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Fabrizio Gatti: “L’Italia non è un Paese libero e lo dimostrano i fatti che vi racconto”

Qual è la verità che si cela dietro la pandemia, chi ci sta guadagnando e perché la nostra libertà è a rischio? Ne parliamo con uno dei massimi esperti italiani di giornalismo d'inchiesta autore dello sconvolgente libro "L'infinito errore" finito nella lista nera di Google

Vincenzo Petraglia
6 Giugno 2021

Le sue inchieste hanno fatto la storia recente del giornalismo. Fabrizio Gatti è un cronista di razza, senza ombra di dubbio uno dei più autorevoli giornalisti d’inchiesta del nostro Paese, dalla cui penna sono uscite storie tradotte in tutto il mondo che hanno scoperchiato fatti a dir poco raccapriccianti. Una fra tutte, quella sulla tratta dei migranti africani, diario di quattro anni da infiltrato lungo le rotte del Sahara verso l’Europa.

L’ultima in ordine di tempo riguarda i retroscena della terribile pandemia da Sars-CoV-2 che il mondo intero sta affrontando. Mesi di ricerche che l’hanno portato a svelare fatti in corso di svolgimento a livello globale che le fonti ufficiali hanno tenuto finora ben nascoste. Lo ha fatto grazie a testimonianze e documenti top secret che ha raccolto nel libro L’infinito errore, pubblicato con La nave di Teseo, e che travalicano la sfera sanitaria e chiamano in causa delicati quanto preoccupanti meccanismi di politica internazionale che rischiano di mettere a rischio la libertà di stampa e il sacrosanto diritto dei cittadini a essere informati.

Fabrizio Gatti

Fabrizio Gatti è uno dei più autorevoli giornalisti d’inchiesta del nostro Paese che nel suo nuovo libro “L’infinito errore” (2021, La nave di Teseo), ha fatto luce su alcuni raccapriccianti (e taciuti) retroscena della pandemia dovuta al virus Sars-CoV-2, che travalicano la sfera sanitaria e chiamano in causa delicati quanto preoccupanti meccanismi di politica internazionale.

Fabrizio, leggendo il suo libro sui retroscena della pandemia, c’è poco da stare tranquilli, e non soltanto per quel che riguarda il virus…

Si discute molto in questi giorni sull’origine del virus Sars-CoV-2. È una questione importante, anche per prevenire nuovi disastri in futuro. Ma ancor più importante è oggi riflettere sull’origine della pandemia, non solo del virus: perché l’infezione non è stata fermata? A questa domanda, come dimostro nel mio libro pubblicandone i documenti, le risposte esistono già. E tutte chiamano in causa la responsabilità di apparati della dittatura cinese nel negare l’allarme sull’epidemia di polmoniti a Wuhan, nel nascondere e ritardare il suo contenimento e addirittura nel punire i medici e i ricercatori che per primi avevano avvertito i colleghi e i cittadini su un nuovo grande focolaio di sindrome respiratoria acuta grave, la Sars che aveva già colpito la Cina e parte del mondo tra il 2002 e il 2004.

Il regime di Pechino sapeva dal 7 gennaio 2020 dello stretto legame di parentela tra il nuovo coronavirus e due coronavirus dei pipistrelli isolati nei laboratori militari dell’esercito cinese. Cos’altro manca per mettere la dittatura nazionalcomunista di Xi Jinping di fronte a ciò che ha provocato? Nel mio libro dimostro anche come il contagio si sia propagato seguendo i nuovi rapporti di forza e sudditanza che la Cina esercita sui governi alleati, a cominciare dall’Italia. Forse è per questo che oggi soltanto gli Stati Uniti di Joe Biden hanno il coraggio di porre domande.

Perché l’Italia ha rappresentato la rampa di lancio del contagio offrendo all’epidemia la possibilità di trasformarsi in pandemia?

