Wise Society : Guerra in Ucraina, sanzioni alla Russia e futuro energetico dell’Italia: cosa dobbiamo attenderci?
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Guerra in Ucraina, sanzioni alla Russia e futuro energetico dell’Italia: cosa dobbiamo attenderci?

di Vincenzo Petraglia
8 Marzo 2022

La crisi in atto e la dipendenza italiana dal gas russo rischiano di rallentare la lotta ai cambiamenti climatici, visto che già si profila la riapertura delle centrali a carbone. Sarà davvero così? Ne abbiamo parlato con il professor Davide Tabarelli, esperto del settore

Sull’energia si gioca il presente e il futuro del pianeta ma anche, a maggior ragione dopo l’inaspettata invasione russa dell’Ucraina, degli equilibri geopolitici mondiali. Se già in ottica transizione energetica e progressiva sostituzione delle fonti energetiche tradizionali a favore di quelle rinnovabili, la questione era infatti già di vitale importanza per far fronte in qualche modo ai cambiamenti climatici, lo è ancora di più adesso, nel bel mezzo di una guerra che nessuno si aspettava e voleva e che rischia di travolgere l’Europa e il mondo intero.

La dipendenza che abbiamo, infatti, come Europa e soprattutto come Italia dall’importazione di gas russo è fortissima e, oltre ai problemi prettamente logistici legati all’approvvigionamento energetico e ai prezzi ormai altissimi raggiunti da gas e petrolio, pone anche una questione etica molto forte: con la valanga di soldi, sempre più cospicua per via dell’impennata dei prezzi, che versiamo alla Russia rischiamo in primis di vanificare, o quanto meno attenuare, le sanzioni prese nei suoi confronti dall’Occidente. Ma soprattutto finanziamo una guerra tanto ingiusta quanto inaccettabile, verso la quale abbiamo purtroppo sotto molti punti di vista le mani legate, per via della dipendenza energetica e della minaccia del despota Putin di scatenare una guerra atomica globale.

ciminiera e inquinamento

Foto: Thomas Millot / Unsplash

L’Italia, non bisogna dimenticarlo, dipende più di altri Paesi europei, come per esempio Francia e Spagna che hanno investito di più negli ultimi decenni sulla differenziazione dei loro approvvigionamenti energetici, dalla Russia, da cui deriva ben il 43,3% del fabbisogno energetico nazionale di gas, importandone poi dall’Algeria il 22,8% e da Qatar e Norvegia un altro 20%, mentre la restante parte (10%) la produciamo direttamente noi. E il gas, lo sappiamo, riveste purtroppo ancora un ruolo molto importante nel nostro Paese, la cui produzione di energia deriva purtroppo per il 57,6% da centrali termoelettriche alimentate da combustibili fossili, quindi gas naturale, carbone e petrolio.

Una situazione di emergenza che rischia di farci fare, fra le altre cose, anche un salto indietro nel tempo, visto che il Governo Draghi ha già paventato la possibilità di riaprire in caso di necessità le nostre centrali a carbone. Ma può davvero essere questa la soluzione, seppur temporanea, al problema? Quanto tempo ci vorrà per compensare la mancata politica di diversificazione energetica da parte del nostro Paese negli ultimi decenni? Perché, non bisogna dimenticarlo, prima di poter voltare pagina in ambito energetico, bisogna costruire impianti e infrastrutture per produrre energia pulita, e questo richiede anni.

E nel frattempo cosa succederà e quanto questo impatterà sulla transizione energetica e sull’obiettivo europeo, fissato col Green New Deal, di raggiungere la neutralità climatica nel 2050 tramite l’utilizzo di fonti rinnovabili? Ne abbiamo parlato con un esperto del settore, Davide Tabarelli, fondatore di NE-Nomisma Energia e professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria di Bologna e presso il Politecnico di Milano.

Davide Tabarelli

Davide Tabarelli, fondatore di NE-Nomisma Energia e professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria di Bologna e presso il Politecnico di Milano.

