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La felicità sul lavoro, un traguardo possibile. Ecco come

Andrea Virgilio, Chief happiness officer (manager della felicità) è convinto che sia possibile essere soddisfatti del lavoro che si svolge. "Tecnologia e buone pratiche aiutano parecchio" afferma.

Andrea Ballocchi
27 Gennaio 2020

Il lavoro nobiliterà anche l’uomo, ma dà felicità? Secondo l’indagine Randstad Employer Brand Research, condotta da Randstad, gli italiani che vogliono cambiare lavoro, lo fanno nel 47% dei casi perché ritengono che la retribuzione non sia commisurata all’impegno speso, ma il 34% ritiene di non essere adeguatamente riconosciuto o premiato, mentre il 30% è dell’opinione che l’attuale mansione non sia stimolante.

Come riuscire a trovare un’adeguata felicità sul lavoro? La tecnologia può aiutare. C’è una giovane software agency, Heply, nata per creare opportunità e strumenti per il business felice: tra le varie attività, hanno realizzato James, soluzione che coniuga attività evolute di data analysis, collection e management per governare con continuità la soddisfazione dei propri clienti. Oppure Habitus, soluzione digitale che aiuta le persone di un’azienda a definire nuove “buone” abitudini e mantenerle, per migliorare la qualità della propria vita e beneficiare degli effetti positivi anche sul luogo di lavoro.

Ma la digital transformation, che pure fornisce un valido aiuto, non basta: occorre cambiare approccio per riuscire a creare le condizioni per un clima positivo in azienda. Ne è fermamente convinto Andrea Virgilio, amministratore delegato e Chief happiness officer: ovvero manager della felicità. È una figura nata pochi anni fa negli Stati Uniti il cui obiettivo è garantire il soddisfacimento delle esigenze di benessere dei lavoratori.

Virgilio lo è diventato poco più che trentenne, lavorando già da anni nel mondo della digital trasformation, con esperienze anche imprenditoriali molto precoci, avendo fatto esperienza anche in web agency e in agenzia di comunicazione. «Heply è nata sulla scorta di mie precedenti esperienze lavorative dove il fine era ottenere risultati d’esercizio, ma senza cogliere il senso di quanto si faceva. Il denaro, certo, è importante, ma è una risultanza, una conseguenza. Solo con le motivazioni si riescono ad affrontare sfide e difficoltà in maniera differente».

Cosa è la felicità sul lavoro?

La felicità è far sì che le persone abbiano la percezione, la consapevolezza che sono un elemento di forte caratterizzazione di quelli che sono i risultati dell’azienda stessa.

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Per Andrea Virgilio “il calcetto è un ottimo strumento per smaltire la tensione, perché ci si applica a un’attività fisica e competitiva. È importante sperimentare la fatica fisica per trarre vantaggio a livello emotivo”. Foto: Andrea Virgilio

Come si raggiunge?

Pensiamo a un’ascesa in montagna: la soddisfazione che dà il raggiungere la cima e guardare il panorama deve essere presente già durante il percorso. Non posso accontentarmi solo della soddisfazione di quei minuti trascorsi a vedere quanto mi si staglia davanti dopo ore trascorse a camminare. La felicità non può essere solo quei minuti in vetta, ma dev’esserci anche nel salire e nell’affrontare la discesa, nel condividere con altri il piacere di quella avventura e la fatica conseguente, oltre che il traguardo. Da qui la definizione più autentica di job satisfaction: è la consapevolezza che un gruppo di persone lavora per un obiettivo comune, facendo fatica meritevole per raggiungerlo, e che il risultato di tutto questo è l’esserci arrivati assieme. Il reale problema da me colto nelle organizzazioni dove ho lavorato in precedenza è che si raggiungevano sì gli obiettivi, ma non li si festeggiava perché già si guardava ai successivi. Il fatturato non può essere sufficiente o, meglio, non può essere il vero traguardo: lo è, invece, per una persona imparare qualcosa di nuovo, insegnare a un collega qualcosa che non conosce, essere disponibile per il prossimo, soddisfare un cliente in termini comunicativi ovvero spiegargli cosa si sta facendo e come, verificare se ha compreso quanto si sta portando avanti.

Come si mette in pratica la possibilità di essere felici sul lavoro?

