ma anche per il Pil.
La protezione della biodiversità è, d’altronde, fondamentale…
Il 50% del prodotto interno lordo mondiale dipende dalla biodiversità. Se vengono a mancare gli insetti impollinatori, l’agricoltura e l’economia collassano. L’aggressione umana nei confronti delle specie animali e della biodiversità è continua e non riguarda solo gli insetti. Il mondo selvatico ha sempre meno spazio in un mondo sempre più antropizzato. Dobbiamo comprendere che non sono gli animali a invadere il nostro spazio, ma siamo noi a invadere il loro.
Per questo è necessario creare corridoi biodiversitari, oltre ai parchi naturali, e garantire la convivenza tra esseri umani e fauna selvatica. L’Italia, purtroppo, è uno dei Paesi con il più alto tasso di consumo di suolo in Europa. Le soluzioni ci sono, come dimostra il Parco nazionale d’Abruzzo, ma è necessario ripristinare il legame con la natura, ricostruire una convivenza con il mondo selvatico. Non possiamo più ignorare questo aspetto…
Per una società più saggia, wise appunto, di cosa ci sarebbe veramente bisogno?
Abbiamo bisogno di una società più innovativa, capace di anticipare i tempi, non di rincorrerli. L’Europa, ad esempio, deve smettere di reagire agli altri e iniziare ad agire con innovazione e ambizione. Non possiamo continuare a chiedere se siamo troppo ambiziosi nel voler vivere sulla Terra, come se fosse un’impresa.
Abbiamo bisogno di ambizione per la vita umana, non solo per le esplorazioni spaziali. Dobbiamo innovare nel pensare le città, l’agricoltura, l’economia, la cultura. È necessario ristabilire la collaborazione tra individui e con il mondo che ci circonda, ridando valore alla relazione tra testa e cuore, esperienza e conoscenza. Costruire insieme un futuro migliore è possibile, basta volerlo.
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Vincenzo Petraglia