Prendete il nuovo libro di Marco Travaglio: lui ci parla di “Conticidio”. Il mio libro si occupa invece dell’italicidio provocato proprio dagli errori sciagurati del governo di Giuseppe Conte che, finalmente, è stato indotto alle dimissioni. Il 13 gennaio 2020 il ministero dei Trasporti italiano firma un accordo con Pechino, attraverso le rispettive autorità nazionali dell’aviazione civile, per il raddoppio dei voli tra Italia e Cina con decorrenza immediata.

libro Fabrizio Gatti L'Infinito Errore

Il libro-inchiesta di Gatti è il frutto di lunghi mesi di ricerche e contiene documenti scottanti.

È la conseguenza del memorandum d’intesa tra il governo italiano e la dittatura cinese. Si sale così a 108 voli a settimana per parte. In quegli stessi giorni a Wuhan si comincia a morire e l’infezione esce per la prima volta dalla Cina. Eppure a Milano e Roma continuano ad arrivare voli da Wuhan carichi di passeggeri, tutti potenziali portatori asintomatici dell’infezione. Il 21 gennaio la Protezione civile avverte il premier Conte sui rischi dovuti al massiccio flusso di turisti cinesi e sulle analogie tra la nuova epidemia e la prima infezione di Sars. L’allarme cade nel vuoto.

Il 4 febbraio 2020 i governatori del Nordest chiedono che sia istituito l’obbligo di quarantena per i cittadini italiani e cinesi che in quei giorni ritornano dalla Cina. E Giuseppe Conte risponde con queste parole: «La situazione è sotto controllo […]. Non vogliamo che le nostre imprese soffrano e i nostri imprenditori che lavorano con la Cina possano avere un danno». Questa agghiacciante dichiarazione rivela un premier senza più autonomia, indipendenza, libertà di decisione nei suoi rapporti con la dittatura nazionalcomunista cinese. La Cina stava ricattando il nostro governo? Di cosa avrebbero dovuto soffrire le nostre imprese di fronte a un’epidemia che richiedeva l’adozione di misure obbligatorie di profilassi internazionale per difendere non le imprese, ma i cittadini?

L’ambasciatore cinese a Roma, Lin Junhua, in quegli stessi giorni si incontra con il ministro della Salute, Roberto Speranza, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, con cui organizza addirittura l’invio in Cina di diciotto tonnellate di materiale medico-sanitario di protezione. Diciotto tonnellate in meno per le nostre scorte già inesistenti. Curiosamente la parola Sars scompare da tutti i provvedimenti di Giuseppe Conte. La quarantena non è richiesta. Insieme con i turisti, dopo il confinamento di Wuhan, migliaia di lavoratori e studenti italiani rientrano nelle loro famiglie senza isolarsi, perché il ministero della Salute non lo richiede. Tutto questo mette l’Italia per prima al mondo nelle fauci dell’epidemia. Ma dall’Italia si continua a partire per il resto del mondo: così negli stessi giorni l’epidemia diventa pandemia. Altro che Conticidio. È di questo che dovremmo chiedere conto. Ed è a questo che il mio libro dà risposta.

Qual è la cosa che l’ha “sconvolta” di più in questa sua inchiesta? Quella più assurda che ha scoperchiato…

Ce ne sono molte. Una riguarda l’Italia ed è la banalità, la superficialità, la presunzione con cui la ministra dei Trasporti nel governo Conte, Paola De Micheli, all’indomani dello sciagurato accordo sul raddoppio dei voli, pronuncia le seguenti parole: «L’Italia diventa la nazione europea con il numero più alto di collegamenti aerei con la Cina. Voglio esprimere la mia soddisfazione per un risultato di grande valore che porterà più turismo e più rotte per il made in Italy, nella direzione auspicata da tanti operatori commerciali, e che rinsalda i legami tra i due paesi». Ma quali legami dovremmo rinsaldare con un regime che, in questo momento, rinchiude in campi di concentramento un milione di musulmani cinesi soltanto per il loro credo religioso, arresta e tortura gli oppositori e i loro avvocati, censura ogni informazione contraria, compreso il primo focolaio di polmoniti a Wuhan? Le nostre migliaia di vittime sono il prezzo che abbiamo versato al legame di questi nostri politici con la dittatura.

