Wise Society : “La ripresa parte dalla cultura, senza non ci sono né buoni medici né buoni politici”
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“La ripresa parte dalla cultura, senza non ci sono né buoni medici né buoni politici”

Ne è convinta Elisabetta Sgarbi, a capo di una delle case editrici più interessanti del nostro Paese, fondata gomito a gomito con Umberto Eco, e qui ce ne spiega le ragioni

Vincenzo Petraglia
8 Giugno 2021

Donna eclettica e innovativa, da sempre impegnata nella promozione della cultura in tutte le sue forme, non a caso ideatrice e direttore artistico da ventidue anni del Festival La Milanesiana, fra i più prestigiosi appuntamenti italiani dedicati a letteratura, cinema, arte, filosofia e scienza, che richiama anche grandi personalità a livello internazionale e che quest’anno prende il via il 13 giugno.

Elisabetta Sgarbi, insignita, proprio per il suo contributo alle arti e alla cultura, con numerosi premi, tra cui l’Ambrogino d’oro, il Premio Ausperberg, il Premio Vittorio De Sica e diversi altri, è un vulcano di idee, fondatrice ed editore de La nave di Teseo, alla quale è legato indissolubilmente il nome di Umberto Eco, che ne ha fortemente voluto la nascita, e che rappresenta una delle case editrici più interessanti del panorama italiano (nel 2017 ha acquisito la Baldini & Castoldi e Oblomov Edizioni, divenendo un gruppo editoriale indipendente di cui la Sgarbi è direttore generale).

Con lei, che è anche regista (dal 14 al 16 giugno sarà nei cinema con Extraliscio – Punk da Balera, un film dedicato all’omonimo gruppo musicale, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e per il quale la Sgarbi ha ricevuto il Premio Siae per il talento creativo), parliamo del futuro del nostro Paese, per il quale, in una fase così delicata, proprio la cultura può rappresentare un nuovo inizio. A livello economico certamente, ma anche e soprattutto perché potrà essere fondamentale per costruire una società più sana con cittadini migliori.

Elisabetta Sgarbi

Elisabetta Sgarbi, fondatrice ed editore de La nave di Teseo, da sempre impegnata nella promozione della cultura nel nostro Paese tramite numerose iniziative, fra cui il Festival La Milanesiana.

Elisabetta, il fil rouge della Milanesiana di quest’anno è il progresso. Un tema forse mai come quest’anno così attuale visto il percorso di ripresa su cui si sta cercando di incamminarsi dopo la “tempesta” della pandemia. Ha ancora senso parlare oggi di progresso?

È indubbio che ci sia progresso, in alcuni campi come la scienza e la medicina. E contemporaneamente siamo posti di fronte a nuovi problemi che anche il progresso concorre a produrre. Pensi al cambiamento climatico, alla stessa ondata pandemica. E poi esiste un mondo dove non parlerei di progresso: certamente l’arte, nelle sue forme, non conosce progresso, ma un eterno presente. Poi c’è il mondo dei diritti: da una parte è indubbio che abbiamo avuto un progresso, dall’altra  parte ci sono sempre nuovi adattamenti dei diritti e dei doveri, corrispondenti ai cambiamenti di scenario: pensi alle nuove tecnologie, alla globalizzazione, ai nuovi lavori, come quelli dei riders.

Che cos’è l’innovazione per lei? 

Fuori dal campo scientifico e tecnologico, faccio fatica a riconoscere legittimità a questa parola. Innovazione può anche essere un salto all’indietro. A volte “le lucciole” sono una innovazione. Forse bisognerebbe trovare un’altra parola.

Cosa significa oggi essere veramente innovativi?

Non parlerei di innovazione, che mi pare una parola davvero molto presuntuosa, che intrattiene un rapporto falsato con la storia. Parlerei di creatività o di sperimentazione. Franco Battiato è stato uno sperimentatore di forme riuscite, ma non so se gli avrebbe fatto piacere sentirsi chiamare innovatore.

Il progresso passa anche attraverso la sostenibilità. Certamente quella ambientale, ma anche quella sociale, relazionale, lavorativa…

Ogni azione dell’uomo genera una reazione, e bisogna trovare una contromisura. Come accade per i farmaci, che hanno, ciascuno, le proprie controindicazioni.  È giusto che ci si ponga il tema della sostenibilità per ogni attività produttiva, non solo a livello ambientale, ma anche a livello sociale. Una eccessiva disuguaglianza economica fa esplodere il sistema, e danneggia tutti (o quasi).

Cosa ne pensa del Piano nazionale di ripresa e resilienza del Governo?

Avrei aiutato di più il mondo dei libri, con piani strategici ampi. Aiuto alle librerie indipendenti e fisiche in generale, attenzione alle concentrazioni editoriali e commerciali, e molte altre cose che non vengono mai neppure poste come problemi. Basta guardare gli indici regionali di diffusione di un libro, la differenza tra Lombardia e Sicilia o Calabria. Ma per il resto, mi sembra un piano di ampio respiro che ci imporrà finalmente di mettere mano alle tanto attese riforme.

Che ruolo può e deve giocare la cultura nel presente e nel futuro dell’Italia?

Ma la cultura non è un settore a parte, distinto dall’economia e dalla politica. Persone ben formate saranno buoni amministratori, buoni politici, buoni medici. E la cultura comincia dalle scuole primarie. Avere buone scuole, professori selezionati e ben pagati e motivati genera buoni studenti. 

E le donne che ruolo possono giocare?

Direi lo stesso ruolo degli uomini. Almeno in termini di opportunità.

Come vede il futuro del nostro Paese dopo la pandemia? Pensa che questa esperienza ci abbia insegnato qualcosa o è stata un’opportunità perduta?

L’epidemia ha posto problemi cruciali: il ruolo dello Stato, il ruolo della prevenzione, la necessità di avere piani pandemici, l’importanza di una medicina agile, di prossimità oltre che i – necessari – grandi ospedali, che facciano anche dialogare pubblico e privato

Elisabetta Sgarbi con gli Extraliscio

Elisabetta Sgarbi con i protagonisti del film “Extraliscio – Punk da Balera”, al cinema dal 14 al 16 giugno (foto di Manuel Palmieri).

Di recente, per il libro L’infinito errore di Fabrizio Gatti, la sua casa editrice ha avuto qualche problema con Google. Una vicenda che chiama in causa altri temi molto importanti, quali il diritto all’informazione e la libertà di stampa, per cui il nostro Paese non si posiziona benissimo nelle apposite classifiche internazionali che annualmente vengono redatte…

Io penso che non ci sia un problema di libertà di stampa. In Italia si può offendere chiunque, paradossalmente. Ciò non vuol dire che si debba abbassare la guardia, perché la libertà è una conquista e non un dato di fatto. Però il tema che lei pone dei grandi colossi del web, esiste e va regolato. Sul caso specifico del libro di Gatti, sono in dialogo con Google che sta spiegando perché è accaduto tutto questo. 

Come si sceglie un buon libro, un prodotto, diciamo così, meritevole di essere lanciato sul mercato? 

Ci sono casi molto diversi: un successo che viene dall’estero, un libro che mi è molto piaciuto e magari è molto piaciuto ai librai. E poi c’è il lavoro che un libro fa di per se stesso: pensi al caso di Edith Bruck, partito da 2.000 copie, arrivato a 50.000, nella dozzina del Premio Strega. È il bello dei libri. 

Una società saggia, “wise” appunto, secondo lei su quali pilastri dovrebbe poggiare

La conoscenza e la fiducia.

Vincenzo Petraglia

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