Dal mio punto di vista, voglio far comprendere a tutti i collaboratori che sono loro a fare un piacere all’azienda nel continuare a collaborare, non il contrario. Una persona competente, motivata tanto quanto una che non lo è, decide comunque ogni giorno di recarsi in ufficio e di continuare ad andarci. È una decisione, una scelta personale, in cui lo stipendio è sì un elemento funzionale, che dà alle aziende la presunzione di controllare chi ne fa parte, ma è una fake news: e lo sarà sempre di più con le nuove generazioni per loro natura poco o per niente disposte a fidelizzarsi. La generazione dei millenials tiene in considerazione cosa fa un’azienda a livello ambientale, per cambiare il mondo, come agisce sul piano umano per far sì che attui sul serio i valori e che non siano solo slogan, che sia in grado di portare al suo interno la tecnologia più adatta per ridurre la quantità di lavoro a parità del compenso stabilito. Questi devono essere i punti cardinali di un’organizzazione aziendale: fare quanto è possibile per riuscire ad avere gli stessi risultati economici, lavorando di meno. Questa deve essere la mission, non limitarsi a soddisfare i clienti.

Quali sono i motivi che portano all’insoddisfazione sul lavoro?

Un problema considerevole è che le aziende non fanno nulla per far capire ai dipendenti che sono un elemento fondamentale e capaci di portare un valore essenziale. Quante volte capita che, conducendo bene un’attività, un lavoratore riceva un complimento o anche solo venga ringraziato? Quante volte capita che si chieda a una persona se ha bisogno di una mano? Secondo me spesso manca un’efficace comunicazione, che già farebbe aumentare la percentuale di appagamento.

Come opera Heply per migliorare le cose?

Principalmente punta ad aumentare la qualità del tempo delle persone impegnate in un’organizzazione aziendale e migliorare la loro soddisfazione. Come? Per esempio, abbiamo messo a punto un software in grado di ridurre il quantitativo di email inviate per gestire determinati flussi lavorativi, conseguendo un minore sforzo cognitivo e facendo risparmiare tempo e migliorandone la qualità.

Una volta effettuato un intervento e svolto un servizio, Heply prosegue la propria attività per monitorare andamento e risultati: per questo è nato John, un sistema per analizzare la soddisfazione del cliente interno, che è ogni dipendente o collaboratore aziendale, a partire dall’amministratore delegato agli stakeholder. S’intende identificare non tanto il tasso di soddisfazione dell’azienda verso le persone, ma delle persone verso se stesse. Ognuno ha un proprio “personal branding”, ovvero come si è considerati: simpatici, intelligenti, disponibile o, al contrario, inaffidabile, ingestibile, poco o per nulla altruista. Una sorta di “Happyness index”, che ho provato per primo e poi abbiamo messo a punto studiando svariati riscontri proprio per migliorare il servizio.

All’interno della vostra società come si mette in pratica la felicità?

Innanzitutto si sperimenta di continuo il grado di soddisfazione: a partire, per esempio dall’uso del calcio balilla. Sì, proprio così: il calcetto è un ottimo strumento per smaltire la tensione, perché ci si applica a un’attività fisica e competitiva. È importante sperimentare la fatica fisica per trarre vantaggio a livello emotivo.

Altro strumento impiegato è il “warm up” ogni lunedì mattina: tutti siamo in piedi dinanzi a una lavagna in cui sono segnate tutte le attività, assegnate ognuno a un responsabile che fa un veloce resoconto dello stato dell’arte e dei possibili problemi da affrontare. Cerchiamo di mettere al bando frasi quali “si è sempre fatto così” oppure “avevo dato per scontato che…”: a ognuno è assegnato un progetto così da sentirsi tutti parte attiva. Ci deve essere sempre un responsabile, cui è assegnato un compito che gli deve essere però perfettamente chiaro e stabilito.

Un’altra attività è analizzare tutte le proposte, anche quelle non andate a buon fine: in questo caso si cerca di comprendere cosa non abbia funzionato, malgrado si sia fatto tutto quanto possibile. Perché, alla fine, la vera ricetta per la felicità è: provarci.

Ma come si diventa manager della felicità?

Non c’è un corso universitario o un master, anche se oggi c’è chi propone corsi dedicati. Eppure è fondamentale in un’azienda che ci sia una figura in grado di valorizzare il capitale più importante delle aziende: le persone che vi lavorano, il capitale umano. Immaginate se tutti i dipendenti e collaboratori o anche solo il 30% dessero instantaneamente le dimissioni: una società chiuderebbe. Sarebbe bene che ogni azienda ce l’abbia ben presente. Quindi il CHO più che una qualifica – o auto qualifica come effettivamente è oggi – è una missione, che mette in atto ogni giorno azioni quotidiane in grado di rendere possibile la felicità in azienda.

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