È un’infatuazione che attrae uno schieramento trasversale, dalla Lega al Pd. Una volta contenuta con i vaccini la pandemia, dovremo decidere come contenere l’infezione del totalitarismo cinese. È questa la grande risposta che ora devono dare le democrazie dell’Occidente. Una risposta che dipende da ciascuno di noi. Può far sorridere l’idea, ma se non ce ne occupiamo, la libertà dei nostri figli è in serio pericolo.

L’altra chicca che ho scoperto è che l’ex premier Massimo D’Alema condivide il ruolo di presidente onorario, in una importante associazione per la penetrazione degli interessi cinesi lungo la nuova Via della seta, con l’ex ministro della Sanità che nascose la prima epidemia di Sars e, per questo, dopo lo scandalo internazionale era stato rimosso. Un altro presidente onorario è l’ex capo dell’apparato governativo che si occupa della repressione del dissenso. D’Alema è l’unico non cinese del gruppo.

Fra le tante cose raccapriccianti contenute nel suo libro, il fatto che in Cina addirittura i rifiuti contaminati venivano scaricati nelle fognature e che gli animali sottoposti a esperimenti nei laboratori sarebbero addirittura stati rivenduti al mercato nero…

Lo dichiara la stampa ufficiale del Partito comunista cinese. Ma c’è anche un articolo scientifico del direttore del famoso laboratorio dell’Istituto di virologia di Wuhan che a fine ottobre 2019 denuncia la precarietà di gran parte dei laboratori in cui si eseguono pericolosi esperimenti in Cina. I documenti ci sono già. Nel mio libro li pubblico. Basta leggerli.

Ma le responsabilità non sono soltanto dei cinesi, della pericolosità dei loro laboratori e dei metodi di ricerca sul campo, della loro reticenza e poca trasparenza…

L’epidemia parte dalla Cina e colpisce i paesi che con la Cina hanno abbassato la guardia. Le nazioni più attente come Taiwan o la Corea del Sud hanno saputo difendersi. Avevano già sperimentato la censura del regime di Pechino sulla prima epidemia di Sars. Due volte su due, due epidemie su due, gli apparati del Partito comunista cinese hanno tradito il dovere di contenere l’infezione. Non per incapacità scientifica, ma per volontà politica.

Che idea si è fatto dell’Organizzazione mondiale della sanità e della missione in Cina per indagare le cause della pandemia? Arriveremo mai alla vera verità un giorno?

L’Oms ha la responsabilità di non aver difeso la salute della popolazione mondiale ma la simpatia del suo direttore generale, l’ex ministro etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, per il presidente cinese Xi Jinping. Dedico un capitolo alle oscenità sostenute dall’attuale vertice dell’Organizzazione mondiale della sanità nei mesi in cui l’epidemia a Wuhan poteva, e doveva, essere contenuta. La verità è lì che aspetta. Con il mio libro, la mia ricerca, i documenti che pubblico porto i lettori sul cammino verso la verità dei fatti: “La verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni o ciò che vogliamo. Non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa tutto il tempo”. Sono le parole che Valerij Legasov ci ha lasciato in eredità dopo il disastro di Chernobyl. Valgono anche oggi. Se rinunciamo a questo cammino, significa che ci siamo già arresi al totalitarismo cinese.

Cosa viene ancora taciuto anche dalla stampa mainstream e perché?

Con ogni menzogna che diciamo contraiamo un debito con la verità. E i debitori nei governi, nelle istituzioni internazionali, nei mezzi di informazione, in questa pandemia sono fin troppi. Se sono un famoso presentatore tv e non voglio scomodare più di tanto il governo che a sua volta non vuole scomodare troppo il regime cinese, che a sua volta potrebbe per ritorsione danneggiare tutte le nostre imprese, che a loro volta potrebbero togliere la loro pubblicità dal canale televisivo, parlo dei crimini contro l’umanità del Partito comunista cinese o del pangolino? I pangolini, per nostra sfortuna, non dominano la nuova geopolitica mondiale. E così ancora oggi l’informazione mainstream non ha ancora sciolto il dilemma: il pangolino c’entra o no, il mercato del pesce c’entra o no, è un virus fabbricato in laboratorio o naturale? Nel mio lungo viaggio dalle grotte dei pipistrelli in Cina fino alle nostre case rispondo, con documenti e testimonianze, a tutte queste domande.

