Wise Society : Post quarantena: la difficile fase 2 dei bambini
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Post quarantena: la difficile fase 2 dei bambini

Sempre a casa da più di due mesi, impossibilitati a giocare coi coetanei e a frequentare la scuola i bambini hanno sofferto la quarantena. I consigli della psicologa Roberta Fadda ai genitori per affrontare la fase 2

Fabio Di Todaro
13 maggio 2020

In molti casi, sono la vera sorpresa di questo periodo. I bambini ci hanno sempre abituato a mettere in atto comportamenti diversi da quelli immaginati dagli adulti. E lo stesso sono riusciti a fare durante il lungo periodo di quarantena determinato alla pandemia di Covid-19, come abbiamo raccontato nelle scorse settimane.

Ciò non toglie, però, che il coronavirus si sia abbattuto come uno «tsunami», sulle loro vite. I più piccoli si sono adattati al cambio di abitudini nella quasi totalità dei casi, questo è vero. Ma ciò non toglie che occorrerà del tempo prima di capire quali scorie possa aver lasciato lungo il loro percorso dicrescita. Sul piano psicologico, oltre che fisico.

Ragazzini giocano alla guerra dei cuscini

Foto: Allen Taylor/Unsplash

Non solo i bambini: a soffrire la quarantena sono anche gli adolescenti

È Roberta Fadda, associato di psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Cagliari, a fare il punto della situazione: «Sul piano psicologico, bambini e adolescenti sono esposti a diversi fattori stressanti: paura del contagio, noia, frustrazione, informazioni inadeguate, mancanza di rapporti sociali con persone significative, carenza di spazi a casa, problemi economici della famiglia, conflitti familiari, possibili tensioni con i genitori». Dalla distanza dai nonni alla chiusura delle scuole, senza escludere la sospensione delle attività portate avanti nel tempo libero: di più non poteva cambiare la loro vita. A ciò occorre aggiungere che la mancanza della didattica frontale va considerata nello scenario più ampio della crisi economica, con genitori che hanno perso il lavoro, che non possono tornare al lavoro perché devono occuparsi dei figli, delle restrizioni delle opportunità di apprendimento e dei rischi che corrono i bambini e gli adolescenti che vivono in condizioni socioeconomiche svantaggiate. Già, gli adolescenti. Secondo Fadda, il lockdown «è stato ancora più problematico per loro», per i quali è centrale la relazione con i coetanei rispetto a quella con i genitori. Inoltre, per gli adolescenti, «esiste il rischio di perdere importanti riti di passaggio, che promuovono lo sviluppo della loro indipendenza e della loro personalità». I ragazzi, secondo l’esperta, «possono inoltre sentirsi ansiosi riguardo al futuro e agli effetti che il Covid-19 può avere su di loro, sui loro familiari e sui loro amici».

Consigli per i genitori per la fase 2

A oggi, i genitori sono la miglior risorsa (e anche quella più accessibile) per proteggere i bambini dai rischi che elencati. Per questo l’Organizzazione mondiale della Sanità ha fornito precise indicazioni per mamme e papà per promuovere il benessere psicologico dei bambini al tempo del Covid-19. L’agenzia consiglia ai genitori di scandire le attività della giornata introducendo nuove routine e coinvolgendo i figli in compiti di responsabilità, al fine di mantenere un buon orientamento temporale e determinare un senso di autoefficacia e di autostima. Mai come in questa fase, inoltre, è considerato importante che i genitori sappiano ascoltare i loro figli, dedicando loro del tempo da trascorrere insieme senza la mediazione del telefono o della tv. Nel documento si fa inoltre riferimento ai possibili cambiamenti emotivi (con l’insorgenza di ansia, tristezza, litigiosità) a cui i figli possono andare incontro in questo periodo di grande incertezza e perdita delle abitudini. «È importante che i genitori recepiscano questi cambiamenti emotivi con flessibilità, offrendo spazi di dialogo o semplicemente accogliendo il bisogno di attenzione e di vicinanza che i figli esprimono attraverso questi comportamenti», aggiunge Fadda.

Ragazzina al computer

Foto: Annie Sprat/Unsplash

L’importanza della comunicazione dei genitori ai bambini sulla pandemia

Nel parlare del Covid-19, è importante che la comunicazione sia chiara e sincera. Può essere utile utilizzare materiali appositamente ideati per i bambini, che tengano conto dell’età e che siano accattivanti. «Parlando con i bambini piccoli, non dobbiamo solo semplificare il linguaggio e i concetti ma considerare ciò che possono capire della malattia e di come può essere trasmessa», rimarca la psicoterapeuta. Tra i 4 e i 7 anni, la comprensione del concetto di malattia è influenzata dal pensiero magico, che consiste nel credere che pensieri o comportamenti del bambino possano causare la malattia. A questa età i bambini hanno una scarsa comprensione di come la malattia possa essere tramessa, per cui i genitori devono vigilare su di loro, ascoltare ciò che loro pensano sul Covid-19 e fornire informazioni chiare per evitare che vivano sensi di colpa e ridurre l’ansia. Possono per questo essere utili materiali educativi appositamente ideati, appropriati all’età e accattivanti.

I possibili risvolti positivi

Da questa esperienza, però, si può trarre anche un insegnamento. Fadda è convinta che «quanto accaduto in questi mesi può diventare un’opportunità, dando valore all’esperienza di bambini e adolescenti, ascoltando le soluzioni creative che hanno trovato per reagire all’emergenza sanitaria e per mantenere i rapporti sociali. Dobbiamo permettere loro di esprimere le nuove abilità che hanno sviluppato, che potranno tornare utili per gettare le basi per una società più robusta e solidale».

Bambini giocano nel bosco

Foto: Robert Collins/Unsplash

Twitter @fabioditodaro

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