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Luciano Zambotti: accettare altri saperi per curare meglio

Un medico chirurgo affascinato dalla medicina tibetana e ayurvedica. Che cura con le piante e alla prima visita ausculta il cuore, ma tocca anche il polso. Per evidenziare disturbi che il paziente non aveva riferito...

di Monica Onore
30 marzo 2013

Luciano Zambotti medico chirurgoLuciano Zambotti medico chirurgo, psicoterapeuta, specialista in scienze dell’alimentazione, è anche esperto in terapie naturali e in medicina tibetana e ayurvedica. Consulente presso diverse testate giornalistiche, ha pubblicato Le tisane terapeutiche, Spezie, un pizzico di salute (Tecniche Nuove). Dal 1993 collabora con il Centro tibetano Kunpen Lama Gangchen di Milano. È impegnato nella cooperazione internazionale e collabora con la Lama Gangchen World Peace Foundation, la Fondazione Don Gnocchi ong, Mir i Dobro onlus nelle costruzioni di orfanotrofi, poliambulatori, centri medici e centri per disabili in Nepal, Tibet, Bosnia Erzegovina.

 

Quando è iniziata la sua passione le erbe curative?

Sin da ragazzo ho coltivato un interesse per le piante in genere. Ma quando mi venne una gastrite durante gli studi universitari ci fu la svolta.
I medici non riuscivano a curarmi mi rivolsi allora a un erborista che mi preparò una tisana da prendere per tre mesi. Guarii.
Da allora il mio interesse per la fitoterapia è cresciuto e mi sono messo a studiare le piante.
A qualche anno dalla laurea avevo completato anche lo studio delle erbe officinali occidentali e mi sono interessato a quelle usate dagli sciamani tradizionali.  Anche in questo caso ho potuto verificare che erano efficaci.

Herbal stores, album di snowpea&bokchoi/flickr
E lo studio della medicina tibetana invece quando è cominciato?

Nel 1993 ho avuto la fortuna di conoscere il maestro buddhista Lama Gangchen e con lui ho avviato una proficua collaborazione.
Sono stato in Tibet, Malesia, Indonesia, India dove ho conosciuto diversi guaritori tradizionali. Così ho iniziato a studiare medicina tibetana. Purtroppo in occidente non si riesce a importare i farmaci tibetani,  ho quindi orientato i miei studi su quelli ayurvedici, commercializzati in tutta Europa, che non sono poi così diversi.

Ma lei continua a essere un medico di base?

Sono medico di base, a livello occidentale, ma inserisco sempre erbe, decotti, tisane, sciroppi, tinture, compresse che faccio preparare da vari farmacisti per i miei pazienti. Amo fare  prescrizioni ad hoc per le persone che sembrano apprezzarle.

E utilizza anche la diagnosi del polso?

L’esame del polso, usata nella medicina tibetana e ayurvedica per visitare il paziente mi è utile, soprattutto con quelli che vengono per la prima volta.
Senza dire nulla faccio la mia diagnosi orientale cercando di capire di cosa soffrono. Poi li faccio parlare e una volta ascoltati, sono io a sottolineare disturbi che non avevano nominato. Prescrivo quindi gli esami necessari per verificare la mia diagnosi.

Come riesce a utilizzare medicine così diverse?

Se noi accettiamo di metterci in discussione e considerare altri punti di vista non pensando che la nostra medicina sia l’unica vera e valida, allora credo che si possano utilizzare in modo molto proficuo anche altri saperi.

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