Bandiere cinesi

Foto: Zachary Keimig / Unsplash.

Cosa ne pensa della questione della liberalizzazione dei vaccini?

La pandemia sta concentrando enormi ricchezze nei bilanci di poche aziende. Ma gli stati, le università statali, gli istituti di ricerca governativi sarebbero riusciti a fare altrettanto? Come sarebbe il mondo dopo la pandemia se non contassimo sulla rapidità di risposta dimostrata dalle Big-Pharma? I governi occidentali hanno dimostrato di non essere in grado nemmeno di produrre mascherine da 2 centesimi di euro l’una quando ce n’è stato bisogno. La liberalizzazione dei vaccini non deve essere soltanto uno slogan politico, perché potrebbe avere conseguenze devastanti sulle nazioni più povere. Albert Bourla, l’amministratore delegato di Pfizer, spiega nelle interviste che i paesi ricchi pagano il vaccino il costo di un pasto. Il ricavo permette di vendere ai paesi a basso reddito lo stesso vaccino al prezzo di costo oppure al prezzo relativo di un pasto, che in Nigeria o in Vietnam sarà inferiore al costo europeo. Questo vale non solo per Pfizer ed è una regola spesso seguita anche per i farmaci. Se le Big-Pharma non saranno più in grado di vendere i vaccini al prezzo di costo, chi rifornirà le tante nazioni a basso reddito che non saranno a loro volta in grado di avviare una propria produzione?

Perché secondo lei i cinesi non si stanno vaccinando? O almeno non quanto il mondo occidentale sta facendo…

La Cina ha preferito vendere i vaccini all’estero per sostenere le nuove relazioni diplomatiche e la sua strategia di penetrazione. L’epidemia è stata meglio contenuta sotto il regime dittatoriale, quindi per cittadini cinesi e per la loro ripresa economica non c’è la stessa urgenza che abbiamo noi in Occidente. La crescita del 18 per cento del Prodotto interno lordo cinese nel primo trimestre del 2021 lo dimostra. L’altro problema per alcuni vaccini cinesi è la loro minore efficacia.

Un capitolo vergognoso è quello del grande affare della pandemia. Abbiamo assistito finora a speculazioni senza scrupoli, dall’aumento dei prezzi dei respiratori da parte dei cinesi a molti altri esempi in tal senso: chi ne esce più ricco e chi paga il conto più salato di questa situazione?

Avere portato il mondo in una situazione di emergenza ha premiato l’economia del regime che ha contribuito al disastro. E ha premiato le imprese amiche del regime. Ovunque.
 
Quali errori potremmo e dovremmo evitare adesso?

L’errore principale sarebbe non capire che le democrazie del mondo devono ricostruire la loro coesione. Dobbiamo tornare ad avere il coraggio di essere orgogliosi della nostra libertà e, come consumatori, di premiare le imprese che non scendono a patti con la dittatura più potente e più feroce del momento.

Quali i rischi maggiori per il nostro Paese?

Pd, Lega, Movimento5Stelle, nonostante l’apparente diversità, hanno la responsabilità di avere portato l’Italia nell’orbita di Pechino. Fare affari non significa diventare sudditi. Dovremmo imparare dalla Germania e dalla Francia. Ci hanno reso sudditi: cerchiamo di liberarci al più presto da questa condizione.

Lo shopping cinese nel nostro Paese proseguirà anche con il Governo Draghi?

Non vedo cambiamenti strutturali all’orizzonte.

In generale che scenari vede nel futuro dell’Italia e del mondo?

