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Riccardo Valentini: col Protocollo di Milano meno spreco e più agricoltura sostenibile

Il Premio Nobel per la Pace 2007, traccia la linea da seguire per ridurre la povertà partendo dalla sensibilizzazione delle giovani generazioni

Vincenzo Petraglia
6 dicembre 2013

Riccardo ValentiniPer l’attività di ricerca e diffusione della conoscenza dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo Riccardo Valentini, direttore della Divisione Impatti del Clima presso il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici, nel 2007 è stato insignito insieme con gli altri scienziati del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), del Premio Nobel per la Pace.

Professore ordinario e direttore del Dipartimento di Scienze dell’Ambiente Forestale e delle sue Risorse presso l’Università della Tuscia autore di numerose ricerche e prestigiose pubblicazioni scientifiche, wisesociety.it l’ha incontrato in occasione del Quinto Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione promosso da Barilla Center for Food and Nutrition (Bcfn) per parlare di ambiente e di alimentazione sostenibile.

Al Barilla Cfn, lei ha avuto l’onore di lanciare il “Protocollo di Milano” (www.milanprotocol.com), attraverso il quale si intendono prendere impegni concreti in fatto di ambiente e alimentazione…

L’emergenza cibo ormai non può essere più rimandata e i numeri al riguardo parlano chiaro: ogni anno vengono buttate circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo ancora commestibile, praticamente un terzo della produzione alimentare globale, per un valore che supera i 500 miliardi di euro. Numeri che fanno rabbrividire, se si pensa che tale quantità di cibo potrebbe nutrire ben 12 miliardi di persone, mentre oggi di persone ne siamo 7 miliardi sulla Terra, e soprattutto se si considera che tutto questo spreco di cibo potrebbe abbondantemente nutrire gli 842 milioni di esseri umani che oggi soffrono di malnutrizione nel mondo. Una situazione che contrasta nettamente col circa un miliardo e mezzo di individui che nei paesi ricchi soffre di obesità o sovrappeso. Se a questo si aggiunge che, secondo le previsioni, nel 2020 oltre 40 milioni di ettari di terreno verranno sottratti alle coltivazioni di alimenti per produrre 172 miliardi di litri di biocarburanti, si capisce quanto questa situazione non sia più eticamente ed economicamente sostenibile. Con il “Protocollo di Milano” vogliamo che in vista e durante l’Expo meneghina del 2015 ogni Paese sottoscriva e si impegni concretamente nell’attuazione delle pratiche e politiche, attuabili nell’immediato, che abbiamo individuato per cominciare a sanare questa situazione. L’Expo rappresenta veramente una grossa opportunità in tal senso.

Lotta a obesità e spreco

Image by © Jon Jones/Sygma/CorbisQuali sono le azioni concrete che avete individuato?

Pensiamo che ambiente, salute e lotta alla povertà siano temi strettamente correlati e sui quali si gioca il futuro del pianeta e dello stesso genere umano. Per cui il “Protocollo di Milano” si concentra su tre punti fondamentali. Il primo riguarda lo spreco alimentare, che puntiamo di ridurre del 50% entro il 2020, anche attraverso accordi di lungo termine sulle filiere agricole al fine di migliorare la pianificazione alimentare. Il secondo mira a favorire un’agricoltura sostenibile attraverso la limitazione della conversione dei terreni su cui si producono coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti e all’alimentazione per il bestiame, combattendo allo stesso tempo anche ogni forma di speculazione finanziaria. Il terzo punta, infine, ad agevolare nelle persone stili di vita salutari, che passano attraverso l’attività fisica e l’educazione alimentare a partire dalle scuole.

Bisogna partire dai giovani e sensibilizzarli

Image by © Nucleus Medical Media/Visuals Unlimited/CorbisLa sensibilizzazione delle nuove generazioni a queste tematiche è fondamentale…

Sì, perché saranno i giovani i responsabili del futuro del nostro pianeta, e auspichiamo lo siano in maniera più saggia rispetto a quanto abbiamo dimostrato di esserlo noi finora. Alcuni di loro ricopriranno ruoli chiave nella società del domani ed è pertanto fondamentale responsabilizzarli in prima persona.

Se da una parte è fondamentale un intervento nelle sfere alte della società, quelle che decidono le linee guida e le politiche generali dirette alla collettività, dall’altra è importantissimo agire anche alla base, a livello cioè di noi semplici cittadini. In che modo vi proponete di farlo?

Agendo a livello culturale, tramite ogni agenzia di socializzazione, che sia la famiglia, la scuola, la Chiesa e quant’altro concorra alla formazione dell’individuo. Bisogna far capire alle persone che se tutti impariamo a mangiare meglio migliora lo stato di salute della terra e a trarne giovamento saremo tutti. I nostri stili di vita ed alimentari hanno un forte impatto sul pianeta, nel senso che ci sono cibi che comportano, per essere prodotti, maggiori sprechi d’acqua ed emissioni di gas serra. È stato dimostrato che i cibi che fanno meno bene alla nostra salute sono anche quelli che stressano di più il pianeta e l’ambiente. Quindi se impariamo a mangiare meglio, recuperando stili alimentari più sani, cioè con un minor impatto sulla nostra salute, diamo una mano al pianeta.

Mangiare meglio per dare una mano al pianeta  

Image by © Dezorzi/CorbisQuali sono questi alimenti?

Sicuramente frutta e verdura fanno bene alla nostra salute e allo stesso tempo all’ambiente essendo salutari sia per l’uomo, in quanto ricchi di antiossidanti e altre importanti sostanze essenziali all’organismo, che per l’ambiente, in quanto bruciano, per essere prodotte, meno energia, necessitando di un più limitato processo di trasformazione industriale. Altri alimenti, come per esempio cibi grassi e carne, per i quali si consuma molta più acqua (é stato calcolato che ogni chilo di carne consumato comporta l’impiego di 15mila litri d’acqua, usata per dare da bere agli animali, irrigare i campi dove pascolano, congelare la loro carne dopo la macellazione, ndr) e si sottraggono terreni alle coltivazioni destinate a sfamare l’uomo, comportano maggiori costi sia per il pianeta che per la nostra salute. Diverse ricerche dimostrano, infatti, la diretta correlazione fra l’eccessivo uso di prodotti di origine animale e l’obesità, oltre ad altre malattie tipiche delle società più opulente, come il colesterolo, l’ipertensione e diverse altre. L’equazione che ne deriva è, quindi, lineare: il cibo che fa bene all’uomo è quello che ha anche un minore impatto sul pianeta, per cui imparare a mangiare meglio, attraverso una dieta più bilanciata, può salvare il pianeta e noi stessi.

 

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