La crisi energetica degli ultimi mesi, acuita dalla guerra in Ucraina, non ha fatto altro che scoperchiare il vaso di Pandora, il fatto cioè che in passato il nostro Paese non ha investito come avrebbe dovuto nella differenziazione delle fonti energetiche che oggi probabilmente ci avrebbe resi più autonomi e soprattutto meno dipendenti dalla Russia…

Oggi è facile criticare, ma la colpa è anche nostra, di noi supposti esperti che non ci siamo spiegati bene circa le difficoltà della transizione energetica e del pericolo della dipendenza. In ogni caso quello che è accaduto è incredibile e non poteva essere previsto. 

Sì, questo probabilmente è vero, però forse qualcosa in più poteva essere fatto a prescindere, come hanno fatto anche altri Paesi europei. Perché non si è fatto?

È difficile fare le rinnovabili, come per noi è impossibile fare il nucleare, come invece ha fatto la Francia o anche l’Ucraina, come vediamo in queste ore. L’Italia fa fatica a fare sistema e nell’energia serve soprattutto questo per vincere gli ostacoli locali o per avere una linea di condotta ben chiara. 

Il Governo ha dichiarato di voler riaprire le centrali a carbone in caso di necessità. Come la vede? Davvero riaprire le centrali a carbone è la mossa giusta per reagire alla crisi energetica?

In questa catastrofe aiuta per ridurre i consumi di gas che vengono dalla Russia, ma abbiamo poche centrali, dove si produce neppure il 5% della nostra elettricità. Nella migliore delle condizioni la possiamo portare al 10%, risparmiando 1, al massimo 2 miliardi di metri cubi. Dalla Russia ne prendiamo quasi 30

Quali le conseguenze, l’impatto sull’ambiente, di un ritorno al carbone?

Aumenteranno le emissioni di CO2, anche se dobbiamo sempre ricordare che le nostre centrali a carbone sono fra le più moderne al mondo. Rispettano da sempre normative sulle emissioni di inquinanti locali estremamente rigide. 

Sì, ma quanto questa decisione rischia di compromettere il raggiungimento del Carbon Net Zero entro il 2050?

L’obiettivo era già compromesso perché troppo ambizioso, adesso viene allontanato ancora di più…

Come se ne esce? Quali gli scenari futuri? Quale la road map per riconquistare una nostra autonomia energetica a basso impatto?

Intanto possiamo fare poco, tenere le dita incrociate e sperare nel clima. Poi lavorare subito per trovare altro gas nel mondo. Ovviamente spingere al massimo sulle fonti rinnovabili. Ma ricordiamoci che noi saremmo sempre dipendenti dalle importazioni di energia dall’estero. 

energia eolica

Foto: Karsten Wurth / Unsplash

Su quali fonti energetiche dobbiamo puntare di più? Quali sono quelle più promettenti e con il minor impatto ambientale?

Le rinnovabili ovviamente, sia eolico che fotovoltaico e solare, ma pure biomasse, biometano e anche il grande idroelettrico

Nucleare, idrogeno, riciclo chimico dei rifiuti…?

Nucleare è meglio lasciar stare, non ci siamo riusciti in passato. Ma se la questione climatica diventa più seria, allora sarà indispensabile. Le altre cose possono aiutare, ma fanno poco. 

Che tipo di politica di incentivi dovrebbe essere messa in capo dal Governo per facilitare la transizione energetica?

Direi quelli del passato, attraverso sostegno, non in termini di prezzi alti di ritiro, alle rinnovabili. Più utile è facilitare gli iter autorizzativi e lo sviluppo delle reti a cui si allacciano gli impianti. Poi servono gli accumuli, altrimenti sole e vento sono limitati nel loro impiego. 

Vincenzo Petraglia


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Davide Tabarelli

Professore universitario e fondatore di NE-Nomisma Energia
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