Donald Trump è l’altro protagonista della catastrofe. Fino al 9 marzo 2020 ha difeso il suo patto segreto con Xi Jinping: la Cina importerà merci agricole americane per decine di miliardi di dollari e gli agricoltori americani voteranno Donald Trump. L’accordo commerciale è stato firmato a Washington il 15 gennaio 2020. La Cia aveva informazioni importanti sull’origine dell’epidemia a Wuhan e l’intera amministrazione Trump le ha ignorate. Oggi il successore Joe Biden vuole riportare gli Stati Uniti al centro dell’alleanza tra nazioni democratiche. È proprio questa la sfida che aspetta l’Occidente: rifondare le nostre democrazie su principi di libertà condivisa. L’anomalia è la decisione del capitalismo globale di scendere a patti con la dittatura comunista. È il finale previsto dal grande scrittore George Orwell e raccontato in Animal Farm.

foto con scienziati anti covid

Foto: Adli Wahid / Unsplash.

La repressione a Hong Kong, la scomparsa degli oppositori in Cina, la detenzione di un milione di musulmani: il primato dell’economia sui diritti umani e sulla decenza può farci dimenticare tutto questo quando? Il mio libro risponde di no. Se non lo facciamo, le grandi piattaforme digitali troveranno più conveniente scendere a patti con la censura di Xi Jinping, piuttosto che con i principi delle nostre carte costituzionali. E se questo accade, l’Occidente libero ha gli anni contati.

Tanto per cominciare, Google mi ha da poco messo sulla lista nera per il modo diretto in cui nel mio libro L’infinito errore chiamo i fatti con il loro nome. Secondo il nuovo galateo globale, vigilato dagli algoritmi, non ho dimostrato sensibilità nel trattare l’argomento. La nostra Costituzione è forse insensibile nei confronti dei totalitarismi? Per nostra fortuna, lo è.

Un’egemonia, forse più sottile, ma altrettanto pericolosa per la nostra libertà e il nostro diritto all’informazione…

Cercate online la mia intervista al Podcast di Daniele Rielli e capirete: Google non dichiara che racconto il falso, ma rifiuta di pubblicizzare il Podcast perché non ho trattato l’argomento con la dovuta sensibilità. Cosa significa? Se i governi facessero rispettare le leggi fondamentali sulla libera concorrenza anche a Google, non ci sarebbe problema: ci si rivolgerebbe a un’altra piattaforma. Il problema è dato proprio dalla posizione della piattaforma globale. Il mondo nuovo e il suo apparente perbenismo degli algoritmi è già qui.

Prima di questo avvenimento, alla fine del suo libro, aveva già fatto, diciamo così in tempi non sospetti, un appello proprio per una maggiore garanzia della libertà.

Se non ci rendiamo conto che in gioco ci sono le nostre libertà individuali, finiremo schiacciati tra gli interessi economici della Cina e la posizione dominante delle piattaforme digitali. Forse dovremo spegnere telefonini, computer, tablet e, finalmente, torneremo a parlarci nelle piazze.

Questo discorso riguarda molto da vicino la libertà di stampa, che anche in un Paese in teoria libero e democratico come il nostro, soffre non poco.

Parafrasando il grande Leo Longanesi, non è la libertà d’informazione che manca in Italia. Mancano, o meglio scarseggiano, editori, direttori, vicedirettori, caporedattori liberi. Viviamo sottomessi alla variante giudiziaria del giornalismo, che ormai domina quasi ovunque. La conseguenza è che la notizia o la dà l’amico procuratore o non è più una notizia. Lo stesso vale per le inchieste.

Come si costruisce un’inchiesta fatta bene?

Una buona inchiesta comincia dall’editore: ha la piena libertà di lasciar scoprire, raccontare, denunciare? Ma anche questo non basta più. Le grandi piattaforme digitali, accaparrandosi quasi tutto il fatturato pubblicitario, stanno togliendo risorse vitali agli editori tradizionali. Gli algoritmi selezionano e promuovono automaticamente le notizie che suscitano emotività, non riflessione e razionalità. Un insulto genera migliaia di click, un approfondimento poche centinaia. Il giornalismo è sottoposto a una preoccupante deriva evolutiva di cui non se ne vede ancora la fine. Proprio come accade con i virus. 

Vincenzo Petraglia

© Riproduzione riservata
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